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Scajola vuole solo evitare che mettano insieme un nuovo governo a sua insaputa. Ormai ha imparato la lezione. Di Pisanu mi fido già di più ma che mi dite di Bruto e Cassio in Tod’s e Ferrari? Baccini e il biancofiore possono ridiventare Rosa Bianca ma, oggi come allora, se non arriva la benedizione degli Alleati non si combina nulla. 
Sarà, ma in Italia qualcuno con i maroni di un Von Stauffenberg non lo vedo.
«Non andrò a veder­lo. Quando si rovescia la storia, rappresentando ebrei car­nefici e nazisti vittime, si com­mette un falso. Sia pure con la scusa dell’ironia. Ci sono stati ca­si di vendetta, ma pochissimi. Già noti. E ben diversi da come li racconta Tarantino. A lui inte­ressa solo mostrare la violenza di quell’epoca, per fare soldi: una speculazione che non mi piace». (Yehuda Bauer, storico della Shoah all’Università Ebrai­ca, 19 libri sull’argomento, con­sulente di registi (Spielberg com­preso)
Ebrei che vanno in giro a spaccare teste di nazisti con un solo colpo di mazza da baseball, che collezionano scalpi dei medesimi, provandoci pure mucho gusto a torturali come e peggio di tanti Mr. Blonde? Capisco lo sconcerto del prof e di molti altri, preoccupati che qualcuno, guardando nell’ultimo film di Quentin Tarantino la faccetta da schiaffi di Brad Pitt ed il ghigno satanico di Eli “Hostel” Roth , possa pensare: “Però, ‘sti ebrei che str…”
Non credo però che la preoccupazione di Bauer si rivolga alla reputazione di fantasmi del passato, quanto piuttosto al parallelo che qualcuno potrebbe fare con episodi molto più recenti che hanno per protagonisti israeliani e palestinesi ed episodi di braccine spezzate. Un rischio che è indubbiamente da tenere in conto.
Se non fossimo cresciuti con il terrore, camminando nel campo minato della storia del Novecento, di saltare su qualche mina dicendo per esempio che chi si macchiò di crimini orrendi non furono solo i nazisti ma anche i russi, gli alleati, i giap, insomma un pò tutti, senza per questo sminuire la responsabilità di ciascuno, non proveremmo alcun disagio a pensare alla possibilità di un plotone di “basterdi” ebrei che si vendica a modo suo e alla ‘ndo cojo cojo contro i poveretti, anche se nazisti, che gli capitano sotto.

La storia insegna che i ruoli di vittima e carnefice non sono mai appannaggio di un unico schieramento ma hanno piuttosto caratteristiche di intercambiabilità.
Già Roman Polanski, in quello splendido e, secondo me definitivo, film sulla Shoah che è “Il Pianista”, aveva osato mostrarci ebrei buoni ed ebrei cattivi, opportunisti e pavidi: tedeschi spietati e tedeschi compassionevoli, giusti e coraggiosi. E’ per questo che è una storia così incredibilmente realistica e che spacca il cuore. Non so se Polanski sia stato così efficace nel narrare quell’orrore perchè lui stesso passò bambino attraverso la notte e le nebbie ma è molto probabile.

Guardando il film di Tarantino adesso si potrebbe pensare che se il buon capitano che salva la vita del pianista commuovendosi al suono di Chopin incontrasse sulla sua strada i basterdi, per i quali lui sarebbe solo un porco nazi da accoppare, noi troveremmo la loro vendetta eccessiva e malposta e potremmo tifare per lui soffrendo per il suo scalpo. Con la conseguenza di far soffrire di riflesso anche il prof. Bauer preoccupato dall’oscillazione del concetto di vittima. Però lo ammette anche lui, ci furono casi di vendetta commessi da ebrei. “Pochissimi però”, dice.

