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Il 23 luglio è morta Amy Winehouse, ottima cantante molto soul, con uno stile personalissimo ispirato alle grandi voci femminili del passato. Una fine non certo inattesa, nonostante i ventisette anni, perché la sua tossicodipendenza da droghe ed alcool era talmente grave ed ostinato il suo rifiuto ad uscire dal gorgo dell’autodistruzione, come aveva cantato nella canzone “Rehab”, che nessun bookmaker inglese avrebbe accettato scommesse sulla sua morte. Pare che il giorno prima avesse acquistato un intero assortimento potenzialmente letale di droghe. Un suicidio, più che una morte accidentale, secondo molte evidenze che però saranno chiarite forse soltanto dagli esami tossicologici.
Nonostante la morte di chiunque, perfino dei peggiori criminali, in genere richiami atteggiamenti bonari nei confronti della salma, della serie “quando si muore si diventa tutti buoni a posteriori”, per Amy non è stato così. Ho notato una ferocia e una mancanza di pietà, nei commenti su Facebook e nei giornali, che mi ha lasciata perplessa.
Era una sfigata, tossica e alcolizzata, secondo questi commenti, quindi è stata tutta colpa sua se è morta. Come se l’essere sfuggiti al gorgo della droga non sia a volte un merito ma una pura questione di fortuna e del fatto di aver evitato per caso di incontrare le persone sbagliate nel momento sbagliato.
“Se l’è cercata”, come le ragazze che vengono stuprate perché girano vestite troppo provocanti.
E poi le battutine, le spiritosaggini sull’assonanza tra il cognome omen e il vino, provenienti perfino da persone intelligenti che normalmente non perdono l’aplomb di fronte al passaggio del morto.
In fondo Elvis, quando morì, era una farmacia vivente con annesso armadietto delle sostanze stupefacenti; Michael Jackson idem, ma nessuno che abbia avuto il coraggio di definirli dei tossici sfigati del cazzo. Con Amy invece si sono sfondati gli argini della pietas e si è sfiorato francamente il vilipendio.
Infine, come buon peso, Forza Nuova ha dedicato ad Amy uno dei suoi celebri poster moraleggianti, sottolineando come solo i deboli possano soccombere di droga. E allora ho cominciato a capire.
Il caso ha voluto che, lo stesso giorno, uno di quei pazzi lucidi che nessuno lo direbbe – perché i pazzi li immaginiamo sempre con il colapasta in testa e l’andatura ricurva, un figuro alto, biondo ed ariano, dopo aver pianificato a lungo il suo gesto, sia andato su un’isola norvegese con l’artiglieria pesante ed abbia fatto fuori a freddo e con l’aiuto di qualche etto di cocaina, secondo me, quasi un’ottantina di giovani suoi connazionali che stavano frequentando un campo estivo del partito laburista. Il tizio si definisce un patriota cristiano combattente contro gli islamici, tecnicamente sarebbe un allievo della cattiva maestra Oriana Fallaci e delle varie farneticazioni neocon su Eurabia ma stranamente ha scelto di non combattere i jihadisti o i talebani in Afghanistan, faccia a faccia, da uomo. Più vigliaccamente ha messo in atto il remake snuff di “Battle Royale” ed ha cercato il record del tiro al bersaglio su ragazzini di sedici anni. Il tiro al bambino paralizzato dalla paura. Un’impresa da eroe.

