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Guardo il filmato di Max Keiser e ne leggo la trascrizione fatta da Mentecritica e penso: è vero, questa è una guerra. Forse proprio la Terza Guerra Mondiale e non ci siamo accorti che era cominciata. Siamo entrati in sala che l’assassino aveva già colpito.
Le nazioni non le si devono più invadere con scomodi eserciti di migliaia di uomini, armi e mezzi costosissimi o atomizzare con qualche testata nucleare superstite. Basta scatenare i terroristi finanziari in giacca e cravatta, quelli che hanno studiato e si sono diplomati col massimo dei voti all’Accademia di Wall Street negli anni ottanta e si sono nutriti al biberon del neoliberismo selvaggio e del “tutto è lecito anche ciò che è vietato”, e che ora sono stati dotati delle armi più devastanti: derivati, titoli tossici e vendite allo scoperto. Altro che gas nervino. Dopo la shock economy, il financial shock.
Si sceglie il paese, gli si scatena il casino in Borsa e l’unconditional surrender arriverà subito in serata, specialmente se il paese attaccato è una repubblichetta delle banane guidata da un vecchio bauscia in fondotinta e dal suo commercialista. Persino gli spocchiosi francesi e gli uber alles, vere e proprie potenze militari tradizionali, rischiano ormai di farsi fare il sederino dagli speculatori da un giorno all’altro con questo nuovo sistema bellico. Il generale De Gaulle si rivolta nella tomba e qualcuno ricorderà che un bel personaggino come Hitler nacque proprio grazie ad una recessione mondiale ed alla madre di tutte le speculazioni economico-finanziare contro un intero paese – il trattato di Versailles.
Se questo nuovo tipo di guerra prenderà piede perché risulterà il modo più facile e meno costoso per giocare a risiko e ridisegnare la geopolitica e la macroeconomia con il minimo sforzo, potrà persino soppiantare i vecchi e cari, nel senso di costosi, bombardamenti. 
Magari ne patirà il complesso militare industriale di eisenhoweriana memoria che si vedrà regredire a carrozzone statale ormai inutile al quale destinare fondi sempre meno cospicui.  In fondo anche quella è economia reale in balìa dei capricci della finanza. Sarebbe una bella nemesi, a pensarci bene.
L’unico scopo che potranno continuare ad avere le guerre e guerricciole a livello locale, guerre con gli spari, le bombe e i morti veri, potrebbe essere quello di fungere da guerre di distrazione di massa. Si scatena una rivolta in Medio Oriente, una sommossa in un paese arabo, in Ossezia Inguscezia o dove cacchio vi pare e se ne fanno parlare i giornali; vi si arrestano i vecchi dittatori bolliti così i popoli rimangono impegnati, fanno un po’ di movimento e si appassionano ai processi in diretta, e intanto loro lavorano con i computer e spostano le loro pedine. Se tutto ciò non basta si riutilizza l’arma del terrorismo come nel 2001, si fa qualche botto qua e là e si traumatizza un popolo con una bella strage che lo colpisca negli affetti più cari. Shock and Awe, come diceva il trota dei Bush.
Del resto non si può mica pensare un domani di sconfiggere la Cina con gli eserciti e le missioni di pace.
Il sottosegretario Bertolaso era triste. Distratto dalle macerie dell’Abruzzo squassato dal terremoto non poteva seguire più come prima i lavori di preparazione del gran circo del GiOtto in tournée alla Maddalena.
Perchè tra i compiti della Protezione Civile, che stranamente qualcuno insiste nel voler considerare un organismo esclusivamente al servizio dei cittadini che si trovino in condizioni di emergenza, c’è anche questo: accogliere i padroni della terra nel salotto buono, cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, di rimuovere i soprammobili di cattivo gusto, far sparire i giornaletti porno e coprire le macchie lasciate da equivoci bagordi sul divano. Ecco, se vi accontentate, potete accomodarvi.

