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Oggi ho letto un articolo interessante sul “Fatto quotidiano” che però mi ha lasciata parecchio perplessa. Si parlava di nuovo, come succede sempre più spesso in questi ultimi tempi, della crisi dei blog e dei loro tenutari, di coloro che, secondo Daniele Sensi, sono morti che non si rendono conto di esserlo, come Bruce Willis nel “Sesto Senso”. A Danie’, famme da’ na grattatina.
Strano perché avevo appena letto su Repubblica che in America i blogger sono sempre più considerati opinionisti degni di rispetto e dei veri guru dell’informazione, più ascoltati dei giornalisti.

Dobbiamo pensare che in Italia stia invece scoppiando la bolla dei blog? Cosa non ha funzionato? Perché la gente non li legge più (sempre che sia vero?) 
E’ perché i blogger sono dei pallosi che la menano sempre con le stesse cose (ancora Sensi dixit)? La colpa è forse di Facebook dove, ohibò, i blogger stanno a cazzeggiare tutto il giorno invece di sforzarsi gli sfinteri per scodellare il post quotidiano?
Detto, tra parentesi, che io considero Facebook semplicemente uno dei tanti mo(n)di possibili per comunicare e che, per lanciare una battuta fulminante o un commento al volo su qualcosa che si sta seguendo tutti assieme (come una trasmissione televisiva o un evento di massa) scrivere una nota sul social network è molto più pratico e sensato che fare un post di due righe su un blog che, se va bene, sarà letto qualche ora dopo che è trascorso l’attimo fuggente, io penso che la crisi dei blogger non abbia nulla a che fare con Facebook, Twitter e tutto il social cucuzzaro.
Non è assolutamente un problema di mancanza di idee, di crampo del blogger, di sindrome da “il mattino ha l’oro in bocca”. 
Innanzitutto credo che dobbiamo parlare di crisi delle blogstar, più che di crisi dei blogger.
Leggendo l’articolo del “Fatto”, mi sorge il dubbio che il mondo del blogging, inteso come piani alti dello stesso, sia caduto in un equivoco che lo sta a poco a poco distruggendo. 
Dice l’articolo:

“In Italia fare il proprio diario telematico in maniera professionale è sempre più difficile. I blogger nostrani hanno infatti sempre un “secondo” lavoro: medici, commercialisti e soprattuto giornalisti. Chi invece non ha altre entrate, spesso è costretto a chiudere il proprio sito. Troppo pochi gli inserzionisti pubblicitari.”