Questi eroi ariani però hanno un loro fascino, soprattutto nelle province meridionali neonazi del continente europeo. Ecco quindi che Vittorio Feltri, forse deluso perché l’attentatore (ha anche piazzato una bomba in centro ad Oslo, pare) non si chiama Ahmed e non puzza di kebab e non c’entra un cavolo con Al Qaeda, come si sarebbero giocati le palle i nostri giornalisti crociati, si domanda come mai lo spree-killer Breivik non abbia incontrato resistenza nei ragazzini.
Invece di pensare al dolore atroce di decine e decine di famiglie distrutte dalla morte di un figlio, improvvisandosi etologo sociale, questo scrive: “Incredibile come ciascuno pensi solo a salvare se stesso, anziché adottare la teoria più vecchia (ed efficace) del mondo: l`unione fa la forza”.
Un genio. O, più semplicemente, uno che forse non si è mai visto puntare addosso una pistola e nemmeno un fucile automatico come quello imbracciato da Breivik durante la strage ma che si considera certamente uno di quegli esseri superiori che in qualunque occasione saprebbero reagire nel modo più fascisticamente appropriato. Chissà come si sarebbe comportato, ad esempio, in mano a Er Canaro?
Il turpe Borghezio, dal canto suo, dichiara la sua ammirazione per le idee del nazi norvegese, dicendo che “sono condivisibili”. Anche qui sfugge all’essere superiore sovrappeso, la mancanza dell’elemento fondamentale, il nemico islamico e il fatto che il suo eroe sia solo un volgare killer alla Columbine uccisore di ragazzini innocenti. La Lega sulle prime fa la sdegnosa e dice di non essere d’accordo con le farneticazioni del turpe, con Maroni che chiede scusa alla Norvegia ma poi Speroni, altro bel tomo padano, si associa all’apologia di reato di governo.
Le risatacce della gente comune sul cadavere della tossicodipendente Amy Winehouse, le mutandine bagnate dei nazi nostrani per il biondo ammazzabambini altrettanto strafatto di sostanze ma tanto cristiano ed ariano, la spietatezza del vecchio cronista nei confronti dei piccoli vigliacchi che non hanno sbaragliato il terrorista come avrebbero fatto i nipoti di Chuck Norris che lui conosce a decine. Sono tutti episodi legati da un filo inconfondibilmente nero. Non fascista ma proprio nazista. Sono sintomo di un’infezione subdola ma perniciosa, della quale dovremmo avere più paura che dell’influenza suina.
Il nazismo si fonda sul culto della forza, di un popolo composto da esseri superiori incaricato da Dio di dominare il resto dell’umanità, riducendola di numero ed eliminandone tutti i rami secchi ed improduttivi. Uno dei fondamentali del nazismo, che è necessario inculcare nel popolo per ottenerne l’appoggio è l’anestesia della pietas, l’abolizione dell’empatia e l’addestramento all’insensibilità. E’ solo così che si accettano le camere a gas e i forni crematori.
Nessuna pietà per i deboli, per i malati, tanto meno per i tossicodipendenti come Amy Winehouse che, “se la cercano la morte”.
Senza pensare che la libertà è anche, volendo, decidere di morire facendosi di droga ed alcool fino a scoppiare. Ma vallo a dire nel paese del mito di San Patrignano che guariva i drogati con l’imposizione della carota ed anche del bastone; nel paese dei sondini nasogastrici inseriti a forza per legge nei malati terminali per evitare che in un soprassalto di dignità possano scegliere di morire in pace. E’ questo che fa rabbia ai nazi, la libertà. Anche quella di farsela addosso di fronte ad uno spietato assassino, a soli sedici anni.
Il neonazismo che sta infettando il nostro paese non si evince tanto dalle idee di Feltri e di Borghezio, che erano così anche da piccoli, deve preoccupare piuttosto la disinibizione della ggente comune nei commenti sulla morte di una drogata, segno che forse è passata irrimediabilmente l’idea della Fini-Giovanardi che chi si droga non è un malato ma un delinquente. Sempre però che si faccia di eroina, cocaina, ketamina ed ecstasy tutte assieme o solo di marija , perché se si strafa’ di cocaina ma ogni tanto si fa ricucire il naso e sta attento a non schiattare, magari nei bagni di Montecitorio, nessuno lo sbatterà mai in galera.
Lasciateli stare. La cantante morta di sballo e i ragazzini dell’isola della paura ammazzati da uno strafatto che però non si deve far notare perché lui lottava contro i perfidi islamici. Lasciateli riposare in pace. E soprattutto non chiamatevi cristiani, che quelli veri non ridacchiano e non sbeffeggiano i morti. E soprattutto non li giudicano.
Càpita spesso in questi giorni di discutere con interlocutori che difendono a spada tratta le ragioni di Israele.
C’è chi sta dalla parte di Israele non perchè forse i palestinesi non abbiano più ragione ma perchè è meglio che stare dalla parte dei terroristi. “Either with us or with the terrorists”, come disse George W. Bush, il grande presidente americano.

C’è chi, anche e soprattutto a sinistra o presunta tale, si caga sotto per la paura di passare per antisemita e dice “si, poverini i palestinesi, però quei razzi sulle popolazioni israeliane, eh -eh- eh “, agitando il ditino e facendo finta che le bombe da una tonnellata su una casa e un razzo Qassam siano la stessa cosa, finendo quindi per reggere il sacco a chi stermina i civili. Ho detto stermina, è una parola troppo forte, compagni kilombisti?