Bertolaso era così impegnato a far fare bella figura al Governo di Ghepensimì, predisponendo tutto da brava massaia, ed ecco che arriva quello stronzo del terremoto e mica in Sardegna ma in Abruzzo, da tutt’altra parte. Un casino: sessantamila sfollati, castelli di sabbia distrutti, per non parlare delle vittime, delle quali però, appassiti ormai i fiori al cimitero, non si parla più.

Bertolaso era triste perchè il GiOtto era ormai alle porte e non si poteva far brutta figura con i padroni del mondo. Così, con appena lo sforzo di un paio di sinapsi in azione, il Ghepensimì tascabile ha trovato la soluzione. Se Bertolaso non va al G8, il G8 va a Bertolaso. Portiamo il G8 all’Aquila.

Abbiamo capito bene? Come spostare le olimpiadi a New Orleans dopo Katrina e i Mondiali di calcio sulle spiagge spazzate dallo tsunami. Sembra proprio quella SHOCK ECONOMY teorizzata da Naomi Klein, cioè l’economia che sfrutta le catastrofi naturali per scopi di predazione e sfruttamento dei territori colpiti.

All’inizio mi sono meravigliata dell’adesione delle altre nazioni del G8 a questa minchiata ma se la leggiamo appunto in chiave di Shock Economy la minchiata acquista senso. Inutile dire che l’opposizione, tranne i soliti incontentabili, ha detto che per lei non ci sono problemi. Ho il dubbio che non abbiano capito bene di cosa si tratti. Ma sull’opposizione ci torno tra un attimo.

Se fossimo governati da persone che hanno a cuore le nostre sorti, costoro avrebbero detto: “Ma che G8 e G8, c’è la crisi, cosa andiamo a fare gli stronzi sulle navi a strafogarci di caviale e a cianciare tra di noi, cosa che potremmo benissimo fare in videoconferenza da casa nostra con quattro euro di connessione Internet”. Rinunciamo e i soldi che si sarebbero spesi dateli alle popolazioni terremotate. Anzi, già che ci siamo, avrebbero detto USA, Francia, Germania e le altre nazioni partecipanti, mettendo mano al portafogli, vogliamo dare un contributo anche noi.
No, invece non rinunciano a pavoneggiarsi, a portarsi dietro le delegazioni, i giornalisti da trifola, le escort a 500 euro per notte, nel Gran Circo del Basso Impero che ogni anno ci costa come dieci case reali inglesi.

C’è un altro elemento disgustoso dello spostamento del G8 all’Aquila. La scusa accampata dal Ghepensimì che per i No Global raggiungere i monti abruzzesi sarebbe stato più difficile e comunque non avrebbero osato andare a distruggere luoghi già distrutti e colpire persone già colpite. Già, non come loro che si fanno scudo delle popolazioni terremotate per impedire di essere legittimamente contestati nelle loro porcate. Gli scudi umani organizzati in tendopoli ci mancavano.
Che coda di paglia, hanno il mondo in tasca ma hanno paura di quattro ragazzotti che li contestano.

Piuttosto, come l’hanno presa i sardi, freschi sposini del Ghepensimì e già abbandonati sulla soglia del nido d’amore con il pancione? Malissimo. Ne hanno intervistati alcuni della Maddalena, su SkyTG24, mica sul TG1, che raccontavano di alberghi che si ritroveranno vuoti in luglio e di promesse che non verranno mantenute.

C’è un’altra ipotesi sullo spostamento del G8 e vale la pena di riportare stralci di un interessante articolo pubblicato sul giornale online Inviatospeciale:

“A luglio del 2008 anno erano partiti sull’isola sarda i lavori per la costruzione dell’albergo, del media center e del centro congressi. L’autorevole agenzia britannica ‘Reuters’, il 14 luglio aveva rilanciato: “Non è certo che sia possibile completare i lavori necessari all’isola della Maddalena per ospitare il prossimo G8 nel luglio del 2009. Il governo valuterà quindi possibili soluzioni alternative, di “emergenza”, che al momento non sono ancora state individuate. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso della conferenza stampa al termine dei lavori del G8 giapponese. “Ci prepariamo ad una soluzione di emergenza se non saranno pronti i lavori necessari alla Maddalena in tempo”, ha detto Berlusconi nel corso della sua introduzione alla conferenza stampa”.