Come, come? Entrate, inserzionisti, pubblicità, soldi? La crisi non fa arrivare i blogger a fine mese? Professionalità? Il blogger come “primo lavoro”? Ma di che stanno parlando?
Io scrivo su un blog da cinque anni, ormai. Scrivo post quasi ogni giorno dal 2006. Mi considero quindi una blogger professionista anche se magari non sono nei primi posti delle classifiche. Non ho mai guadagnato un centesimo dal blog ma la ritengo una cosa perfettamente normale. 
D’altra parte, non mi pare di aver mai dovuto sostenere spese per questo passatempo (segnatevi la parola: passatempo). 
Ovviamente ho bisogno di una connessione ADSL. Sono venti euro al mese, che però servono anche per la navigazione normale, la lettura dei giornali online, i giochi della Zynga, Facebook e tutto il resto.
La piattaforma che mi ospita il blog è gratuita, come i siti per le immagini e i programmi che utilizzo per creare le mie vignette. Beh, veramente ho acquistato FilterForge ma si è trattato di una trentina di dollari. Riesco a mangiare lo stesso.
Per le ricerche che devo fare per scrivere alcuni post che necessitano di documentazione vado su Internet al costo della connessione ADSL di cui sopra. Se anche dovessi andare in biblioteca a consultare qualche testo, è tutto gratuito, al massimo qualche euro per le fotocopie.
Mi si potrebbe dire, “grazie, tu fai 7-800 contatti al giorno, con traffici più intensi la banda costa”. Ok, ne riparleremo quando avrò 20.000 contatti al giorno ma per ora il blog non mi costa nulla e non ho bisogno di contributi e pagamenti con PayPal. Non mi considero una ONLUS. Che facciamo, devolviamo il 5×1000 a Beppe Grillo?
E se anche putacaso volessi trasferire il blog su un dominio di mia proprietà, che già possiedo, sarebbero 25 euro circa all’anno. Nemmeno una pizza per due con birra media.
Leggo che qualcuno dei lamentosi dice che scrivere costa in sé, in quanto impegno quotidiano.
Essendo la scrittura sul blog un passatempo, non considero il tempo che impiego a mettere assieme un post un tempo monetizzabile al pari di un’ora lavorativa.
Sarà un mio limite da vecchia romanticona ma credo che debba esistere il modo di fare ancora qualcosa gratis per sé stessi e gli altri. 
Ecco perché la pubblicità non c’è sul mio blog (anche per coerenza, perché la odio), perché non ho mai pensato che un blog potesse diventare un “lavoro” e perché ritengo che duecento euro al mese in più per vedersi scritto da Google “Voti Silvio Berlusconi? Ricevi le riviste di centrodestra” non siano dignitosi. Chiedere un contributo ai lettori e sostenitori? E perché mai, se ho un primo lavoro che mi permette di mantenermi più che dignitosamente?
Allora, se io sono una blogger che non ha motivo di lamentarsi del non arrivare a fine mese per colpa della crisi – e pensiamo per piacere a chi veramente fa la fame perché la sua fabbrica delocalizza in Serbia, che è meglio – se leggiamo la classifica di BlogBabel, a cui tutti fanno riferimento per individuare le cosiddette blogstar, vediamo che il 90 per cento dei blog lo sono per modo di dire.
Il blog è nato come cosa assolutamente amatoriale, senza scopo di lucro e fatta per il puro piacere di scrivere e condividere le proprie opinioni e pensieri. Una cosa fatta da chi non scrive già per mestiere. 
Quindi mi spiegate che c’azzeccano il giornalista, il comico,  il politico (!) con il sito patinato che costa, quello si, un pacco di soldi tra grafici, webdesigner, gente che ti pompa le visite con le tecniche del web marketing per cui tutti dicono “ammazza che bravo ‘sto blogger, diecimila contatti!” e, dio non voglia, i ghostwriter che scrivono il post al posto tuo. Ecco, se questi sedicenti blogger sono in crisi, ben gli sta perché hanno voluto snaturare il fenomeno, ma non parliamo di crisi dei blog perché i blog sono altra cosa. Ci sono decine e decine di altri blogger che continuano a scrivere e a produrre informazione alternativa, racconti, satira, vignette e quant’altro. Ho detto blogger, non blogstar.
Quindi, cari amici, un conto è scrivere sul blog e un altro è scrivere per un giornale. Pretendere di guadagnare scrivendo per il blog sarebbe some scrivere gratis per un giornale, un controsenso.
Chiediamoci piuttosto altre cose, se vogliamo discutere di crisi del blogging.
Se è vero che la gente si disaffeziona, non sarà che ci sono troppe blogstar della serie “Ehi raga, oggi tutto rego?” “Cazzo, oggi no ho voglia di scrivere niente” – e giù 400 commenti? Che la controinformazione è poca e il cazzeggio tanto, come è tanta l’attenzione più alla forma che alla sostanza?
Qualcuno mi spiega perché le donne blogger sono così poche, e pochissime tra le blogstar, mentre invece io leggo sempre le cose più nuove, divertenti e creative nei blog scritti da donne?
In conclusione, il blog è un piacere, un passatempo. Il blogger è un tizio che scrive per passione e se qualcuno lo legge e lo segue, tanto meglio. Altrimenti, pace. E il denaro non c’entra niente.

P.S. della domenica.
Giusto per parlare di classifiche, in quella di Wikio, sezione politica, ci sono, al 36° posto. Unica donna (se non mi sbaglio) assieme a Sonia Alfano nelle prime cinquanta posizioni. Mi sembra un ottimo risultato per un blog low cost come il mio. In BlogBabel invece sono al 501° posto in classifica generale (413° in Wikio). Ma si sa, BlogBabel è solo per le blogstar. 

Ovvero una categoria extralusso di commentatori con la quale credo abbiano a che fare tutti i bloggers, prima o poi. Mi riferisco a coloro che, anche se ti hanno magari letto tutto il post, alla fine non ne assorbono il succo e l’immagine complessiva, la Gestalt, ma si lasciano attrarre dai dettagli, dalle piccolezze, dai particolari e soprattutto ti fanno notare l’errore. Senza la minima esitazione. Come il bambino che nota l’imperatore con le chiappe di fuori e lo grida ai quattro venti.

Io invidio loro il coraggio e la faccia tosta, che io non ho in questi casi. Quando leggo gli scritti altrui, di qualunque provenienza, bloggettara o professionale, non noto gli errori grammaticali (che possono sempre essere semplici refusi) nè vado a praticare il taglio a T sul testo per farne l’autopsia. La mia attenzione viene attratta solo da fatti clamorosi, tipo “entrare a d’agio, stanno i banbini”, mi inkazzo solo con le k e sul verbo “ha” senz’acca ma l’incazzatura la tengo per me.
Ed inoltre, per una sorta di rispetto nei confronti della fatica dello scrivere, acuita nel mio caso da una disgrafia acquisita che mi porta, senza accorgermene, a sostituire lettere con altre, costringendomi a controllare sempre due volte il prodotto delle mie digitazioni sulla tastiera, mi parrebbe poco delicato non focalizzare il commento sul concetto per distrarlo nei rivoli del particolarismo.