A parte i blog ultras-sionisti che a leggerli vien voglia di invadere la Polonia, c’è chi, da destra, sta con Israele perchè non possiamo non essere israeliani, perchè sente il richiamo del bastone e la retorica del diritto del più forte e si lascia inebriare dall’odore del fosforo bianco la mattina, e infine perchè i dirigenti goyim della destra ultimamente stanno tutti in coda per la circoncisione ad honorem.

Un caso particolare è rappresentato da chi, da ebreo, da destra o da sinistra, non riesce ad andare oltre la tifoseria ultras e si adegua passivamente a ciò che dei governanti corrotti (Olmert è inquisito, lo stiamo dimenticando?) e senza cuore come la Livni (quanto è cattiva, quella ragazza) stanno compiendo ai danni di una popolazione civile, che solo dei nazisti definirebbero “terrorista” in toto, bambini compresi.
Anche se si lasciano andare a qualche tiepido proposito di pace con i palestinesi, gli ebrei della diaspora (coadiuvati dai loro volonterosi goyim), alla fin fine sono come i tifosi di una squadra colta in flagrante a comperarsi gli scudetti: è sempre la squadra del cuore, e noi saremo ultras fino alla morte.
Pensare che è solo questione di ideologia e dirigenti. Basterebbe gettare alle ortiche il sionismo, cambiare musica, maledire Herzl e ricominciare daccapo in pace con gli altri popoli. Grande Israele, fottiti. Il problema è quello, non Hamas.

Chi difende Israele recita a memoria il corollario degli slogan sionisti che da sessant’anni ci vengono ripetuti continuamente a mo’ di mantra: è l’unica democrazia del medioriente, la terra non l’hanno rubata ma l’hanno regolarmente acquistata dagli inglesi, i palestinesi hanno sempre rifiutato gli accordi di pace quindi si fottano. Ora è di moda il tormentone “Israele ha diritto di difendersi”. Lo si ripete a pappagallo, senza nemmeno rendersi conto di ciò che si sta dicendo, come se si trattasse di una formula magica. Una maledizione, purtroppo, per il popolo palestinese.

Anch’io da bambina ho creduto alla bella favola sionista del paese che era riuscito a far crescere i pompelmi nel deserto (non importa che la Palestina, ai primi del Novecento, fosse una delle maggiori esportatrici di frutta del medioriente).
Poi, guarda caso, ho cominciato a leggere alcuni scrittori israeliani, per esempio David Grossman, Yoram Binur ed altri, e Babbo Natale è volato via per sempre. Anche Tom Segev nel “Settimo milione”, racconta le contraddizioni di un popolo assemblato più per compiacere un’ideologia fanatica che per vera convinzione, citando come esempio il dramma degli ebrei tedeschi emigrati negli anni trenta, obbligati ad abbandonare la cultura e la lingua tedesca per imparare una lingua ostica e lontana, l’ebraico, e sottoposti perfino ad ostracismo per le loro origini.

Israele sarà anche democratica per l’elite ashkenazita che la governa ma dal ’48 ad oggi non ha ancora avuto il tempo di darsi una costituzione. La popolazione araba non è considerata al pari di quella ebraica, checchè ne dicano i soliti instancabili PR sionisti. E’ anche una società profondamente classista, dove gli stessi ebrei non ashkenaziti, ovvero i sefarditi, per non parlare degli emigrati dalla Russia, degli ebrei etiopi ecc. vengono sottoposti a vere e proprie discriminazioni. Grossman parla, nel “Vento Giallo” di una società stratificata, dove in alto stanno i ricchi, poi gli ashkenaziti, poi i sefarditi e gli ebrei di altra origine, compresi i neri etiopi. Ancora più giù stanno i russi, poi i lavoratori stranieri. Scendendo verso gli inferi troviamo gli arabi israeliani e in fondo in fondo, così profondi che si fa fatica a scorgerli, i palestinesi. Un piccolo Sudafrica pre-Mandela, che però gode di una tifoseria molto ampia in ogni parte del mondo e di un formidabile e capillare ufficio di pubbliche relazioni.

