You are currently browsing the category archive for the ‘scuola’ category.

Sono contenta che il primo e più grave problema della scuola italiana, individuato dalla ministrina dalla penna azzurra, sia il grembiule per coprire le vergogne economiche.

Premetto che non sopporto le ragazzine con i jeans modello Aretino Pietro: giropelo davanti e sorriso verticale di dietro. Così come le loro controparti maschili con i pantaloni con il cavallo stramazzato a terra e i capelli stile alta tensione. Sono ridicoli, intruppati e omologati esattamente come lo eravamo noi con i pantaloni a zampa d’elefante, la camiciona hippy e lo zatterone.

Però, che da questi estremi modaioli si torni indietro al grembiule mi pare demenziale. Non ho parole. Soprattutto con le motivazioni addotte da Donna Gelmini.
Il grembiule, udite udite, eliminerebbe le differenze sociali, eviterebbe ai pargoli orribili traumi a causa del confronto con i compagnucci con la maglietta firmata e, soprattutto, impedirebbe agli insegnanti di giudicare gli alunni secondo il censo.
Cioè, secondo la ministra, i maestri non ti valuterebbero (ohibò) in base a quanto hai studiato: la verità è che essi controllano l’etichetta dei jeans, fanno una botta di conti sul reddito complessivo familiare e ne traggono le debite conseguenze. Non ci viene detto se in positivo o negativo e se, per caso, nella valutazione, non giochino anche le famose antipatie a pelle. Magari, celando i preziosi indumenti sotto il grembiule, si vogliono al contrario proteggere i cuccioli di ricco dall’invidia comunista dell’impubere plebaglia? Chissà?
Io ricordo che mi sentii veramente uguale ai miei compagni di scuola il giorno che non dovetti più indossare il grembiule.
Nella mia classe, alle elementari, eravamo tutte femmine, delle più varie estrazioni sociali e tutte con il grembiule bianco e il fiocco blu. Sapete come si distinguevano le ricche dalle povere? Proprio dal grembiule.
Avevo una manciata di compagne ricche, si chiamavano Flavia, Marina, Daniela, Mirella, Paola e Antonella. Non erano parenti, nemmeno si frequentavano più di tanto fuori dalla scuola, non si erano messe d’accordo, eppure erano tutte contraddistinte dagli stessi grembiuli di puro cotone, sempre impeccabilimente candidi, usciti non dal grande magazzino ma dalla costosa merceria del centro.
Il grembiule haute-couture era completato da un sottile ed elegante cravattino di nastro gros-grain blu che quelle ancora più ricche tra le ricche fermavano con uno spillino d’oro.
Noi maggioranza di alunne avevamo invece grembiuli dell’Upim in poliestere con fioccone di nailon azzurro.

Nella mia classe c’era anche una ragazza del sud figlia di emigranti, poverissima, si chiamava Cira. A lei il grembiule era stato donato per misericordia dalle Dame di S. Vincenzo e si vedeva, visto che era vistosamente fuori misura, con le maniche troppo lunghe che la impicciavano. La ricordo mentre ci smaniava dentro come fosse stata una camicia di forza. Tutta la mattina tormentava il fiocco, che a mezzogiorno era ridotto in condizioni pietose.
Come dire che, se non si riesce a nascondere la ricchezza con un grembiule, con la miseria è ancora più difficile.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Mi sbaglio io, ho le traveggole, o per gli italiani tirare fuori i soldi per i libri è quasi doloroso come pagare le tasse? Com’è che di fronte alla cultura, soprattutto quella formativa per i figli, diventiamo tutti di braccino corto mentre invece siamo pronti a sborsare € 75,00 per una cenetta per due dove esci con la fame perché una delle portate era un’oliva ripiena?
I libri sono cari tutti, è vero, ma perdinci, costano anche fatica a pensarli, scriverli e stamparli! Io che sono stata una delle più grosse lettrici compulsive e poi sono riuscita a smettere quasi del tutto, quando mi aggiro per la libreria ad annusarne l’odore e a sfogliarne ancora qualcuno con lussuria residua, noto che dopotutto e nonostante il cambio dell’euro il prezzo dei libri è rimasto più o meno uguale. Alto rispetto alle medie europee e americane, ma uguale.