Dell’organizzazione dell’evento, come è noto, si occupava la Protezione Civile, non senza difficoltà:

“Gli ospiti previsti dovrebbero essere circa quattromila, tra capi di stato e di governo, oltre alle delegazioni. Dovevano essere sistemati su una nave gigantesca, la MSC Fantasia, lunga 333 metri, ormeggiata nel porto di Olbia, al molo ‘Cocciani’ e negli alberghi in costruzione. Tra di loro, però, non ci sarebbe stato il presidente Obama, che è sottoposto a rigidissimi controlli di sicurezza, ed al momento non era stata trovata una soluzione al problema”.

Ed ancora:

“All’esercito di personale politico e diplomatico, infine, andavano aggiunti almeno 4500 giornalisti. Per loro Bertolaso aveva pubblicato un primo bando nel 2008 col quale si cercavano navi per poterli ospitare, ma non vi erano state risposte, così il Commissario straordinario (multiplo) ha ripetuto il tentativo anche quest’anno con scadenza 7 aprile scorso.”

Per non parlare delle forze dell’ordine, insomma un totale di più di 25 mila persone da alloggiare.
Ora, pare che la causa delle difficoltà organizzative fossero come al solito i soldi. Il 3 aprile, tre giorni prima del terremoto in Abruzzo, il deputato Calvisi del PD aveva presentato un’interrogazione ai ministri Scajola e Tremonti. Come scrive inviatospeciale:

“Calvisi avava scritto: “Fino ad ora come opposizione, abbiamo denunciato con una serie di atti parlamentari, prima il rischio e poi l’avvenuta sottrazione da parte del Governo delle risorse ( 522 milioni di euro ) che il Governo Prodi e la Giunta Soru avevano messo a disposizione per le cosidette opere collaterali al G8″.
Gli interventi riguardano la strada Olbia Sassari, l’allungamento della pista dell’aeroporto di Olbia, lo svincolo di Rio Padrongianus, lo spostamento della stazione ferroviaria di Olbia, la realizzazione del molo di levante a Porto Torres.
Il parlamentare aveva aggiunto di “non aver ancora ricevuto smentite sullo scippo delle risorse” e aggiunto che “oggi ci sono a rischio anche i finanziamenti considerati sempre sicuri, (233 milioni di euro) per i lavori dell’isola di La Maddalena”.

Il motivo? “A 60 giorni dall’ipotizzato completamento lavori per il G8 quei soldi non sono stati trasferiti alla struttura di missione. Un’ordinanza del presidente del Consiglio del 18 febbraio 2009 dispone che debba essere il ministro dello Sviluppo economico a trasferirli sulla contabilità speciale della struttura di missione. Questo trasferimento non è ancora stato disposto”.

Per Calvisi la situazione era paradossale perchè “si ha la disponbilità contabile delle risorse ma non di cassa”. Il risultato? “I soldi non possono essere spesi, con il risultato che le imprese non sono state pagate. Fino ad ora ha provveduto la Protezione civile con anticipazioni di cassa, ma le cifre sono appena sufficienti ad alleviare i disagi. A fronte del 60 per cento dei lavori eseguiti le imprese hanno ricevuto pagamenti non superiori al 25″.

Il parlamentare aveva concluso: “Gli effetti di questa situazione sono quindi devastanti sia sulle imprese appaltatrici, sia sui subappaltatori e sia sui fornitori. E’ evidente che il perdurare di questo stato di confusione e di incertezze porterà al blocco dei lavori”.
Da questi dati emerge un quadro desolante e nessuna ipotesi di ‘risparmio’. Infatti, i lavori in corso dovranno essere completati in ogni caso e quelli già eseguiti hanno avuto un costo che non è stato ancora totalmente coperto.”