Israele è molto brava a vendere di sé un immagine da Agenzia Turistica ma è l’unico paese al mondo che, se gli fai notare che la realtà non è così patinata come sembra, ti spara addosso.
E’ l’unico paese che pretende di vivere al di là delle leggi alle quali si devono attenere gli altri paesi del mondo. E’ un paese spocchioso che tiene per le palle perfino l’unica potenza mondiale. Mi ha fatto un po’ pena, decisamente, la portavoce del governo statunitense che stasera, pur di fronte all’abominio del bombardamento della scuola, ha dovuto comunque giurare fedeltà ad Israele.
E’ un paese che non uccide in guerra, è sempre spinto ad uccidere dal nemico. Non siamo al serial killer che uccideva perchè glielo ordinava il suo cane ma siamo comunque ad un buon livello di nevrosi.
E’ un paese paranoico che applica sistematicamente l’aggressione preventiva perchè “lo vogliono cancellare”. E’ come il bambino che è stato torturato da piccolo che da grande diventa omicida seriale.
Il disturbo compiuto ai danni dei “suoi”, comporta sempre una tremenda vendetta collettiva sugli “altri”. Il mio vicino mi disturba con lo stereo a tutto volume, gli butto giù la casa con la ruspa e gli sradico gli ulivi. Poi gli stermino la famiglia, così impara.

Diritto di difendersi vuol dire in pratica, per Israele, avere il diritto di uccidere indiscriminatamente i civili di un altro popolo, geneticamente fin troppo simile ma percepito come inferiore e quasi subumano.
E’ solo considerando il bambino palestinese non-bambino, non-umano, che riesci ad ammazzarlo e a non sentirti spaccartisi il cuore guardandone le lacrime.
Mi piacerebbe capire se alla Livni l’immagine di questo bambino della foto comporta qualche alterazione a livello emotivo. Io riesco a malapena a guardarlo, mi uccide.

Hanno diritto di difendersi. I palestinesi lanciavano i razzetti e quindi loro ne hanno ammazzati finora per rappresaglia più di 600. Oggi hanno tirato giù una scuola, facendo 30 morti in un botto. “Qualche bambino tra le vittime” hanno detto i kapò della televisione. Come se nelle scuole vi fossero dei vecchi. Nel filmato, un medico norvegese spiega come Gaza sia abitata per lo più da giovani e giovanissimi, come sia impossibile non colpire i civili e come questa aggressione sia assolutamente intollerabile.

Se un qualunque altro paese colpisse una scuola con i missili andrebbe di fronte al tribunale dell’Aja, alla Milosevic. Israele no. Deve difendersi.

La corrispondenza di Vittorio Arrigoni.
Gilad Atzmon – “Vivere con i giorni contati in una terra rubata”.

http://www.youtube.com/v/Ev6ojm62qwA&hl=it&fs=1

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Càpita spesso in questi giorni di discutere con interlocutori che difendono a spada tratta le ragioni di Israele.
C’è chi sta dalla parte di Israele non perchè forse i palestinesi non abbiano più ragione ma perchè è meglio che stare dalla parte dei terroristi. “Either with us or with the terrorists”, come disse George W. Bush, il grande presidente americano.

C’è chi, anche e soprattutto a sinistra o presunta tale, si caga sotto per la paura di passare per antisemita e dice “si, poverini i palestinesi, però quei razzi sulle popolazioni israeliane, eh -eh- eh “, agitando il ditino e facendo finta che le bombe da una tonnellata su una casa e un razzo Qassam siano la stessa cosa, finendo quindi per reggere il sacco a chi stermina i civili. Ho detto stermina, è una parola troppo forte, compagni kilombisti?

A parte i blog ultras-sionisti che a leggerli vien voglia di invadere la Polonia, c’è chi, da destra, sta con Israele perchè non possiamo non essere israeliani, perchè sente il richiamo del bastone e la retorica del diritto del più forte e si lascia inebriare dall’odore del fosforo bianco la mattina, e infine perchè i dirigenti goyim della destra ultimamente stanno tutti in coda per la circoncisione ad honorem.

Un caso particolare è rappresentato da chi, da ebreo, da destra o da sinistra, non riesce ad andare oltre la tifoseria ultras e si adegua passivamente a ciò che dei governanti corrotti (Olmert è inquisito, lo stiamo dimenticando?) e senza cuore come la Livni (quanto è cattiva, quella ragazza) stanno compiendo ai danni di una popolazione civile, che solo dei nazisti definirebbero “terrorista” in toto, bambini compresi.
Anche se si lasciano andare a qualche tiepido proposito di pace con i palestinesi, gli ebrei della diaspora (coadiuvati dai loro volonterosi goyim), alla fin fine sono come i tifosi di una squadra colta in flagrante a comperarsi gli scudetti: è sempre la squadra del cuore, e noi saremo ultras fino alla morte.
Pensare che è solo questione di ideologia e dirigenti. Basterebbe gettare alle ortiche il sionismo, cambiare musica, maledire Herzl e ricominciare daccapo in pace con gli altri popoli. Grande Israele, fottiti. Il problema è quello, non Hamas.