Probabilmente vi sono case editrici scolastiche che fanno le furbe, approfittando del fatto che a scuola i figli bisogna mandarceli per forza ma le lamentazioni che sentiamo in questi giorni vanno al di là del fatto economico domestico.

Da giorni ormai si intervistano madri, padri e figlioli angosciati per il rincaro dei libri scolastici ma non altrettanto per quello degli zaini firmati con la Barbie e i divi del Wrestling.
I tiggì ci stringono il cuore con le tristi immagini di mercatini della speranza dove i tapini si aggirano per trovare magari l’edizione 1987, tutta sottolineata e ricoperta di cuoricini a pennarello rosso e senza copertina del testo di scienze di prima media per la pischella. Tanto, finito l’anno il libro o si butta nella monnezza o si tenta di rivenderlo nel prossimo mercatino.

Non solo, ma iniziano i doverosi test di ammissione alle Facoltà universitarie e il TG2 si inventa un servizio dove viene detto che la tassa da pagare per l’iscrizione ai test, decisa dalle varie facoltà in liberale autonomia, è troppo cara.
Si parla di 70-100 euro (una mangiatina di pesce per due in una modesta trattoria al mare) per tentare la fortuna al gratta-e-vinci accademico, si spera una sola volta nella vita. Il servizio termina lamentando l’ennesima estorsione ai danni degli italiani. Il TG2, meglio ricordarlo, è il telegiornale dei giapponesi rimasti a difendere il fortino del centrodestra nella RAI assediata dai comunisti. Quello dove, qualunque cosa rincari e qualunque meteorite piova giù dal cielo, è colpa del governo Prodi.
Il problema del costo dei test, dicevano inoltre, è per chi deve ripetere la prova magari più volte, poverino.
Per questo ci sarebbe un facile rimedio: studiare per evitare di farsi bocciare ma studiare è fatica, lo so. Meglio andare a zonzo a fare shopping e farsi comperare da mamma quelle fighissime scarpe della Nike. Prezzo € 149,00 (quasi duecentonovantamila del vecchio conio, che fa più impressione). Tanto per quella spesa la mamma non si lamenterà. Non vuole un figlio traumatizzato dal rifiuto della scarpa con la virgola che poi gli costerebbe di più in psicoanalista.

E’ curioso come, nonostante vi sia in Italia tanta gente che legge, che si fa una cultura da autodidatta o è studiosa per mestiere e vocazione, secondo la televisione e i giornali il nostro paese è e dovrebbe rimanere un paese dei balocchi di ignoranti somari dove i ragazzini è giusto che spappolino i maroni ai genitori perché comprino loro le 100.000 cose che desiderano, casualmente tutte firmate e di alto costo ma i libri no, perchè sono troppo cari.

In “Miseria e Nobiltà” il grande Totò, che si guadagna da vivere come scrivano, consiglia il villano analfabeta che è venuto a farsi scrivere una lettera da lui: “Se avete dei figli non li mandate a scuola, per carità. Lasciateli sguazzare nell’ignoranza!”.
Leggere fa pensare, si può venire informati di tante cose, magari di quelle che non dovremmo venire a sapere. Pensando si possono fare ragionamenti. Meglio rimanere somari.

http://www.youtube.com/v/8kqJb8RO7LQ

OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Mi sbaglio io, ho le traveggole, o per gli italiani tirare fuori i soldi per i libri è quasi doloroso come pagare le tasse? Com’è che di fronte alla cultura, soprattutto quella formativa per i figli, diventiamo tutti di braccino corto mentre invece siamo pronti a sborsare € 75,00 per una cenetta per due dove esci con la fame perché una delle portate era un’oliva ripiena?
I libri sono cari tutti, è vero, ma perdinci, costano anche fatica a pensarli, scriverli e stamparli! Io che sono stata una delle più grosse lettrici compulsive e poi sono riuscita a smettere quasi del tutto, quando mi aggiro per la libreria ad annusarne l’odore e a sfogliarne ancora qualcuno con lussuria residua, noto che dopotutto e nonostante il cambio dell’euro il prezzo dei libri è rimasto più o meno uguale. Alto rispetto alle medie europee e americane, ma uguale.

