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Sto cucinando una ratatouille che in itinere si è trasformata in una caponata, grazie al tocco di aceto balsamico insegnatomi dall’amico Salvo. E’ bello rimescolare tante verdure diverse nel wok, sentirne gli odori che ne emanano. Cucinare rilassa e mentre rimescoli il cibo, tanti pensieri ti corrono nel cervello sui pattini, alcuni silenziosamente, sul ghiaccio, altri sbatacchiando come quei maledetti skateboard.
Oggi la UE ha deciso che, per certi tipi di contratto come quelli a chiamata, si potrà lavorare fino ad un massimo di 65 ore settimanali. Sarà indispensabile a questo punto dotare i lavoratori di catetere, così si eviteranno anche le fastidiose soste per la pisciatina. Per altre necessità: un semplice ed economico tappo.
65 ore in una settimana vuol dire vivere solo per il lavoro. Non avere più una vita. Addormentarsi mentre si conduce un autobus. Vabbè, tanto avremo un’eternità per dormire.

Ieri ho sentito la Fiamma Nirenstein a Radio Radicale annunciare, tutta eccitata, che gli USA finalmente sganceranno gli agognati aerei Stealth ad Israele. Sono gli aerei invisibili, rapidi ed infallibili, che arrivano, fanno danno ma nessuno li ha visti sul radar. “Chi ti ha bombardato Ahmed?” “Nessuno mi ha bombardato, Nessuno!”
Comunque c’è un qualcosa di leggermente osceno in una donna che gioisce per nuovi ninnoli da guerra da regalare al marito.

Sono quarant’anni dal 1968 e tutto ciò che ne consegue ma nessuno ne parla. Né tv, né giornali, nemmeno History Channel. L’altro giorno ho visto, giusto per stare in tema “The Dreamers” di Bertolucci. La trama è ficcante: uno studentello dai labbroni a canotto viene adescato da una coppia perversa di fratelli e scopre che, come gli diceva sempre sua madre, le più troie sono le vergini. Che c’entra il ’68? Me lo sono chiesta anch’io. Citofonare Bernardo.

La nazionale di calcio ha avuto il suo primo Vietnam europeo ieri sera. Come da copione. I grandi eserciti imperiali perdono sempre contro la guerriglia. Solo noi come campioni del mondo potevamo perdere la partita con tre pappine implacabili.
Avete visto Marco Van Basten alla fine? Aveva lo sguardo di Ali Agca quando diceva “Io no sparato a Pappa”. Per Donadoni stanno già preparando la croce. Gattuso è stato sentito dire “io a quello non lo conosco” (riferendosi al suo mister).

Com’è stato possibile che tra una montagna di monnezza televisiva la RAI ci abbia potuto dare “Il commissario Montalbano”? Mi sto riguardando gli episodi in dvd. Mi piace tutto di quella serie ma soprattuto le location, i luoghi. Quando la Sicilia ti si presenta di fronte mostrando senza pudore Scicli e Marina di Ragusa, le perdoni anche Schifani. Riuscite ad ottenere lo stesso risultato con Trezzano sul Naviglio?

Il primario della clinica privata si difende: “Era per il bene dei pazienti”. Anche i pedofili sono convinti di insegnare educazione sessuale ai bambini che si fottono.

La Carfagna ha detto, in una intervista al TG2: “Se avessi un figlio gay lo inviterei a vivere la sua vita ma senza eccessi, con sobrietà”. Forse a Ferragosto gli permetterebbe anche di uscire di casa.
Siamo sicuri che sappia cosa significa sobrietà? Per me si è svegliata una mattina con la parola sobrietà che le frullava in testa, le è piaciuta così tanto che ora non se ne separa mai. Come la copertina di Linus.

Domani, 11 giugno, arriva Bush. La scelta del numero del giorno è puramente casuale.