Una curiosità: il governo annuncia lo spostamento del G8 dalla Sardegna all’Abruzzo e il PD ora non ha più nulla da dire, anzi approva? Mah.
Se lo chiedono gli amici di inviatospeciale e me lo chiedo anch’io. Come riuscirà la grande macchina organizzatrice di Bertolaso a fare ciò che non è stato fatto alla Maddalena, con in più l’handicap del terremoto?

Giusto per puntualizzare la differenza tra promesse, sparate da campagna elettorale, affermazioni da diva in passerella e concretezza dei problemi da risolvere.


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Il sottosegretario Bertolaso era triste. Distratto dalle macerie dell’Abruzzo squassato dal terremoto non poteva seguire più come prima i lavori di preparazione del gran circo del GiOtto in tournée alla Maddalena.
Perchè tra i compiti della Protezione Civile, che stranamente qualcuno insiste nel voler considerare un organismo esclusivamente al servizio dei cittadini che si trovino in condizioni di emergenza, c’è anche questo: accogliere i padroni della terra nel salotto buono, cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, di rimuovere i soprammobili di cattivo gusto, far sparire i giornaletti porno e coprire le macchie lasciate da equivoci bagordi sul divano. Ecco, se vi accontentate, potete accomodarvi.

Bertolaso era così impegnato a far fare bella figura al Governo di Ghepensimì, predisponendo tutto da brava massaia, ed ecco che arriva quello stronzo del terremoto e mica in Sardegna ma in Abruzzo, da tutt’altra parte. Un casino: sessantamila sfollati, castelli di sabbia distrutti, per non parlare delle vittime, delle quali però, appassiti ormai i fiori al cimitero, non si parla più.

Bertolaso era triste perchè il GiOtto era ormai alle porte e non si poteva far brutta figura con i padroni del mondo. Così, con appena lo sforzo di un paio di sinapsi in azione, il Ghepensimì tascabile ha trovato la soluzione. Se Bertolaso non va al G8, il G8 va a Bertolaso. Portiamo il G8 all’Aquila.

Abbiamo capito bene? Come spostare le olimpiadi a New Orleans dopo Katrina e i Mondiali di calcio sulle spiagge spazzate dallo tsunami. Sembra proprio quella SHOCK ECONOMY teorizzata da Naomi Klein, cioè l’economia che sfrutta le catastrofi naturali per scopi di predazione e sfruttamento dei territori colpiti.

All’inizio mi sono meravigliata dell’adesione delle altre nazioni del G8 a questa minchiata ma se la leggiamo appunto in chiave di Shock Economy la minchiata acquista senso. Inutile dire che l’opposizione, tranne i soliti incontentabili, ha detto che per lei non ci sono problemi. Ho il dubbio che non abbiano capito bene di cosa si tratti. Ma sull’opposizione ci torno tra un attimo.

Se fossimo governati da persone che hanno a cuore le nostre sorti, costoro avrebbero detto: “Ma che G8 e G8, c’è la crisi, cosa andiamo a fare gli stronzi sulle navi a strafogarci di caviale e a cianciare tra di noi, cosa che potremmo benissimo fare in videoconferenza da casa nostra con quattro euro di connessione Internet”. Rinunciamo e i soldi che si sarebbero spesi dateli alle popolazioni terremotate. Anzi, già che ci siamo, avrebbero detto USA, Francia, Germania e le altre nazioni partecipanti, mettendo mano al portafogli, vogliamo dare un contributo anche noi.
No, invece non rinunciano a pavoneggiarsi, a portarsi dietro le delegazioni, i giornalisti da trifola, le escort a 500 euro per notte, nel Gran Circo del Basso Impero che ogni anno ci costa come dieci case reali inglesi.