Probabilmente vi sono case editrici scolastiche che fanno le furbe, approfittando del fatto che a scuola i figli bisogna mandarceli per forza ma le lamentazioni che sentiamo in questi giorni vanno al di là del fatto economico domestico.

Da giorni ormai si intervistano madri, padri e figlioli angosciati per il rincaro dei libri scolastici ma non altrettanto per quello degli zaini firmati con la Barbie e i divi del Wrestling.
I tiggì ci stringono il cuore con le tristi immagini di mercatini della speranza dove i tapini si aggirano per trovare magari l’edizione 1987, tutta sottolineata e ricoperta di cuoricini a pennarello rosso e senza copertina del testo di scienze di prima media per la pischella. Tanto, finito l’anno il libro o si butta nella monnezza o si tenta di rivenderlo nel prossimo mercatino.

Non solo, ma iniziano i doverosi test di ammissione alle Facoltà universitarie e il TG2 si inventa un servizio dove viene detto che la tassa da pagare per l’iscrizione ai test, decisa dalle varie facoltà in liberale autonomia, è troppo cara.
Si parla di 70-100 euro (una mangiatina di pesce per due in una modesta trattoria al mare) per tentare la fortuna al gratta-e-vinci accademico, si spera una sola volta nella vita. Il servizio termina lamentando l’ennesima estorsione ai danni degli italiani. Il TG2, meglio ricordarlo, è il telegiornale dei giapponesi rimasti a difendere il fortino del centrodestra nella RAI assediata dai comunisti. Quello dove, qualunque cosa rincari e qualunque meteorite piova giù dal cielo, è colpa del governo Prodi.
Il problema del costo dei test, dicevano inoltre, è per chi deve ripetere la prova magari più volte, poverino.
Per questo ci sarebbe un facile rimedio: studiare per evitare di farsi bocciare ma studiare è fatica, lo so. Meglio andare a zonzo a fare shopping e farsi comperare da mamma quelle fighissime scarpe della Nike. Prezzo € 149,00 (quasi duecentonovantamila del vecchio conio, che fa più impressione). Tanto per quella spesa la mamma non si lamenterà. Non vuole un figlio traumatizzato dal rifiuto della scarpa con la virgola che poi gli costerebbe di più in psicoanalista.

E’ curioso come, nonostante vi sia in Italia tanta gente che legge, che si fa una cultura da autodidatta o è studiosa per mestiere e vocazione, secondo la televisione e i giornali il nostro paese è e dovrebbe rimanere un paese dei balocchi di ignoranti somari dove i ragazzini è giusto che spappolino i maroni ai genitori perché comprino loro le 100.000 cose che desiderano, casualmente tutte firmate e di alto costo ma i libri no, perchè sono troppo cari.

In “Miseria e Nobiltà” il grande Totò, che si guadagna da vivere come scrivano, consiglia il villano analfabeta che è venuto a farsi scrivere una lettera da lui: “Se avete dei figli non li mandate a scuola, per carità. Lasciateli sguazzare nell’ignoranza!”.
Leggere fa pensare, si può venire informati di tante cose, magari di quelle che non dovremmo venire a sapere. Pensando si possono fare ragionamenti. Meglio rimanere somari.



OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Stamattina, da Galatea, ho letto della burla realizzata dai ragazzacci di Giornalettismo ai danni dei maturandi, con la pubblicazione sul web di false tracce per la prova scritta di italiano. Una pesca a strascico miracolosa nelle cui reti sono stati acchiappati migliaia di bei pesciolini, e qualche tonno che nuota nelle redazioni dei giornali.
Oggi leggo post di replica dove li si accusa di aver voluto prendere in giro i poveri ragazzi in attesa dell’esecuzione, nel braccio della morte. La burla era in realtà troppo raffinata per la maggior parte dei palati. Vi rimando ai link sopra citati per comprendere qual’era invece il lodevole senso dell’iniziativa.