Chi difende Israele recita a memoria il corollario degli slogan sionisti che da sessant’anni ci vengono ripetuti continuamente a mo’ di mantra: è l’unica democrazia del medioriente, la terra non l’hanno rubata ma l’hanno regolarmente acquistata dagli inglesi, i palestinesi hanno sempre rifiutato gli accordi di pace quindi si fottano. Ora è di moda il tormentone “Israele ha diritto di difendersi”. Lo si ripete a pappagallo, senza nemmeno rendersi conto di ciò che si sta dicendo, come se si trattasse di una formula magica. Una maledizione, purtroppo, per il popolo palestinese.

Anch’io da bambina ho creduto alla bella favola sionista del paese che era riuscito a far crescere i pompelmi nel deserto (non importa che la Palestina, ai primi del Novecento, fosse una delle maggiori esportatrici di frutta del medioriente).
Poi, guarda caso, ho cominciato a leggere alcuni scrittori israeliani, per esempio David Grossman, Yoram Binur ed altri, e Babbo Natale è volato via per sempre. Anche Tom Segev nel “Settimo milione”, racconta le contraddizioni di un popolo assemblato più per compiacere un’ideologia fanatica che per vera convinzione, citando come esempio il dramma degli ebrei tedeschi emigrati negli anni trenta, obbligati ad abbandonare la cultura e la lingua tedesca per imparare una lingua ostica e lontana, l’ebraico, e sottoposti perfino ad ostracismo per le loro origini.

Israele sarà anche democratica per l’elite ashkenazita che la governa ma dal ’48 ad oggi non ha ancora avuto il tempo di darsi una costituzione. La popolazione araba non è considerata al pari di quella ebraica, checchè ne dicano i soliti instancabili PR sionisti. E’ anche una società profondamente classista, dove gli stessi ebrei non ashkenaziti, ovvero i sefarditi, per non parlare degli emigrati dalla Russia, degli ebrei etiopi ecc. vengono sottoposti a vere e proprie discriminazioni. Grossman parla, nel “Vento Giallo” di una società stratificata, dove in alto stanno i ricchi, poi gli ashkenaziti, poi i sefarditi e gli ebrei di altra origine, compresi i neri etiopi. Ancora più giù stanno i russi, poi i lavoratori stranieri. Scendendo verso gli inferi troviamo gli arabi israeliani e in fondo in fondo, così profondi che si fa fatica a scorgerli, i palestinesi. Un piccolo Sudafrica pre-Mandela, che però gode di una tifoseria molto ampia in ogni parte del mondo e di un formidabile e capillare ufficio di pubbliche relazioni.

Israele è molto brava a vendere di sé un immagine da Agenzia Turistica ma è l’unico paese al mondo che, se gli fai notare che la realtà non è così patinata come sembra, ti spara addosso.
E’ l’unico paese che pretende di vivere al di là delle leggi alle quali si devono attenere gli altri paesi del mondo. E’ un paese spocchioso che tiene per le palle perfino l’unica potenza mondiale. Mi ha fatto un po’ pena, decisamente, la portavoce del governo statunitense che stasera, pur di fronte all’abominio del bombardamento della scuola, ha dovuto comunque giurare fedeltà ad Israele.
E’ un paese che non uccide in guerra, è sempre spinto ad uccidere dal nemico. Non siamo al serial killer che uccideva perchè glielo ordinava il suo cane ma siamo comunque ad un buon livello di nevrosi.
E’ un paese paranoico che applica sistematicamente l’aggressione preventiva perchè “lo vogliono cancellare”. E’ come il bambino che è stato torturato da piccolo che da grande diventa omicida seriale.
Il disturbo compiuto ai danni dei “suoi”, comporta sempre una tremenda vendetta collettiva sugli “altri”. Il mio vicino mi disturba con lo stereo a tutto volume, gli butto giù la casa con la ruspa e gli sradico gli ulivi. Poi gli stermino la famiglia, così impara.

Diritto di difendersi vuol dire in pratica, per Israele, avere il diritto di uccidere indiscriminatamente i civili di un altro popolo, geneticamente fin troppo simile ma percepito come inferiore e quasi subumano.
E’ solo considerando il bambino palestinese non-bambino, non-umano, che riesci ad ammazzarlo e a non sentirti spaccartisi il cuore guardandone le lacrime.
Mi piacerebbe capire se alla Livni l’immagine di questo bambino della foto comporta qualche alterazione a livello emotivo. Io riesco a malapena a guardarlo, mi uccide.