Molti anni fa, quando preparavo la mia tesi, lessi un libro che si intitolava “Occhio per occhio” di un giornalista, John Sack, reporter di guerra e scrittore. Ve ne riporto la recensione:

Tra le numerose tragedie rimosse nella storia di questo secolo, spesso si dimenticano gli eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945 l’esercito sovietico occupò la Polonia e parte della Germania: una regione abitata da dieci milioni di civili tedeschi. Con efficienza tipicamente stalinista, venne subito organizzato un Ufficio per la sicurezza dello Stato, col compito di iniziare una politica di denazificazione.
Oltre a polacchi desiderosi di vendicarsi, i russi reclutarono anche ebrei scampati ai campi di sterminio.
I tedeschi che finirono nei 1225 campi di concentramento erano per il 99 per cento civili che non avevano mai combattuto, compresi donne e bambini: coloro che sopravvissero alle torture, vennero spesso falciati dal tifo e dagli stenti. Le stime più realistiche calcolano dai 60.000 agli 80.000 morti. La cifra è minima, di fronte all’Olocausto del popolo ebraico: a raggelare è che nell’organizzazione repressiva stalinista trovarono un posto di rilievo alcuni di coloro che dei nazisti erano stati vittime, e che si trovarono nella posizione per applicare alla lettera la legge del taglione.

A distanza di mezzo secolo, John Sack ha ritrovato, negli Stati Uniti e in Polonia, i protagonisti di questa vicenda: li ha intervistati, ha confrontato meticolosamente le loro testimonianze, e ha scritto un libro che cerca, con grande onostà e umiltà, di rispondere a questa domanda: che cosa ha spinto persone che hanno sofferto l’inimmaginabile a passare dalla parte dei carnefici?
“Io, come ebreo che aveva condotto ricerche in Europa”, scrive Sack, “sentivo di dover riferire, perché gli ebrei conservassero la loro autorità morale, che cosa avevano fatto dei comandanti ebrei. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe chiesto: “Come può un ebreo scrivere un libro come questo?” e sapevo che la mia risposta sarebbe stata: “No, come può un ebreo ‘non’ scriverlo?”

La storia della tragedia dei profughi dei Sudeti, con le persecuzioni, le torture, gli stupri di migliaia di donne tedesche dopo la sconfitta della Germania, si intreccia con quella dei campi di internamento per tedeschi, militari e civili, imposti dagli alleati e che causarono migliaia di morti per fame. Una denutrizione, secondo alcuni studiosi, come James Bacque che ha dedicato il libro “Gli altri lager” all’argomento, scientificamente voluta come punizione per chi aveva appoggiato il regime nazista.
Per decenni la propaganda dei vincitori ha nascosto accuratamente perfino il fatto che i tedeschi furono le prime vittime della repressione e che vi fu una piccola ma eroica resistenza contro la barbarie hitleriana. Ha celato alle nostre menti sensibili le conseguenze patite, nel dopoguerra, dal popolo tedesco come ritorsione per aver appoggiato il regime di Adolf Hitler. Una vendetta particolarmente crudele, forse pari soltanto a quella patita dai giapponesi con il doppio bombardamento atomico.

A chi in Israele ha parlato di “revisionismo”, a proposito degli ebrei basterdi di Tarantino si deve rispondere che revisionismo non è negazionismo. Sono cose ben diverse e di diversa dignità. Il negazionismo è pura presa di posizione, è atteggiamento delirante nei confronti di fatti inconfutabili. La negazione è un atteggiamento psicotico.
Senza la possibilità di rivedere episodi storici attraverso, ad esempio, l’acquisizione di nuovi documenti, tuttavia, non può esserci verità storica. Questo è il revisionismo buono.
Esiste una giustizia dei vincitori ed anche una storiografia dei vincitori. A me hanno insegnato che le bombe atomiche erano necessarie per far finire la guerra in Giappone. Oggi, grazie alla storiografia che non si fida della propaganda, sappiamo che ciò non era affatto vero, e che l’uso delle atomiche fu soltanto un atto di forza contro il neo-nemico Sovietico.

Che oggi sia appurato che i giapponesi compirono esperimenti di vivisezione sui cinesi, che gli americani commisero crimini sui prigionieri di guerra tedeschi, che altri gruppi di “basterdi” volevano avvelenare gli acquedotti delle città tedesche per rappresaglia, che c’erano tedeschi buoni ed ebrei cattivi, che i bombardamento di Dresda fu un crimine contro l’umanità, lo dobbiamo alla ricerca storica che è andata oltre la comodità della versione ufficiale.
Questa consapevolezza della necessità per la storia di inseguire sempre la verità non può che convincerci ancora una volta dell’obbligatorietà di imparare la lezione della storia per evitare che il male si ripeta. Perchè potremmo essere tutti coinvolti, perchè non esistono vittime e carnefici ma ognuno di noi potrebbe ricadere in una o nell’altra categoria. Perchè in guerra non vi sono mai vincitori.