Di mio voglio solo dire che questa storia dell’esame di maturità è francamente ridicola.
Ogni anno, tra il venti e il trenta di giugno, va in scena in Italia il grande psicodramma collettivo che coinvolge insegnanti, studenti e famiglie.
Quella che all’estero è una normale prova scolastica, vissuta forse come un poco più impegnativa di altre ma senza che da essa sortiscano morti, contusi e traumatizzati a vita, da noi è addirittura oggetto di libri, canzoni e film. Celebrata come la guerra, come l’amore. Oggetto di sacro e riverente timore come il totem.

Diciamo la verità e un’enorme banalità al tempo stesso. Di una banalità da far tremare i vetri. Se uno ha studiato durante l’anno e negli anni addietro, l’esame di maturità non è che una pura formalità, come lo è l’esame di laurea. La probabilità di essere bocciati è equivalente a quella che ho io di passare tra poche ore una notte di fuoco con George Clooney.

L’esame di maturità, che ripeto, non ossessiona affatto e altrettanto i nostri colleghi terrestri, abituati all’esistenza dei doveri nella vita, oltre che dei piaceri, è per noi italiani in realtà una prova simbolica, iniziatica. Percepita quasi come quelle prove tribali dove ti appendono per i pettorali con un mega piercing tipo “Un uomo chiamato cavallo”, avete presente? Non l’ho capito fintanto che non ci sono passata anch’io, tanti anni fa, da privatista.

Come viene vissuta la preparazione all’esame dallo studente tipo? Non studiando le materie in oggetto, come sarebbe logico, ma i metodi più raffinatamente truffaldini per farcela comodamente senza sforzo. Ai miei tempi era la cartucciera. Tanti piccoli rotolini del mar morto con ipotetiche tracce d’esame infilati in una cintura. E poi altri pezzi di carta infilati in ogni dove, misteriose formule tatuate sugli avambracci, sulla pancia. Oltre ai famosi Bignamini, per molti effettivamente il livello massimo di cultura possibile.

Siamo il paese dove fregare il prossimo è un’arte; la furbizia, nel senso di passare davanti agli altri non avendone diritto, una medaglia. Siamo il paese dove l’ignoranza più nera è un vanto; dove il giorno dopo la fine della scuola bisogna sbarazzarsi dei libri di testo scolastici al più presto, come di un cadavere in decomposizione. Per carità che poi al ragazzo un giorno non venga voglia di leggerli davvero, quei libracci.
Un ben consolidato pregiudizio attribuisce ai meridionali il primato in questo tipo di arte di arrangiarsi. In realtà, da quando sono andati al governo i pionieri dell’imprenditoria del nord-est e i cantori padani dell’evasione fiscale si è scoperto che il malvezzo è ahimè diffuso dalle Alpi a Lampedusa, che il furbetto sta in ogni quartierino del bel paese.

Gli ultimi dati sull’evasione ed elusione fiscali sono agghiaccianti. Mentre milioni di dipendenti e pensionati le tasse le pagano automaticamente, il capo del governo viene fischiato da chi denuncia redditi ridicoli, tiene dipendenti in nero e passa il resto del tempo a piangere miseria. Non vi vanno bene gli studi di settore? Scegliete lo scontrino fiscale. No, lo scontrino no, perché bisogna rilasciarlo. E se ve ne andaste a fare in culo? Un’altra banalità da incrinare il bicchiere: se le tasse le pagassimo tutti le pagheremmo tutti meno.

Cosa volete quindi, che i piccoli italiani figli di coloro che non rilasciano la fattura, che sono degli analfabeti di ritorno con il panico da foglio bianco e il cervello ottenebrato dai Grandi Fratelli possano concepire di doversi impegnare per un misero esame? Meglio cercare la pappa già fatta su Internet e incazzarsi quando si scopre che era solo una bufala. Io, sarò sadica e stronza, ma ho goduto.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Stamattina, da Galatea, ho letto della burla realizzata dai ragazzacci di Giornalettismo ai danni dei maturandi, con la pubblicazione sul web di false tracce per la prova scritta di italiano. Una pesca a strascico miracolosa nelle cui reti sono stati acchiappati migliaia di bei pesciolini, e qualche tonno che nuota nelle redazioni dei giornali.
Oggi leggo post di replica dove li si accusa di aver voluto prendere in giro i poveri ragazzi in attesa dell’esecuzione, nel braccio della morte. La burla era in realtà troppo raffinata per la maggior parte dei palati. Vi rimando ai link sopra citati per comprendere qual’era invece il lodevole senso dell’iniziativa.