Hanno diritto di difendersi. I palestinesi lanciavano i razzetti e quindi loro ne hanno ammazzati finora per rappresaglia più di 600. Oggi hanno tirato giù una scuola, facendo 30 morti in un botto. “Qualche bambino tra le vittime” hanno detto i kapò della televisione. Come se nelle scuole vi fossero dei vecchi. Nel filmato, un medico norvegese spiega come Gaza sia abitata per lo più da giovani e giovanissimi, come sia impossibile non colpire i civili e come questa aggressione sia assolutamente intollerabile.

Se un qualunque altro paese colpisse una scuola con i missili andrebbe di fronte al tribunale dell’Aja, alla Milosevic. Israele no. Deve difendersi.

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Gilad Atzmon – “Vivere con i giorni contati in una terra rubata”.


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C’è chi sta dalla parte di Israele non perchè forse i palestinesi non abbiano più ragione ma perchè è meglio che stare dalla parte dei terroristi. “Either with us or with the terrorists”, come disse George W. Bush, il grande presidente americano.

C’è chi, anche e soprattutto a sinistra o presunta tale, si caga sotto per la paura di passare per antisemita e dice “si, poverini i palestinesi, però quei razzi sulle popolazioni israeliane, eh -eh- eh “, agitando il ditino e facendo finta che le bombe da una tonnellata su una casa e un razzo Qassam siano la stessa cosa, finendo quindi per reggere il sacco a chi stermina i civili. Ho detto stermina, è una parola troppo forte, compagni kilombisti?

A parte i blog ultras-sionisti che a leggerli vien voglia di invadere la Polonia, c’è chi, da destra, sta con Israele perchè non possiamo non essere israeliani, perchè sente il richiamo del bastone e la retorica del diritto del più forte e si lascia inebriare dall’odore del fosforo bianco la mattina, e infine perchè i dirigenti goyim della destra ultimamente stanno tutti in coda per la circoncisione ad honorem.

Un caso particolare è rappresentato da chi, da ebreo, da destra o da sinistra, non riesce ad andare oltre la tifoseria ultras e si adegua passivamente a ciò che dei governanti corrotti (Olmert è inquisito, lo stiamo dimenticando?) e senza cuore come la Livni (quanto è cattiva, quella ragazza) stanno compiendo ai danni di una popolazione civile, che solo dei nazisti definirebbero “terrorista” in toto, bambini compresi.
Anche se si lasciano andare a qualche tiepido proposito di pace con i palestinesi, gli ebrei della diaspora (coadiuvati dai loro volonterosi goyim), alla fin fine sono come i tifosi di una squadra colta in flagrante a comperarsi gli scudetti: è sempre la squadra del cuore, e noi saremo ultras fino alla morte.
Pensare che è solo questione di ideologia e dirigenti. Basterebbe gettare alle ortiche il sionismo, cambiare musica, maledire Herzl e ricominciare daccapo in pace con gli altri popoli. Grande Israele, fottiti. Il problema è quello, non Hamas.

Chi difende Israele recita a memoria il corollario degli slogan sionisti che da sessant’anni ci vengono ripetuti continuamente a mo’ di mantra: è l’unica democrazia del medioriente, la terra non l’hanno rubata ma l’hanno regolarmente acquistata dagli inglesi, i palestinesi hanno sempre rifiutato gli accordi di pace quindi si fottano. Ora è di moda il tormentone “Israele ha diritto di difendersi”. Lo si ripete a pappagallo, senza nemmeno rendersi conto di ciò che si sta dicendo, come se si trattasse di una formula magica. Una maledizione, purtroppo, per il popolo palestinese.

Anch’io da bambina ho creduto alla bella favola sionista del paese che era riuscito a far crescere i pompelmi nel deserto (non importa che la Palestina, ai primi del Novecento, fosse una delle maggiori esportatrici di frutta del medioriente).
Poi, guarda caso, ho cominciato a leggere alcuni scrittori israeliani, per esempio David Grossman, Yoram Binur ed altri, e Babbo Natale è volato via per sempre. Anche Tom Segev nel “Settimo milione”, racconta le contraddizioni di un popolo assemblato più per compiacere un’ideologia fanatica che per vera convinzione, citando come esempio il dramma degli ebrei tedeschi emigrati negli anni trenta, obbligati ad abbandonare la cultura e la lingua tedesca per imparare una lingua ostica e lontana, l’ebraico, e sottoposti perfino ad ostracismo per le loro origini.