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Il duo Tabacci e Baccini, simile a quello di lei che suona il piano e lui la tromba, ha deciso di fondare un nuovo partitino e fin qui siamo nella normale espletazione delle funzioni corporee della politica italiana. Una neoformazione (oddìo sarà benigna o maligna?) di centro ed equidistante da sinistra e destra. Insomma buona per tutte le occasioni, come democristianamente si conviene.
Il problema sta nel nome scelto: La Rosa Bianca, che ha scatenato molte polemiche. Capisco lo scandalo, per qualcuno al limite della bestemmia, dell’utilizzo di un nome storicamente così significativo.


La “Rosa Bianca” era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti dell’Università di Monaco firmava nel 1943 dei volantini clandestini, nei quali venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignità e della libertà. Le figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.

Gli Scholl avevano condiviso all’inizio, come la maggioranza dei tedeschi, la suggestione seduttiva del nazismo e avevano aderito alla gioventù hitleriana. Sentivano che dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di buono. Il loro padre, è vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.

L’esperienza nella Hitlerjugend, all’inizio soddisfacente, volge in seguito verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perché non appartenevano al suo popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto l’impatto con l’irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall’osservare la mancanza di libertà individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
La sorella Inge, in un libro dedicato ai fratelli, ricorda:
“Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro e fiducioso in cui credevamo cominciò a crollare, un po’ alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non v’era più libertà né vita in fiore né prosperità né felicità per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no! Avevano posto, uno dopo l’altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere”.

Il contatto con l’ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere nei confronti della dittatura, spingono Hans all’azione. Nascono i primi volantini della “Rosa Bianca”. Ha l’appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi seguono l’arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica.

Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della “Rosa Bianca” impegnarsi in varie iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, “Abbasso Hitler!”, “Libertà”, ai volantini da distribuire anche nelle università del resto del paese. Questi gesti sono solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell’impotenza, poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte all’enormità di ciò che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in Germania occorresse più coraggio che altrove per scrivere “Libertà” su un muro. Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all’impatto con la realtà.

In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18 febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti davanti al tribunale per un processo sommario. Poco dopo apparvero altri volantini a Monaco, questa volta rossi, con la scritta: “Sono stati condannati a morte per alto tradimento: Christoph Probst, di ventiquattro anni, Hans Scholl, di venticinque anni, Sophie Scholl, di ventidue anni. La sentenza è già stata eseguita”.

Nel 2004 fu tratto un film dalla vicenda della Rosa Bianca. Rimane soprattutto impressa una scena, l’ultima, che vede Sophie avviarsi verso la ghigliottina. Un orrore senza fine, che rimanda ai ganci da macellaio ai quali furono appesi Claus Von Stauffenberg e gli altri ufficiali congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944. L’orrore assoluto che colpisce in ogni dittatura chi ha la sfacciataggine di non adeguarsi al regime, chi osa opporvisi.

Ecco, di fronte a dei ragazzi che sfidarono Hitler e furono decapitati dopo un processo sommario a poco più di vent’anni d’età, da veri martiri, capisco l’indignazione della presidente dell’Associazione La Rosa Bianca che si ispira alle gesta dei fratelli Scholl nel vedersi scippare il nome dal duo Tabacci-Baccini in cerca di voti con l’ennesima incarnazione della Balena Bianca. Una balena che non riesce proprio a nascondersi dietro ad una rosa.


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Il duo Tabacci e Baccini, simile a quello di lei che suona il piano e lui la tromba, ha deciso di fondare un nuovo partitino e fin qui siamo nella normale espletazione delle funzioni corporee della politica italiana. Una neoformazione (oddìo sarà benigna o maligna?) di centro ed equidistante da sinistra e destra. Insomma buona per tutte le occasioni, come democristianamente si conviene.
Il problema sta nel nome scelto: La Rosa Bianca, che ha scatenato molte polemiche. Capisco lo scandalo, per qualcuno al limite della bestemmia, dell’utilizzo di un nome storicamente così significativo.