Di mio voglio solo dire che questa storia dell’esame di maturità è francamente ridicola.
Ogni anno, tra il venti e il trenta di giugno, va in scena in Italia il grande psicodramma collettivo che coinvolge insegnanti, studenti e famiglie.
Quella che all’estero è una normale prova scolastica, vissuta forse come un poco più impegnativa di altre ma senza che da essa sortiscano morti, contusi e traumatizzati a vita, da noi è addirittura oggetto di libri, canzoni e film. Celebrata come la guerra, come l’amore. Oggetto di sacro e riverente timore come il totem.

Diciamo la verità e un’enorme banalità al tempo stesso. Di una banalità da far tremare i vetri. Se uno ha studiato durante l’anno e negli anni addietro, l’esame di maturità non è che una pura formalità, come lo è l’esame di laurea. La probabilità di essere bocciati è equivalente a quella che ho io di passare tra poche ore una notte di fuoco con George Clooney.

L’esame di maturità, che ripeto, non ossessiona affatto e altrettanto i nostri colleghi terrestri, abituati all’esistenza dei doveri nella vita, oltre che dei piaceri, è per noi italiani in realtà una prova simbolica, iniziatica. Percepita quasi come quelle prove tribali dove ti appendono per i pettorali con un mega piercing tipo “Un uomo chiamato cavallo”, avete presente? Non l’ho capito fintanto che non ci sono passata anch’io, tanti anni fa, da privatista.

Come viene vissuta la preparazione all’esame dallo studente tipo? Non studiando le materie in oggetto, come sarebbe logico, ma i metodi più raffinatamente truffaldini per farcela comodamente senza sforzo. Ai miei tempi era la cartucciera. Tanti piccoli rotolini del mar morto con ipotetiche tracce d’esame infilati in una cintura. E poi altri pezzi di carta infilati in ogni dove, misteriose formule tatuate sugli avambracci, sulla pancia. Oltre ai famosi Bignamini, per molti effettivamente il livello massimo di cultura possibile.

Siamo il paese dove fregare il prossimo è un’arte; la furbizia, nel senso di passare davanti agli altri non avendone diritto, una medaglia. Siamo il paese dove l’ignoranza più nera è un vanto; dove il giorno dopo la fine della scuola bisogna sbarazzarsi dei libri di testo scolastici al più presto, come di un cadavere in decomposizione. Per carità che poi al ragazzo un giorno non venga voglia di leggerli davvero, quei libracci.
Un ben consolidato pregiudizio attribuisce ai meridionali il primato in questo tipo di arte di arrangiarsi. In realtà, da quando sono andati al governo i pionieri dell’imprenditoria del nord-est e i cantori padani dell’evasione fiscale si è scoperto che il malvezzo è ahimè diffuso dalle Alpi a Lampedusa, che il furbetto sta in ogni quartierino del bel paese.

Gli ultimi dati sull’evasione ed elusione fiscali sono agghiaccianti. Mentre milioni di dipendenti e pensionati le tasse le pagano automaticamente, il capo del governo viene fischiato da chi denuncia redditi ridicoli, tiene dipendenti in nero e passa il resto del tempo a piangere miseria. Non vi vanno bene gli studi di settore? Scegliete lo scontrino fiscale. No, lo scontrino no, perché bisogna rilasciarlo. E se ve ne andaste a fare in culo? Un’altra banalità da incrinare il bicchiere: se le tasse le pagassimo tutti le pagheremmo tutti meno.