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Oggi la UE ha deciso che, per certi tipi di contratto come quelli a chiamata, si potrà lavorare fino ad un massimo di 65 ore settimanali. Sarà indispensabile a questo punto dotare i lavoratori di catetere, così si eviteranno anche le fastidiose soste per la pisciatina. Per altre necessità: un semplice ed economico tappo.
65 ore in una settimana vuol dire vivere solo per il lavoro. Non avere più una vita. Addormentarsi mentre si conduce un autobus. Vabbè, tanto avremo un’eternità per dormire.

Ieri ho sentito la Fiamma Nirenstein a Radio Radicale annunciare, tutta eccitata, che gli USA finalmente sganceranno gli agognati aerei Stealth ad Israele. Sono gli aerei invisibili, rapidi ed infallibili, che arrivano, fanno danno ma nessuno li ha visti sul radar. “Chi ti ha bombardato Ahmed?” “Nessuno mi ha bombardato, Nessuno!”
Comunque c’è un qualcosa di leggermente osceno in una donna che gioisce per nuovi ninnoli da guerra da regalare al marito.

Sono quarant’anni dal 1968 e tutto ciò che ne consegue ma nessuno ne parla. Né tv, né giornali, nemmeno History Channel. L’altro giorno ho visto, giusto per stare in tema “The Dreamers” di Bertolucci. La trama è ficcante: uno studentello dai labbroni a canotto viene adescato da una coppia perversa di fratelli e scopre che, come gli diceva sempre sua madre, le più troie sono le vergini. Che c’entra il ’68? Me lo sono chiesta anch’io. Citofonare Bernardo.

La nazionale di calcio ha avuto il suo primo Vietnam europeo ieri sera. Come da copione. I grandi eserciti imperiali perdono sempre contro la guerriglia. Solo noi come campioni del mondo potevamo perdere la partita con tre pappine implacabili.
Avete visto Marco Van Basten alla fine? Aveva lo sguardo di Ali Agca quando diceva “Io no sparato a Pappa”. Per Donadoni stanno già preparando la croce. Gattuso è stato sentito dire “io a quello non lo conosco” (riferendosi al suo mister).

Com’è stato possibile che tra una montagna di monnezza televisiva la RAI ci abbia potuto dare “Il commissario Montalbano”? Mi sto riguardando gli episodi in dvd. Mi piace tutto di quella serie ma soprattuto le location, i luoghi. Quando la Sicilia ti si presenta di fronte mostrando senza pudore Scicli e Marina di Ragusa, le perdoni anche Schifani. Riuscite ad ottenere lo stesso risultato con Trezzano sul Naviglio?

Il primario della clinica privata si difende: “Era per il bene dei pazienti”. Anche i pedofili sono convinti di insegnare educazione sessuale ai bambini che si fottono.

La Carfagna ha detto, in una intervista al TG2: “Se avessi un figlio gay lo inviterei a vivere la sua vita ma senza eccessi, con sobrietà”. Forse a Ferragosto gli permetterebbe anche di uscire di casa.
Siamo sicuri che sappia cosa significa sobrietà? Per me si è svegliata una mattina con la parola sobrietà che le frullava in testa, le è piaciuta così tanto che ora non se ne separa mai. Come la copertina di Linus.

Domani, 11 giugno, arriva Bush. La scelta del numero del giorno è puramente casuale.


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Oggi la UE ha deciso che, per certi tipi di contratto come quelli a chiamata, si potrà lavorare fino ad un massimo di 65 ore settimanali. Sarà indispensabile a questo punto dotare i lavoratori di catetere, così si eviteranno anche le fastidiose soste per la pisciatina. Per altre necessità: un semplice ed economico tappo.
65 ore in una settimana vuol dire vivere solo per il lavoro. Non avere più una vita. Addormentarsi mentre si conduce un autobus. Vabbè, tanto avremo un’eternità per dormire.