C’è un altro elemento disgustoso dello spostamento del G8 all’Aquila. La scusa accampata dal Ghepensimì che per i No Global raggiungere i monti abruzzesi sarebbe stato più difficile e comunque non avrebbero osato andare a distruggere luoghi già distrutti e colpire persone già colpite. Già, non come loro che si fanno scudo delle popolazioni terremotate per impedire di essere legittimamente contestati nelle loro porcate. Gli scudi umani organizzati in tendopoli ci mancavano.
Che coda di paglia, hanno il mondo in tasca ma hanno paura di quattro ragazzotti che li contestano.

Piuttosto, come l’hanno presa i sardi, freschi sposini del Ghepensimì e già abbandonati sulla soglia del nido d’amore con il pancione? Malissimo. Ne hanno intervistati alcuni della Maddalena, su SkyTG24, mica sul TG1, che raccontavano di alberghi che si ritroveranno vuoti in luglio e di promesse che non verranno mantenute.

C’è un’altra ipotesi sullo spostamento del G8 e vale la pena di riportare stralci di un interessante articolo pubblicato sul giornale online Inviatospeciale:

“A luglio del 2008 anno erano partiti sull’isola sarda i lavori per la costruzione dell’albergo, del media center e del centro congressi. L’autorevole agenzia britannica ‘Reuters’, il 14 luglio aveva rilanciato: “Non è certo che sia possibile completare i lavori necessari all’isola della Maddalena per ospitare il prossimo G8 nel luglio del 2009. Il governo valuterà quindi possibili soluzioni alternative, di “emergenza”, che al momento non sono ancora state individuate. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso della conferenza stampa al termine dei lavori del G8 giapponese. “Ci prepariamo ad una soluzione di emergenza se non saranno pronti i lavori necessari alla Maddalena in tempo”, ha detto Berlusconi nel corso della sua introduzione alla conferenza stampa”.

Dell’organizzazione dell’evento, come è noto, si occupava la Protezione Civile, non senza difficoltà:

“Gli ospiti previsti dovrebbero essere circa quattromila, tra capi di stato e di governo, oltre alle delegazioni. Dovevano essere sistemati su una nave gigantesca, la MSC Fantasia, lunga 333 metri, ormeggiata nel porto di Olbia, al molo ‘Cocciani’ e negli alberghi in costruzione. Tra di loro, però, non ci sarebbe stato il presidente Obama, che è sottoposto a rigidissimi controlli di sicurezza, ed al momento non era stata trovata una soluzione al problema”.

Ed ancora:

“All’esercito di personale politico e diplomatico, infine, andavano aggiunti almeno 4500 giornalisti. Per loro Bertolaso aveva pubblicato un primo bando nel 2008 col quale si cercavano navi per poterli ospitare, ma non vi erano state risposte, così il Commissario straordinario (multiplo) ha ripetuto il tentativo anche quest’anno con scadenza 7 aprile scorso.”

Per non parlare delle forze dell’ordine, insomma un totale di più di 25 mila persone da alloggiare.
Ora, pare che la causa delle difficoltà organizzative fossero come al solito i soldi. Il 3 aprile, tre giorni prima del terremoto in Abruzzo, il deputato Calvisi del PD aveva presentato un’interrogazione ai ministri Scajola e Tremonti. Come scrive inviatospeciale:

“Calvisi avava scritto: “Fino ad ora come opposizione, abbiamo denunciato con una serie di atti parlamentari, prima il rischio e poi l’avvenuta sottrazione da parte del Governo delle risorse ( 522 milioni di euro ) che il Governo Prodi e la Giunta Soru avevano messo a disposizione per le cosidette opere collaterali al G8″.
Gli interventi riguardano la strada Olbia Sassari, l’allungamento della pista dell’aeroporto di Olbia, lo svincolo di Rio Padrongianus, lo spostamento della stazione ferroviaria di Olbia, la realizzazione del molo di levante a Porto Torres.
Il parlamentare aveva aggiunto di “non aver ancora ricevuto smentite sullo scippo delle risorse” e aggiunto che “oggi ci sono a rischio anche i finanziamenti considerati sempre sicuri, (233 milioni di euro) per i lavori dell’isola di La Maddalena”.