Israele sarà anche democratica per l’elite ashkenazita che la governa ma dal ’48 ad oggi non ha ancora avuto il tempo di darsi una costituzione. La popolazione araba non è considerata al pari di quella ebraica, checchè ne dicano i soliti instancabili PR sionisti. E’ anche una società profondamente classista, dove gli stessi ebrei non ashkenaziti, ovvero i sefarditi, per non parlare degli emigrati dalla Russia, degli ebrei etiopi ecc. vengono sottoposti a vere e proprie discriminazioni. Grossman parla, nel “Vento Giallo” di una società stratificata, dove in alto stanno i ricchi, poi gli ashkenaziti, poi i sefarditi e gli ebrei di altra origine, compresi i neri etiopi. Ancora più giù stanno i russi, poi i lavoratori stranieri. Scendendo verso gli inferi troviamo gli arabi israeliani e in fondo in fondo, così profondi che si fa fatica a scorgerli, i palestinesi. Un piccolo Sudafrica pre-Mandela, che però gode di una tifoseria molto ampia in ogni parte del mondo e di un formidabile e capillare ufficio di pubbliche relazioni.

Israele è molto brava a vendere di sé un immagine da Agenzia Turistica ma è l’unico paese al mondo che, se gli fai notare che la realtà non è così patinata come sembra, ti spara addosso.
E’ l’unico paese che pretende di vivere al di là delle leggi alle quali si devono attenere gli altri paesi del mondo. E’ un paese spocchioso che tiene per le palle perfino l’unica potenza mondiale. Mi ha fatto un po’ pena, decisamente, la portavoce del governo statunitense che stasera, pur di fronte all’abominio del bombardamento della scuola, ha dovuto comunque giurare fedeltà ad Israele.
E’ un paese che non uccide in guerra, è sempre spinto ad uccidere dal nemico. Non siamo al serial killer che uccideva perchè glielo ordinava il suo cane ma siamo comunque ad un buon livello di nevrosi.
E’ un paese paranoico che applica sistematicamente l’aggressione preventiva perchè “lo vogliono cancellare”. E’ come il bambino che è stato torturato da piccolo che da grande diventa omicida seriale.
Il disturbo compiuto ai danni dei “suoi”, comporta sempre una tremenda vendetta collettiva sugli “altri”. Il mio vicino mi disturba con lo stereo a tutto volume, gli butto giù la casa con la ruspa e gli sradico gli ulivi. Poi gli stermino la famiglia, così impara.

Diritto di difendersi vuol dire in pratica, per Israele, avere il diritto di uccidere indiscriminatamente i civili di un altro popolo, geneticamente fin troppo simile ma percepito come inferiore e quasi subumano.
E’ solo considerando il bambino palestinese non-bambino, non-umano, che riesci ad ammazzarlo e a non sentirti spaccartisi il cuore guardandone le lacrime.
Mi piacerebbe capire se alla Livni l’immagine di questo bambino della foto comporta qualche alterazione a livello emotivo. Io riesco a malapena a guardarlo, mi uccide.

Hanno diritto di difendersi. I palestinesi lanciavano i razzetti e quindi loro ne hanno ammazzati finora per rappresaglia più di 600. Oggi hanno tirato giù una scuola, facendo 30 morti in un botto. “Qualche bambino tra le vittime” hanno detto i kapò della televisione. Come se nelle scuole vi fossero dei vecchi. Nel filmato, un medico norvegese spiega come Gaza sia abitata per lo più da giovani e giovanissimi, come sia impossibile non colpire i civili e come questa aggressione sia assolutamente intollerabile.

Se un qualunque altro paese colpisse una scuola con i missili andrebbe di fronte al tribunale dell’Aja, alla Milosevic. Israele no. Deve difendersi.

La corrispondenza di Vittorio Arrigoni.
Gilad Atzmon – “Vivere con i giorni contati in una terra rubata”.



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C’è un appuntamento importante martedì prossimo 25 settembre alle 22,30 su La7. A trentacinque anni dalla sua uscita dovrebbe, spiegherò tra un attimo il perché del condizionale, andare in onda in tv per la prima volta in chiaro Arancia Meccanica, il capolavoro di Stanley Kubrick.
Dovrebbe perché sento già scaldare i motori dei vari MOIGE, delle associazioni per la difesa del delicato palato del telespettatore, dei bambini nottambuli, dei ggiovani che immediatamente dopo uscirebbero ad imitare le imprese di Alex e dei suoi drughi con tanto di bombetta e anfibi.