Invece gli spaccapelisti grammaticali (poi parleremo di quelli semantici) sono già pronti con il ditino sulla tastiera per farti notare, ohibò, il qual’é con l’apostrofo*. Magari hai scritto un pezzo documentato, ci hai messo anima, sangue, sudore e polvere da sparo ma loro, niente, potrebbe essere Manzoni ma hanno il qual è che non perdona. Se provi a ribattere che sulla questione vi sono due scuole di pensiero, con l’apostrofo e senza, non gliene frega niente. Spesso addirittura non ribattono. La loro incursione da Sorci Verdi, anzi rossi come la penna d’ordinanza che portano da bravi maestrini, è di solito rapida ed infallibile.

Ancora più spietati sono gli spaccapelisti semantici, quelli che ti fanno notare (davanti a tutti) che quella fonte che hai citato non è attendibile, oppure che hai sbagliato il link o il fatto che la notizia da te citata è stata smentita, con tanto di demolizione controllata finale del tuo castello di ipotesi.
Mi rimane sempre il dubbio se lo facciano apposta, per una sorta di sadismo della serie “mo’ ti colgo in fallo”, oppure se si tratti di automatismi come la salivazione del cane di Pavlov o il riflesso patellare.

Sono degli spaccamaroni, diciamo la verità. Più che l’amore per la correttezza grammaticale e formale di ciò che scrivi, a loro piace disturbare e rovinare la festa. Probabilmente se ti incontrano all’ingresso del cinema ti raccontano che “lui muore improvvisamente e lei scappa con l’assassino che è George”. A scuola erano quelli che, l’ultimo giorno prima delle vacanze estive, dopo i saluti della maestra, già al suono della campanella, si alzavano in piedi, con il fioccone più grande degli altri e dicevano: “Signora maestra, si è dimenticata di darci i compiti per le vacanze”. “Oh, già, è vero! Grazie, Pierfrancesco Maria. Aspettate ragazzi che ve li do’ ora.”

(NdA – Sul do’ ci vuole l’accento? Non mi arriverà addosso un maestrino in guisa di kamikaze al grido di “Tenno, heikai banzai!”? Non mi sarà scappato un qual’è? Vuoi che non ci sia chi mi correggerà il giapponese?
E chi può più dormire stasera?)

(NdA 2 – * L’apooooostrofooooo! Non l’accento!)

Vignetta di Roberto Mangosi, che ringrazio.


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Ovvero una categoria extralusso di commentatori con la quale credo abbiano a che fare tutti i bloggers, prima o poi. Mi riferisco a coloro che, anche se ti hanno magari letto tutto il post, alla fine non ne assorbono il succo e l’immagine complessiva, la Gestalt, ma si lasciano attrarre dai dettagli, dalle piccolezze, dai particolari e soprattutto ti fanno notare l’errore. Senza la minima esitazione. Come il bambino che nota l’imperatore con le chiappe di fuori e lo grida ai quattro venti.

Io invidio loro il coraggio e la faccia tosta, che io non ho in questi casi. Quando leggo gli scritti altrui, di qualunque provenienza, bloggettara o professionale, non noto gli errori grammaticali (che possono sempre essere semplici refusi) nè vado a praticare il taglio a T sul testo per farne l’autopsia. La mia attenzione viene attratta solo da fatti clamorosi, tipo “entrare a d’agio, stanno i banbini”, mi inkazzo solo con le k e sul verbo “ha” senz’acca ma l’incazzatura la tengo per me.
Ed inoltre, per una sorta di rispetto nei confronti della fatica dello scrivere, acuita nel mio caso da una disgrafia acquisita che mi porta, senza accorgermene, a sostituire lettere con altre, costringendomi a controllare sempre due volte il prodotto delle mie digitazioni sulla tastiera, mi parrebbe poco delicato non focalizzare il commento sul concetto per distrarlo nei rivoli del particolarismo.

Invece gli spaccapelisti grammaticali (poi parleremo di quelli semantici) sono già pronti con il ditino sulla tastiera per farti notare, ohibò, il qual’é con l’apostrofo*. Magari hai scritto un pezzo documentato, ci hai messo anima, sangue, sudore e polvere da sparo ma loro, niente, potrebbe essere Manzoni ma hanno il qual è che non perdona. Se provi a ribattere che sulla questione vi sono due scuole di pensiero, con l’apostrofo e senza, non gliene frega niente. Spesso addirittura non ribattono. La loro incursione da Sorci Verdi, anzi rossi come la penna d’ordinanza che portano da bravi maestrini, è di solito rapida ed infallibile.

