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Scajola vuole solo evitare che mettano insieme un nuovo governo a sua insaputa. Ormai ha imparato la lezione. Di Pisanu mi fido già di più ma che mi dite di Bruto e Cassio in Tod’s e Ferrari? Baccini e il biancofiore possono ridiventare Rosa Bianca ma, oggi come allora, se non arriva la benedizione degli Alleati non si combina nulla. 
Sarà, ma in Italia qualcuno con i maroni di un Von Stauffenberg non lo vedo.
Il duo Tabacci e Baccini, simile a quello di lei che suona il piano e lui la tromba, ha deciso di fondare un nuovo partitino e fin qui siamo nella normale espletazione delle funzioni corporee della politica italiana. Una neoformazione (oddìo sarà benigna o maligna?) di centro ed equidistante da sinistra e destra. Insomma buona per tutte le occasioni, come democristianamente si conviene.
Il problema sta nel nome scelto: La Rosa Bianca, che ha scatenato molte polemiche. Capisco lo scandalo, per qualcuno al limite della bestemmia, dell’utilizzo di un nome storicamente così significativo.


La “Rosa Bianca” era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti dell’Università di Monaco firmava nel 1943 dei volantini clandestini, nei quali venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignità e della libertà. Le figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.

Gli Scholl avevano condiviso all’inizio, come la maggioranza dei tedeschi, la suggestione seduttiva del nazismo e avevano aderito alla gioventù hitleriana. Sentivano che dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di buono. Il loro padre, è vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.

L’esperienza nella Hitlerjugend, all’inizio soddisfacente, volge in seguito verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perché non appartenevano al suo popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto l’impatto con l’irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall’osservare la mancanza di libertà individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
La sorella Inge, in un libro dedicato ai fratelli, ricorda:
“Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro e fiducioso in cui credevamo cominciò a crollare, un po’ alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non v’era più libertà né vita in fiore né prosperità né felicità per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no! Avevano posto, uno dopo l’altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere”.

Il contatto con l’ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere nei confronti della dittatura, spingono Hans all’azione. Nascono i primi volantini della “Rosa Bianca”. Ha l’appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi seguono l’arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica.

Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della “Rosa Bianca” impegnarsi in varie iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, “Abbasso Hitler!”, “Libertà”, ai volantini da distribuire anche nelle università del resto del paese. Questi gesti sono solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell’impotenza, poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte all’enormità di ciò che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in Germania occorresse più coraggio che altrove per scrivere “Libertà” su un muro. Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all’impatto con la realtà.

In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18 febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti davanti al tribunale per un processo sommario. Poco dopo apparvero altri volantini a Monaco, questa volta rossi, con la scritta: “Sono stati condannati a morte per alto tradimento: Christoph Probst, di ventiquattro anni, Hans Scholl, di venticinque anni, Sophie Scholl, di ventidue anni. La sentenza è già stata eseguita”.

Nel 2004 fu tratto un film dalla vicenda della Rosa Bianca. Rimane soprattutto impressa una scena, l’ultima, che vede Sophie avviarsi verso la ghigliottina. Un orrore senza fine, che rimanda ai ganci da macellaio ai quali furono appesi Claus Von Stauffenberg e gli altri ufficiali congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944. L’orrore assoluto che colpisce in ogni dittatura chi ha la sfacciataggine di non adeguarsi al regime, chi osa opporvisi.

Ecco, di fronte a dei ragazzi che sfidarono Hitler e furono decapitati dopo un processo sommario a poco più di vent’anni d’età, da veri martiri, capisco l’indignazione della presidente dell’Associazione La Rosa Bianca che si ispira alle gesta dei fratelli Scholl nel vedersi scippare il nome dal duo Tabacci-Baccini in cerca di voti con l’ennesima incarnazione della Balena Bianca. Una balena che non riesce proprio a nascondersi dietro ad una rosa.


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Il duo Tabacci e Baccini, simile a quello di lei che suona il piano e lui la tromba, ha deciso di fondare un nuovo partitino e fin qui siamo nella normale espletazione delle funzioni corporee della politica italiana. Una neoformazione (oddìo sarà benigna o maligna?) di centro ed equidistante da sinistra e destra. Insomma buona per tutte le occasioni, come democristianamente si conviene.
Il problema sta nel nome scelto: La Rosa Bianca, che ha scatenato molte polemiche. Capisco lo scandalo, per qualcuno al limite della bestemmia, dell’utilizzo di un nome storicamente così significativo.


La “Rosa Bianca” era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti dell’Università di Monaco firmava nel 1943 dei volantini clandestini, nei quali venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignità e della libertà. Le figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.

Gli Scholl avevano condiviso all’inizio, come la maggioranza dei tedeschi, la suggestione seduttiva del nazismo e avevano aderito alla gioventù hitleriana. Sentivano che dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di buono. Il loro padre, è vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.

L’esperienza nella Hitlerjugend, all’inizio soddisfacente, volge in seguito verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perché non appartenevano al suo popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto l’impatto con l’irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall’osservare la mancanza di libertà individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
La sorella Inge, in un libro dedicato ai fratelli, ricorda:
“Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro e fiducioso in cui credevamo cominciò a crollare, un po’ alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non v’era più libertà né vita in fiore né prosperità né felicità per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no! Avevano posto, uno dopo l’altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere”.

Il contatto con l’ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere nei confronti della dittatura, spingono Hans all’azione. Nascono i primi volantini della “Rosa Bianca”. Ha l’appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi seguono l’arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica.

Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della “Rosa Bianca” impegnarsi in varie iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, “Abbasso Hitler!”, “Libertà”, ai volantini da distribuire anche nelle università del resto del paese. Questi gesti sono solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell’impotenza, poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte all’enormità di ciò che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in Germania occorresse più coraggio che altrove per scrivere “Libertà” su un muro. Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all’impatto con la realtà.

In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18 febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti davanti al tribunale per un processo sommario. Poco dopo apparvero altri volantini a Monaco, questa volta rossi, con la scritta: “Sono stati condannati a morte per alto tradimento: Christoph Probst, di ventiquattro anni, Hans Scholl, di venticinque anni, Sophie Scholl, di ventidue anni. La sentenza è già stata eseguita”.

Nel 2004 fu tratto un film dalla vicenda della Rosa Bianca. Rimane soprattutto impressa una scena, l’ultima, che vede Sophie avviarsi verso la ghigliottina. Un orrore senza fine, che rimanda ai ganci da macellaio ai quali furono appesi Claus Von Stauffenberg e gli altri ufficiali congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944. L’orrore assoluto che colpisce in ogni dittatura chi ha la sfacciataggine di non adeguarsi al regime, chi osa opporvisi.

Ecco, di fronte a dei ragazzi che sfidarono Hitler e furono decapitati dopo un processo sommario a poco più di vent’anni d’età, da veri martiri, capisco l’indignazione della presidente dell’Associazione La Rosa Bianca che si ispira alle gesta dei fratelli Scholl nel vedersi scippare il nome dal duo Tabacci-Baccini in cerca di voti con l’ennesima incarnazione della Balena Bianca. Una balena che non riesce proprio a nascondersi dietro ad una rosa.


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