Ieri ho sentito la Fiamma Nirenstein a Radio Radicale annunciare, tutta eccitata, che gli USA finalmente sganceranno gli agognati aerei Stealth ad Israele. Sono gli aerei invisibili, rapidi ed infallibili, che arrivano, fanno danno ma nessuno li ha visti sul radar. “Chi ti ha bombardato Ahmed?” “Nessuno mi ha bombardato, Nessuno!”
Comunque c’è un qualcosa di leggermente osceno in una donna che gioisce per nuovi ninnoli da guerra da regalare al marito.

Sono quarant’anni dal 1968 e tutto ciò che ne consegue ma nessuno ne parla. Né tv, né giornali, nemmeno History Channel. L’altro giorno ho visto, giusto per stare in tema “The Dreamers” di Bertolucci. La trama è ficcante: uno studentello dai labbroni a canotto viene adescato da una coppia perversa di fratelli e scopre che, come gli diceva sempre sua madre, le più troie sono le vergini. Che c’entra il ’68? Me lo sono chiesta anch’io. Citofonare Bernardo.

La nazionale di calcio ha avuto il suo primo Vietnam europeo ieri sera. Come da copione. I grandi eserciti imperiali perdono sempre contro la guerriglia. Solo noi come campioni del mondo potevamo perdere la partita con tre pappine implacabili.
Avete visto Marco Van Basten alla fine? Aveva lo sguardo di Ali Agca quando diceva “Io no sparato a Pappa”. Per Donadoni stanno già preparando la croce. Gattuso è stato sentito dire “io a quello non lo conosco” (riferendosi al suo mister).

Com’è stato possibile che tra una montagna di monnezza televisiva la RAI ci abbia potuto dare “Il commissario Montalbano”? Mi sto riguardando gli episodi in dvd. Mi piace tutto di quella serie ma soprattuto le location, i luoghi. Quando la Sicilia ti si presenta di fronte mostrando senza pudore Scicli e Marina di Ragusa, le perdoni anche Schifani. Riuscite ad ottenere lo stesso risultato con Trezzano sul Naviglio?

Il primario della clinica privata si difende: “Era per il bene dei pazienti”. Anche i pedofili sono convinti di insegnare educazione sessuale ai bambini che si fottono.

La Carfagna ha detto, in una intervista al TG2: “Se avessi un figlio gay lo inviterei a vivere la sua vita ma senza eccessi, con sobrietà”. Forse a Ferragosto gli permetterebbe anche di uscire di casa.
Siamo sicuri che sappia cosa significa sobrietà? Per me si è svegliata una mattina con la parola sobrietà che le frullava in testa, le è piaciuta così tanto che ora non se ne separa mai. Come la copertina di Linus.

Domani, 11 giugno, arriva Bush. La scelta del numero del giorno è puramente casuale.


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Qual’è l’emblema ultimo, l’oggetto simbolo dell’oppressione del sistema capitalistico?
Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.

La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell’atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie “non stiro” ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere “prova a stirarmi a puntino se ne sei capace”.

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, “quelle le porto da mamma”.

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio ’68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c’è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei “descamisados” peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l’arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry’s e di yuppies in preda all’edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all’orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l’incubo kafkiano della casalinga e del single.

Chiunque stia progettando una rivoluzione ricordi che essa dovrà obbligatoriamente comportare l’abolizione della camicia. Questa volta non ci sono santi.


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Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.

La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell’atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie “non stiro” ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere “prova a stirarmi a puntino se ne sei capace”.

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, “quelle le porto da mamma”.

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio ’68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c’è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei “descamisados” peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l’arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry’s e di yuppies in preda all’edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all’orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l’incubo kafkiano della casalinga e del single.

Chiunque stia progettando una rivoluzione ricordi che essa dovrà obbligatoriamente comportare l’abolizione della camicia. Questa volta non ci sono santi.


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Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.

La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell’atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie “non stiro” ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere “prova a stirarmi a puntino se ne sei capace”.

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, “quelle le porto da mamma”.

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio ’68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c’è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei “descamisados” peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l’arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry’s e di yuppies in preda all’edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all’orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l’incubo kafkiano della casalinga e del single.

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