Scommetto quello che volete che, appena comperato e letto avidamente “Sorrisi e Canzoni” della prossima settimana, i casalinghi disperati urleranno che “Arancia Meccanica” va vietato perchè non è un film per il telespettatore medio italiano, cioè quello che ha visto mille volte in prima serata “Il giustiziere della notte”, concorrenti di reality-show mangiare insetti vivi per vincere soldi, litigare vecchie baldracche con giovani troiette sui divani dei bordelli intellettuali dell’informazione televisiva e centinaia di puntate su Cogne di Porta a Porta.
Se sono rimasti turbati dal satanismo patinato e dalle mascherine in perizoma di Eyes Wide Shut, immagino lo shock che proverebbero di fronte ai cazzi della signora dei gatti.

Quando uscì al cinema avevo dodici anni quindi non era proprio alla mia portata. Lo vidi per la prima volta dieci anni fa con la curiosità ed anche il pregiudizio che lo avevano sempre accompagnato. Malsano, pericoloso, un esempio di cinema che produce violenza per imitazione. Cazzate. E’ un film fondamentale. Non facile, sgradevole ma necessario, come certe medicine.
La società è già abbastanza violenta di suo per farsi suggestionare dal cinema. Credete che le torture, gli stupri e gli omicidi efferati abbiano bisogno dell’input di un’opera artistica per essere perpetrati? Il film preferito di Jeffrey Dahmer, il cannibale seriale di Milwaukee era “Il ritorno dello Jedi”, che guardava per caricarsi prima di una mangiatina. Un film che non credo sia bandito nemmeno dall’Opus Dei.

Arancia Meccanica prefigurava nel 1972 una società futura, quindi il nostro presente, grosso modo.
Non fa impressione constatare che qualche parola del gergo ideato da Anthony Burgess nel suo romanzo è diventato linguaggio quasi comune? Io la parola “carasciò” la sento ogni giorno al mercato. Per fortuna non sono drughi ma badanti russe.
La violenza è parte integrante della nostra società. Burgess e Kubrick l’hanno solo prevista in anticipo. L’ho già detto ma sono costretta a ripetermi, le immagini dei pestaggi del G8 di Genova sono peggio di Arancia Meccanica. Non sono finzione ma snuff-movie.

Spazziamo via un equivoco. Arancia Meccanica non è un film sulla violenza, anzi l’ultraviolenza, fine a se stessa. In Inghilterra credo sia tuttora proibita la sua proiezione e si può capire perchè. La violenza è funzionale a Burgess e a Kubrick per parlare del Potere.
Alex è un nichilista, un uomo libero anche se un criminale, è il cattivo selvaggio. Nel film precedente “2001 odissea nello spazio”, Kubrick chiudeva con l’immagine del bambino dello spazio dai grandi occhi. La prima immagine del film successivo sono gli occhi di Alex.
E’ tutta lì l’evoluzione umana? L’ultraviolenza delle scimmie antropomorfe che si uccidono a colpi di osso si lega con i bastoni dei drughi che si spezzano sulle schiene dei barboni facendoci pensare che non sia cambiato nulla? E’ un discorso pessimista, certo, ma estremamente realistico.

Chi manovra la violenza e la inquadra a proprio vantaggio è la politica. Sia il ministro degli interni che rieduca Alex che il suo oppositore che se ne vendica spingendolo al suicidio compiono una violenza non meno grave di quelle compiute dallo sciagurato ragazzo ma accettabili perchè istituzionali. Alla fine del film rimane l’amarezza di constatare che il Potere non può tollerare la libertà dell’individuo perché deve pilotarla e il bello non è che dalla rieducazione vengano fuori individui migliori, solo più alienati, impotenti di fronte alla violenza globale della società. E’ pesante anche la suggestione che i drughi siano stati aggregati alle forze dell’ordine. Purchè sappiano far male non importa da dove vengono.
“I was cured alright”, sono guarito, dice Alex alla fine ma a che prezzo?

Andrà in onda veramente Arancia Meccanica? Leggo che vi sarà una trasmissione di preparazione di un’ora con vari intellettuali ed esperti (in rappresentanza del Potere) in attesa delle 22,30, un po’ come quando si va in sala operatoria e ti devono fare tutte le anestesie del caso. Una volta il dibattito seguiva, adesso precede. Il dibattito preventivo.
Ripeteranno mille volte di mandare via i bambini e le persone impressionabili. Forse ci faranno passare la voglia di vederlo.
Finirà che un 20% di telespettatori capirà il film, il 40% cambierà canale perchè l’ha già visto su DVD o su Sky, un altro 20% non lo capirà e un 20% si addormenterà. Salvo censure, è ovvio. Molto carasciò.

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