Ancora più spietati sono gli spaccapelisti semantici, quelli che ti fanno notare (davanti a tutti) che quella fonte che hai citato non è attendibile, oppure che hai sbagliato il link o il fatto che la notizia da te citata è stata smentita, con tanto di demolizione controllata finale del tuo castello di ipotesi.
Mi rimane sempre il dubbio se lo facciano apposta, per una sorta di sadismo della serie “mo’ ti colgo in fallo”, oppure se si tratti di automatismi come la salivazione del cane di Pavlov o il riflesso patellare.

Sono degli spaccamaroni, diciamo la verità. Più che l’amore per la correttezza grammaticale e formale di ciò che scrivi, a loro piace disturbare e rovinare la festa. Probabilmente se ti incontrano all’ingresso del cinema ti raccontano che “lui muore improvvisamente e lei scappa con l’assassino che è George”. A scuola erano quelli che, l’ultimo giorno prima delle vacanze estive, dopo i saluti della maestra, già al suono della campanella, si alzavano in piedi, con il fioccone più grande degli altri e dicevano: “Signora maestra, si è dimenticata di darci i compiti per le vacanze”. “Oh, già, è vero! Grazie, Pierfrancesco Maria. Aspettate ragazzi che ve li do’ ora.”

(NdA – Sul do’ ci vuole l’accento? Non mi arriverà addosso un maestrino in guisa di kamikaze al grido di “Tenno, heikai banzai!”? Non mi sarà scappato un qual’è? Vuoi che non ci sia chi mi correggerà il giapponese?
E chi può più dormire stasera?)

(NdA 2 – * L’apooooostrofooooo! Non l’accento!)

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Io invidio loro il coraggio e la faccia tosta, che io non ho in questi casi. Quando leggo gli scritti altrui, di qualunque provenienza, bloggettara o professionale, non noto gli errori grammaticali (che possono sempre essere semplici refusi) nè vado a praticare il taglio a T sul testo per farne l’autopsia. La mia attenzione viene attratta solo da fatti clamorosi, tipo “entrare a d’agio, stanno i banbini”, mi inkazzo solo con le k e sul verbo “ha” senz’acca ma l’incazzatura la tengo per me.
Ed inoltre, per una sorta di rispetto nei confronti della fatica dello scrivere, acuita nel mio caso da una disgrafia acquisita che mi porta, senza accorgermene, a sostituire lettere con altre, costringendomi a controllare sempre due volte il prodotto delle mie digitazioni sulla tastiera, mi parrebbe poco delicato non focalizzare il commento sul concetto per distrarlo nei rivoli del particolarismo.

Invece gli spaccapelisti grammaticali (poi parleremo di quelli semantici) sono già pronti con il ditino sulla tastiera per farti notare, ohibò, il qual’é con l’apostrofo*. Magari hai scritto un pezzo documentato, ci hai messo anima, sangue, sudore e polvere da sparo ma loro, niente, potrebbe essere Manzoni ma hanno il qual è che non perdona. Se provi a ribattere che sulla questione vi sono due scuole di pensiero, con l’apostrofo e senza, non gliene frega niente. Spesso addirittura non ribattono. La loro incursione da Sorci Verdi, anzi rossi come la penna d’ordinanza che portano da bravi maestrini, è di solito rapida ed infallibile.

Ancora più spietati sono gli spaccapelisti semantici, quelli che ti fanno notare (davanti a tutti) che quella fonte che hai citato non è attendibile, oppure che hai sbagliato il link o il fatto che la notizia da te citata è stata smentita, con tanto di demolizione controllata finale del tuo castello di ipotesi.
Mi rimane sempre il dubbio se lo facciano apposta, per una sorta di sadismo della serie “mo’ ti colgo in fallo”, oppure se si tratti di automatismi come la salivazione del cane di Pavlov o il riflesso patellare.

Sono degli spaccamaroni, diciamo la verità. Più che l’amore per la correttezza grammaticale e formale di ciò che scrivi, a loro piace disturbare e rovinare la festa. Probabilmente se ti incontrano all’ingresso del cinema ti raccontano che “lui muore improvvisamente e lei scappa con l’assassino che è George”. A scuola erano quelli che, l’ultimo giorno prima delle vacanze estive, dopo i saluti della maestra, già al suono della campanella, si alzavano in piedi, con il fioccone più grande degli altri e dicevano: “Signora maestra, si è dimenticata di darci i compiti per le vacanze”. “Oh, già, è vero! Grazie, Pierfrancesco Maria. Aspettate ragazzi che ve li do’ ora.”

(NdA – Sul do’ ci vuole l’accento? Non mi arriverà addosso un maestrino in guisa di kamikaze al grido di “Tenno, heikai banzai!”? Non mi sarà scappato un qual’è? Vuoi che non ci sia chi mi correggerà il giapponese?
E chi può più dormire stasera?)

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