Cosa volete quindi, che i piccoli italiani figli di coloro che non rilasciano la fattura, che sono degli analfabeti di ritorno con il panico da foglio bianco e il cervello ottenebrato dai Grandi Fratelli possano concepire di doversi impegnare per un misero esame? Meglio cercare la pappa già fatta su Internet e incazzarsi quando si scopre che era solo una bufala. Io, sarò sadica e stronza, ma ho goduto.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Attenzione, si avvertono i signori lettori che questo post conterrà toni molto incazzati e violenti e non avrò pietà perché sono in Mr. Blonde mode e anche se mi supplicate di non farlo vi torturerò lo stesso.

Non potete non aver sentito anche voi come i miei amati giornali e soprattutto telecinegiornaliluce stanno trattando il caso degli abusi pedofili nell’asilo di Rignano Flaminio. Per questi orribili fatti, per i quali a stento si trovano le parole per descriverli, mai come prima si sta sprecando l’aggettivo presunto. I presunti abusi, i presunti colpevoli, i presunti orrori, le presunte vittime, sgorgano come un sol vomito dalle bocche e dalle penne dei presunti giornalisti.

E va bene, siamo un popolo coerente: se quattro ragazzi vengono investiti da un ubriaco e la televisione ci ricorda gentilmente che è un rom, invochiamo tutti in coro la ghigliottina e andiamo ad incendiare il campo dal quale proviene. Se invece dei figli di troia lo cacciano nel culo di bambini di quattro anni (diconsi quattro, o anime belle) per carità, diventiamo tutti garantisti. Forse perchè le loro facce sono troppo simili alle nostre.

In fondo in fondo, stanno cercando di convincerci, sono bambini di quattro anni quindi si sono inventati tutto. Magari dopo aver riletto per l’ennesima volta l’opera omnia del Divin Marchese. E il culetto rotto da dove viene? E i genitali tagliuzzati? Cos’è, un nuovo modello di pannolino con il cavallo di Frisia incorporato? Hanno quattro anni i bimbi, brutti bastardi, e pensate che si siano inventati la faccenda del sangue da bere? O delle poppe delle maestre da massaggiare con l’olio? Chi dovrebbe solo denunciare dei fatti orribili e aiutare i bambini a non essere più tormentati si sente invece di dover ragionare come il pedofilo, che se glielo chiedete vi dirà che lui, quello che fa, lo fa per il bene dei bambini. Perchè lui i bambini li ama.

Prima di lasciare questa valle di lacrime mi piacerebbe un giorno conoscere di persona quell’emerita testa di cazzo di pennivendolo che per primo (o prima) ha avuto l’idea di definire “giochi erotici” gli abusi sessuali su bambini, ripeto, di quattro anni, con il risultato che ora tutti i suoi colleghi pubblici declamatori di balle teletrasmesse li definiscono a quel modo.
Giochi erotici, capite, come se si trattasse di loro e dei loro compagni e compagne di merende e scopate. Come se si parlasse di adulti consenzienti annoiati da troppe posizioni del missionario di sabato sera, a letto al buio e con su i calzini. Giochi erotici come quelli che i loro amici pubblicitari ammiccano di continuo con le loro campagne del cazzo sui gelati, gli yogurt e gli aperitivi.

Meravigliosa, veramente commovente, la solidarietà che, ci raccontano, “Buona Domenica” ha riservato all’autore televisivo coinvolto. Quando si dice che il mondo è governato dalle “corporations” non ci si riferisce mica alla Microsoft o alla Monsanto, ma alle vecchie e care corporazioni medievali. Chi tocca un macellaio dovrà renderne conto a tutta la categoria. E qui ci sono in campo nientepopodimenoche i generatori di televisione, ovvero i netturbini dell’etere con le loro truppe aviotrasportate. Tutti a fare quadrato attorno al possibile mostro per partito preso e solidarietà di cadreghino. Neanche un piccolo e schifosissimo dubbio, piccolo piccolo. Garantismo a rutto libero, il collega è sicuramente innocente perché i bambini si sono inventati tutto, come dicono gli avvocati difensori.