Il motivo? “A 60 giorni dall’ipotizzato completamento lavori per il G8 quei soldi non sono stati trasferiti alla struttura di missione. Un’ordinanza del presidente del Consiglio del 18 febbraio 2009 dispone che debba essere il ministro dello Sviluppo economico a trasferirli sulla contabilità speciale della struttura di missione. Questo trasferimento non è ancora stato disposto”.

Per Calvisi la situazione era paradossale perchè “si ha la disponbilità contabile delle risorse ma non di cassa”. Il risultato? “I soldi non possono essere spesi, con il risultato che le imprese non sono state pagate. Fino ad ora ha provveduto la Protezione civile con anticipazioni di cassa, ma le cifre sono appena sufficienti ad alleviare i disagi. A fronte del 60 per cento dei lavori eseguiti le imprese hanno ricevuto pagamenti non superiori al 25″.

Il parlamentare aveva concluso: “Gli effetti di questa situazione sono quindi devastanti sia sulle imprese appaltatrici, sia sui subappaltatori e sia sui fornitori. E’ evidente che il perdurare di questo stato di confusione e di incertezze porterà al blocco dei lavori”.
Da questi dati emerge un quadro desolante e nessuna ipotesi di ‘risparmio’. Infatti, i lavori in corso dovranno essere completati in ogni caso e quelli già eseguiti hanno avuto un costo che non è stato ancora totalmente coperto.”

Una curiosità: il governo annuncia lo spostamento del G8 dalla Sardegna all’Abruzzo e il PD ora non ha più nulla da dire, anzi approva? Mah.
Se lo chiedono gli amici di inviatospeciale e me lo chiedo anch’io. Come riuscirà la grande macchina organizzatrice di Bertolaso a fare ciò che non è stato fatto alla Maddalena, con in più l’handicap del terremoto?

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Perchè tra i compiti della Protezione Civile, che stranamente qualcuno insiste nel voler considerare un organismo esclusivamente al servizio dei cittadini che si trovino in condizioni di emergenza, c’è anche questo: accogliere i padroni della terra nel salotto buono, cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, di rimuovere i soprammobili di cattivo gusto, far sparire i giornaletti porno e coprire le macchie lasciate da equivoci bagordi sul divano. Ecco, se vi accontentate, potete accomodarvi.

Bertolaso era così impegnato a far fare bella figura al Governo di Ghepensimì, predisponendo tutto da brava massaia, ed ecco che arriva quello stronzo del terremoto e mica in Sardegna ma in Abruzzo, da tutt’altra parte. Un casino: sessantamila sfollati, castelli di sabbia distrutti, per non parlare delle vittime, delle quali però, appassiti ormai i fiori al cimitero, non si parla più.

Bertolaso era triste perchè il GiOtto era ormai alle porte e non si poteva far brutta figura con i padroni del mondo. Così, con appena lo sforzo di un paio di sinapsi in azione, il Ghepensimì tascabile ha trovato la soluzione. Se Bertolaso non va al G8, il G8 va a Bertolaso. Portiamo il G8 all’Aquila.

Abbiamo capito bene? Come spostare le olimpiadi a New Orleans dopo Katrina e i Mondiali di calcio sulle spiagge spazzate dallo tsunami. Sembra proprio quella SHOCK ECONOMY teorizzata da Naomi Klein, cioè l’economia che sfrutta le catastrofi naturali per scopi di predazione e sfruttamento dei territori colpiti.

All’inizio mi sono meravigliata dell’adesione delle altre nazioni del G8 a questa minchiata ma se la leggiamo appunto in chiave di Shock Economy la minchiata acquista senso. Inutile dire che l’opposizione, tranne i soliti incontentabili, ha detto che per lei non ci sono problemi. Ho il dubbio che non abbiano capito bene di cosa si tratti. Ma sull’opposizione ci torno tra un attimo.