La “Rosa Bianca” era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti dell’Università di Monaco firmava nel 1943 dei volantini clandestini, nei quali venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignità e della libertà. Le figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.

Gli Scholl avevano condiviso all’inizio, come la maggioranza dei tedeschi, la suggestione seduttiva del nazismo e avevano aderito alla gioventù hitleriana. Sentivano che dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di buono. Il loro padre, è vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.

L’esperienza nella Hitlerjugend, all’inizio soddisfacente, volge in seguito verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perché non appartenevano al suo popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto l’impatto con l’irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall’osservare la mancanza di libertà individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
La sorella Inge, in un libro dedicato ai fratelli, ricorda:
“Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro e fiducioso in cui credevamo cominciò a crollare, un po’ alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non v’era più libertà né vita in fiore né prosperità né felicità per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no! Avevano posto, uno dopo l’altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere”.

Il contatto con l’ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere nei confronti della dittatura, spingono Hans all’azione. Nascono i primi volantini della “Rosa Bianca”. Ha l’appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi seguono l’arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica.

Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della “Rosa Bianca” impegnarsi in varie iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, “Abbasso Hitler!”, “Libertà”, ai volantini da distribuire anche nelle università del resto del paese. Questi gesti sono solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell’impotenza, poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte all’enormità di ciò che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in Germania occorresse più coraggio che altrove per scrivere “Libertà” su un muro. Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all’impatto con la realtà.

In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18 febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti davanti al tribunale per un processo sommario. Poco dopo apparvero altri volantini a Monaco, questa volta rossi, con la scritta: “Sono stati condannati a morte per alto tradimento: Christoph Probst, di ventiquattro anni, Hans Scholl, di venticinque anni, Sophie Scholl, di ventidue anni. La sentenza è già stata eseguita”.

Nel 2004 fu tratto un film dalla vicenda della Rosa Bianca. Rimane soprattutto impressa una scena, l’ultima, che vede Sophie avviarsi verso la ghigliottina. Un orrore senza fine, che rimanda ai ganci da macellaio ai quali furono appesi Claus Von Stauffenberg e gli altri ufficiali congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944. L’orrore assoluto che colpisce in ogni dittatura chi ha la sfacciataggine di non adeguarsi al regime, chi osa opporvisi.

Ecco, di fronte a dei ragazzi che sfidarono Hitler e furono decapitati dopo un processo sommario a poco più di vent’anni d’età, da veri martiri, capisco l’indignazione della presidente dell’Associazione La Rosa Bianca che si ispira alle gesta dei fratelli Scholl nel vedersi scippare il nome dal duo Tabacci-Baccini in cerca di voti con l’ennesima incarnazione della Balena Bianca. Una balena che non riesce proprio a nascondersi dietro ad una rosa.


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La storia degli attentati alla vita di Hitler è costellata di incertezze, titubanze e sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora lì, ma avrebbe dovuto piuttosto ringraziare quel sorprendente impedimento al tirannicidio creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.

I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti disperati non fecero che causare di conseguenza altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese a pretesto l’attentato di un giovane ebreo per avviare l’orgia distruttiva della Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, quando dopo l’incendio “false flag” al Reichstag si era appellato alla necessità di difendere lo Stato, stringendo ancor di più la morsa persecutoria contro gli oppositori politici, soprattutto comunisti.

L’unica occasione nella quale Hitler rischiò veramente la vita fu il 20 luglio 1944, quando una bomba squarciò la baracca nella quale si teneva una riunione militare ed egli si ritrovò ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall’esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l’unico tentativo concreto della Resistenza tedesca di eliminare il Führer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per fatalità e in parte per una disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessità di agire e le forti ed inspiegabili remore sull’uccisione di Hitler. Chi apparentemente riuscì a superare questo conflitto fu l’autore materiale dell’attentato, il conte Claus Schenk von Stauffenberg.

Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell’apprendere degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.