Già, quelli. Ecco, io penso che non ci sia niente di peggio di un avvocato che difende un pedofilo. Uno che ha il coraggio di insinuare che il piccolo con il culetto rotto certificato dal medico si è inventato tutto, che è in atto una calunnia, che le maestre sono “under attack”, come direbbe Bush. La pedofilia è una cosa per la quale prima bisognerebbe tagliare la testa in questione e poi cercare di ragionarci.

Io non ho alcuna pietà perché so quanto l’avere la sfiga di incontrare un pedofilo ti possa rovinare la vita per anni. Perché sai che non verresti mai creduta ed è una cosa che fa impazzire. E poi perché dovresti parlare quando per principio i bambini sono bugiardi? E poi perché se quando finalmente lo racconti, dopo vent’anni, magari trovi una parente che ti dice “beh, in fondo non ti ha mica violentata”.
Non ho pietà e nessuno dovrebbe averne per quei figli di troia. Nemmeno Cristo l’ebbe. Fu una delle poche volte che si incazzò veramente e scagliò la sua divina maledizione. “Perché Dio è violento! E gli schiaffi di Dio appiccicano al muro tutti”, come diceva Gaber.

Io non mi sento garantista di default per questi fatti, proprio per niente. Se risulteranno tutti innocenti mi cospargerò il capo di cenere, ma fintanto che ci sarà il più piccolo ed infinitesimale dubbio che uno qualunque dei bastardi abbia toccato, abusato e violato uno solo di quei bimbi io starò sempre e comunque dalla parte dei bimbi. Senza se e senza ma. Perché i bambini non si toccano, e che siate maledetti.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Lo so, è brutto rievocare i tempi in cui i maestri menavano con il righello o ti facevano inginocchiare sui ceci o, alla meno peggio, ti mandavano dietro la lavagna (io ci sono stata qualche volta).
Gli psicologi di solito in questi casi gridano che i bambini e i ragazzini non si toccano nemmeno con un fiore. Con un fiore no, ma penso che qualche bello schiaffone a tarantella ogni tanto possa fare solo bene.
Altrimenti a menarti saranno sempre di più loro. Noi adulti dovremo imparare a difencerci e non so se il Jeet Kune Do di Bruce Lee sarà sufficiente.

Lo so, ci sono tanti bravi ragazzini che sono adorabili e che crescono normali, se riescono a sopravvivere ai loro compagni.
Ci credo, come posso credere all’esistenza della vita su altri pianeti, ma quando i ragazzini sono stronzi, cattivi, violenti e senza pietà, cosa dovremmo fare? Scusarli o non saper che cazzo dire, come quella psicologa della scuola di Matteo, il sedicenne che si è ucciso esasperato dalla cattiveria dei compagni, che con un sorriso ebete ci ha spiegato che “le dinamiche interpersonali, l’interazione sociale, il disagio esistenziale” e l’anima de li mortacci?
Matteo si è ucciso, l’hai visto il funerale, e tu invece di ammettere che la tua utilità nella scuola è pari allo zero assoluto, perché i libri sui quali hai studiato erano impregnati dei sensi di colpa per il passato nero della pedagogia, le cinghiate e le fruste e per reazione si è passati alla tolleranza assoluta, che fai? La poveretta non può fare nulla, perché ha armi spuntate e perché quelli sono figli dei loro genitori.

Provate a dire ad un genitore che suo figlio non riesce a scuola perché è sostanzialmente un idiota, perché è un lavativo e uno stronzo che picchia gli altri, magari anche voi. Perché i ragazzini adesso menano pure gli insegnanti. Il signor Stronzo e la signora Stronza, genitori dello Stronzetto, come minimo si rivolgono al TAR, all’ONU e al Tribunale dell’Aja e voi rischiate il posto. I loro figli sono tutti degli Einstein e delle Montalcini, solo un po’ vivaci. Si sa come sono i bambini/ragazzini/adolescenti. A volte, manco il Ritalin riesce a calmarli.
Siete voi che non siete in grado di capirli. E soprattutto non siete capaci di riparare ai danni che loro, i genitori, hanno combinato, prima con il non aver usato il guanto e l’averli messi al mondo e secondo con l’essersene fregati della loro educazione. Educazione? Ma che vuol dire? Cos’è, una parola a bassa frequenza? Ci deve pensare la scuola e poi loro che educati non sono cosa potrebbero insegnare, anche sforzandosi, ai loro figli?