“Stauffenberg e altri membri dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli errori tattici, ma con scarso successo. Egli però non si accontentava “di aver tentato”. Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiarò pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l’alto comando militare, uno degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe dovuto andare dal Führer e dirgli la verità sulla situazione militare. Stauffenberg replicò: “Il punto non è dirgli la verità ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo”. Non aveva però accesso al dittatore e non trovò appoggi. Non era neppure in contatto con i cospiratori già attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler”.

Questo episodio riportato dallo storico Hoffmann contiene una delle costanti dell’atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. La reazione era quasi sempre quella di pensare: “Tutto ciò è impossibile, il Führer non può permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo”. Frasi che molti tedeschi si saranno ripetuti mille volte.
Quanto doveva essere forte la fiducia in quell’uomo che si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l’assoluta incorruttibilità e purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri che un criminale.
La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo si configura come una seduzione a tutti gli effetti, alla quale segue, nelle menti più sensibili, la vergogna per essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e paralisi della volontà, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati dalla spinta all’agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tabù dell’uccisione di Hitler.

Il percorso che l’aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che è considerato dagli studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente era poi virato nella neoplasia razzista dei pangermanisti come Alfred Schuler e Ludwig Klages.
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso dell’onore prussiano l’esercito. Questo non gli aveva impedito però in seguito di aderire al progetto di colpo di stato della insicura Resistenza tedesca.
Dopo il fallimento dell’attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler organizzò una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e l’ottantacinquenne padre di un loro cugino.

Che fossero stati lo sdegno per le atrocità commesse dal suo stesso esercito o la percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
“E’ ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla, però, sarà un traditore per la propria coscienza”.

Non riuscì ad uccidere Hitler e a fermare la guerra anzitempo ma riuscì concretamente a fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel bunker, insonne ed imbottito di farmaci e droghe, tra seguaci ormai disillusi che, quando alla fine lui si suicidò, riscoprirono per prima cosa il gusto di poter fumare di nuovo liberamente.


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La storia degli attentati alla vita di Hitler è costellata di incertezze, titubanze e sorprendenti atti mancati che contribuirono al loro regolare fallimento.
Hitler ringraziava istericamente ogni volta la Provvidenza per avergli salvato la vita e faceva notare come fosse un segno del destino che lui fosse ancora lì, ma avrebbe dovuto piuttosto ringraziare quel sorprendente impedimento al tirannicidio creato nel suo popolo dalla suggestione del suo personaggio.

I primi attentati furono opera di persone appartenenti alle categorie perseguitate dal regime: comunisti, ebrei e cattolici. I loro gesti disperati non fecero che causare di conseguenza altro dolore. Astutamente il dottor Goebbels prese a pretesto l’attentato di un giovane ebreo per avviare l’orgia distruttiva della Kristallnacht nel novembre 1938; come nel 1933, quando dopo l’incendio “false flag” al Reichstag si era appellato alla necessità di difendere lo Stato, stringendo ancor di più la morsa persecutoria contro gli oppositori politici, soprattutto comunisti.

L’unica occasione nella quale Hitler rischiò veramente la vita fu il 20 luglio 1944, quando una bomba squarciò la baracca nella quale si teneva una riunione militare ed egli si ritrovò ancora una volta salvo ma con i timpani lesionati e la divisa bruciacchiata, tra i cadaveri e i feriti non risparmiati dall’esplosione.
Quello che avrebbe dovuto rimanere l’unico tentativo concreto della Resistenza tedesca di eliminare il Führer e rovesciare la dittatura nazista era fallito in parte per fatalità e in parte per una disorganizzazione creata dalla dissonanza cognitiva tra la necessità di agire e le forti ed inspiegabili remore sull’uccisione di Hitler. Chi apparentemente riuscì a superare questo conflitto fu l’autore materiale dell’attentato, il conte Claus Schenk von Stauffenberg.

Fin dai primi anni di guerra, come ufficiale di stato maggiore, Stauffenberg aveva assistito ai continui errori militari di Hitler. Si era indignato nell’apprendere degli eccidi commessi dietro il fronte e nei campi di sterminio e giunse alla conclusione che era stato lo stesso Hitler a ordinarli.