Li sbattono davanti alla televisione che frigge lentamente i loro cervellini, li riempiono di cibo e cose per non doversi spremere con le cazzate tipo affettività e amore e ne fanno delle gioiose macchine da soldi, delle slot machines nelle quali devi sempre inserire un gettone: per il giornaletto, per le merendine, per la ricarica del telefonino, per i vestiti, i manga, i cd, l’I-pod. Loro non chiedono, pretendono. Se rivolgi loro la parola non ti rispondono, prendono su e se ne vanno. Game over, insert coin. Rispondono solo al tintinnìo del gettone che cade nelle loro tasche senza fondo.
A volte i genitori li pagano solo perché si levino dai coglioni e la finiscano di ciondolargli davanti con l’espressione da encefalogramma piatto. Oppure perchè almeno gli rivolgano un “mmghhgnhhh” senza senso come parvenza di dialogo.

I baby pornostar fanno le maialate a scuola e si riprendono con il telefonino, come ci raccontano quotidianamente i media che amano grufolare in questo tipo di notizie? Perché meravigliarsi? La televisione ha insegnato alle ragazzine che bisogna essere troie e mettersi in mostra, possibilmente davanti ad un obiettivo, e loro si adeguano. I maschi conoscono solo il tipo di sessualità da richiamo della foresta, il fotti e scappa.
Senza conoscere i valori dell’affettività e dell’amore che rendono il sesso sublime sono tutti condannati a ingrassare la categoria dei sessuologi, che tra qualche anno avranno le file fuori dagli studi di clienti impotenti e frigide. Rimarremo noi vecchi a trombare allegramente come ricci.

Credere solo nel potere d’acquisto del denaro, nello sfrenato individualismo e nel poter fare tutto ciò che si vuole non ti insegna il rispetto per gli altri. Le slot-machines non hanno un cuore, così si credono in diritto di offendere gli altri, soprattutto i deboli e i diversi, che ormai comprendono il resto del mondo meno loro.
Sentono l’omino bianco con la tiara dire che gli omosessuali sono merda, anche se lo dice in maniera così intellettuale e con la voce suadente da cammellini di peluche e quindi l’insulto preferito diventa “sei un frocio”.
I piccoli aguzzini possono infierire indisturbati sui deboli perché gli insegnanti non hanno regole d’ingaggio efficaci e per i genitori sono degli adorabili geni del crimine. Siamo fortunati che i Maso (che uccise i genitori a padellate per i soldi che i vecchi non volevano sganciare) e gli Erika e Omar siano casi così rari.

Sono troppo severa, non sono tutti così, quelli sono casi limite, i giornali esagerano, si vede che non hai figli, sei vecchia?
Sarà, ma quando leggi certe cose e vedi con i tuoi occhi certi esempi vicini a te viene una rabbia blu e ti ricordi di come invece i tuoi genitori si sono fatti il mazzo tanto per educarti e tu sei venuta su con dei valori.
Ne citiamo qualcuno a caso? L’umiltà, la fatica a guadagnare denaro onestamente con il lavoro, il rispetto per gli anziani, i deboli, gli ammalati, i poveri, i lavoratori. Il rispetto e l’amore per gli animali e la natura. Il senso della collettività. L’amore per la cultura, l’arte, la musica, le cose belle della vita, la semplicità del panino con il salame, il divertimento con niente. Il no che tante volte ti sei sentita dire ma che ti ha insegnato che non si può avere tutto nella vita. Il piacere della generosità e della solidarietà, del privarsi di qualcosa per condividerlo con gli altri. La capacità di ascoltare, consolare e piangere assieme agli altri. Qualche volta se non capivi il messaggio ti arrivava uno scapaccione. Ma soccia, se poi lo capivi!

Questi ragazzini, venuti su senza controllo e senza regole come l’erbaccia, fanno rabbia e anche paura.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Flickr Photos

Blog Stats

  • 97.243 hits

Categorie