“Stauffenberg e altri membri dello stato maggiore cercarono di sabotare gli ordini criminali e di neutralizzare gli errori tattici, ma con scarso successo. Egli però non si accontentava “di aver tentato”. Si convinse che Hitler doveva essere eliminato. Nel settembre del 1942 si dichiarò pronto a uccidere Hitler. In una riunione tenuta presso l’alto comando militare, uno degli ufficiali di stato maggiore disse la frase ormai trita che qualcuno avrebbe dovuto andare dal Führer e dirgli la verità sulla situazione militare. Stauffenberg replicò: “Il punto non è dirgli la verità ma ucciderlo, e io sono pronto a farlo”. Non aveva però accesso al dittatore e non trovò appoggi. Non era neppure in contatto con i cospiratori già attivi contro Hitler, guidati da Beck e Goerdeler”.

Questo episodio riportato dallo storico Hoffmann contiene una delle costanti dell’atteggiamento di coloro che venivano a conoscenza dei crimini nazisti. La reazione era quasi sempre quella di pensare: “Tutto ciò è impossibile, il Führer non può permetterlo, certamente non ne sa nulla, stanno tramando alle sue spalle, bisogna avvertirlo”. Frasi che molti tedeschi si saranno ripetuti mille volte.
Quanto doveva essere forte la fiducia in quell’uomo che si era presentato come un Messia e del Messia rivendicava l’assoluta incorruttibilità e purezza. Quali meccanismi di difesa, fino alla negazione scattavano contro la minaccia di una disillusione e la vergogna di scoprire di essere stati ingannati da altri che un criminale.
La suggestione del ciarlatano Hitler sul popolo si configura come una seduzione a tutti gli effetti, alla quale segue, nelle menti più sensibili, la vergogna per essere stati sedotti.
Mentre in alcuni questa esperienza di disinganno provocava depressione e paralisi della volontà, in altri come Stauffenberg questi sentimenti erano sopravanzati dalla spinta all’agire. Fu in Stauffenberg che venne superato il tabù dell’uccisione di Hitler.

Il percorso che l’aveva portato a piazzare una bomba sotto il tavolo al quale sedeva Hitler, era iniziato nello stesso clima culturale e ideale che è considerato dagli studiosi tra i presupposti del delirio nazionalsocialista; in quello stesso movimento di risveglio nazionale tedesco che raccoglieva i giovani aristocratici come Stauffenberg attorno al poeta Stefan George ed ai suoi languori estetizzanti ed improvvisamente era poi virato nella neoplasia razzista dei pangermanisti come Alfred Schuler e Ludwig Klages.
Stauffenberg aveva applaudito gli esordi di Hitler e ne aveva servito con senso dell’onore prussiano l’esercito. Questo non gli aveva impedito però in seguito di aderire al progetto di colpo di stato della insicura Resistenza tedesca.
Dopo il fallimento dell’attentato fu condannato a morte assieme agli altri congiurati e si dice che Hitler si facesse proiettare privatamente il filmato della loro esecuzione. Himmler organizzò una vendetta barbarica contro migliaia di persone coinvolte nel complotto e contro la famiglia Stauffenberg che fu sterminata, compresi un bambino di tre anni e l’ottantacinquenne padre di un loro cugino.

Che fossero stati lo sdegno per le atrocità commesse dal suo stesso esercito o la percezione della prossima disfatta ad armargli la mano contro Hitler, il colonnello Stauffenberg fu comunque tra i pochi a comprendere chi fosse veramente il responsabile della tragedia in atto e a trarne le conseguenze.
Pochi giorni prima del colpo di stato aveva detto alla moglie:
“E’ ora di fare qualcosa. Ma chi ha il coraggio di fare qualcosa deve farlo sapendo che nella storia tedesca sarà ricordato come un traditore. Se non fa nulla, però, sarà un traditore per la propria coscienza”.

Non riuscì ad uccidere Hitler e a fermare la guerra anzitempo ma riuscì concretamente a fare paura al semidio schiumante di rabbia, che da quel momento si rinchiuse nel bunker, insonne ed imbottito di farmaci e droghe, tra seguaci ormai disillusi che, quando alla fine lui si suicidò, riscoprirono per prima cosa il gusto di poter fumare di nuovo liberamente.

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