Se fossimo governati da persone che hanno a cuore le nostre sorti, costoro avrebbero detto: “Ma che G8 e G8, c’è la crisi, cosa andiamo a fare gli stronzi sulle navi a strafogarci di caviale e a cianciare tra di noi, cosa che potremmo benissimo fare in videoconferenza da casa nostra con quattro euro di connessione Internet”. Rinunciamo e i soldi che si sarebbero spesi dateli alle popolazioni terremotate. Anzi, già che ci siamo, avrebbero detto USA, Francia, Germania e le altre nazioni partecipanti, mettendo mano al portafogli, vogliamo dare un contributo anche noi.
No, invece non rinunciano a pavoneggiarsi, a portarsi dietro le delegazioni, i giornalisti da trifola, le escort a 500 euro per notte, nel Gran Circo del Basso Impero che ogni anno ci costa come dieci case reali inglesi.

C’è un altro elemento disgustoso dello spostamento del G8 all’Aquila. La scusa accampata dal Ghepensimì che per i No Global raggiungere i monti abruzzesi sarebbe stato più difficile e comunque non avrebbero osato andare a distruggere luoghi già distrutti e colpire persone già colpite. Già, non come loro che si fanno scudo delle popolazioni terremotate per impedire di essere legittimamente contestati nelle loro porcate. Gli scudi umani organizzati in tendopoli ci mancavano.
Che coda di paglia, hanno il mondo in tasca ma hanno paura di quattro ragazzotti che li contestano.

Piuttosto, come l’hanno presa i sardi, freschi sposini del Ghepensimì e già abbandonati sulla soglia del nido d’amore con il pancione? Malissimo. Ne hanno intervistati alcuni della Maddalena, su SkyTG24, mica sul TG1, che raccontavano di alberghi che si ritroveranno vuoti in luglio e di promesse che non verranno mantenute.

C’è un’altra ipotesi sullo spostamento del G8 e vale la pena di riportare stralci di un interessante articolo pubblicato sul giornale online Inviatospeciale:

“A luglio del 2008 anno erano partiti sull’isola sarda i lavori per la costruzione dell’albergo, del media center e del centro congressi. L’autorevole agenzia britannica ‘Reuters’, il 14 luglio aveva rilanciato: “Non è certo che sia possibile completare i lavori necessari all’isola della Maddalena per ospitare il prossimo G8 nel luglio del 2009. Il governo valuterà quindi possibili soluzioni alternative, di “emergenza”, che al momento non sono ancora state individuate. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso della conferenza stampa al termine dei lavori del G8 giapponese. “Ci prepariamo ad una soluzione di emergenza se non saranno pronti i lavori necessari alla Maddalena in tempo”, ha detto Berlusconi nel corso della sua introduzione alla conferenza stampa”.

Dell’organizzazione dell’evento, come è noto, si occupava la Protezione Civile, non senza difficoltà:

“Gli ospiti previsti dovrebbero essere circa quattromila, tra capi di stato e di governo, oltre alle delegazioni. Dovevano essere sistemati su una nave gigantesca, la MSC Fantasia, lunga 333 metri, ormeggiata nel porto di Olbia, al molo ‘Cocciani’ e negli alberghi in costruzione. Tra di loro, però, non ci sarebbe stato il presidente Obama, che è sottoposto a rigidissimi controlli di sicurezza, ed al momento non era stata trovata una soluzione al problema”.

Ed ancora:

“All’esercito di personale politico e diplomatico, infine, andavano aggiunti almeno 4500 giornalisti. Per loro Bertolaso aveva pubblicato un primo bando nel 2008 col quale si cercavano navi per poterli ospitare, ma non vi erano state risposte, così il Commissario straordinario (multiplo) ha ripetuto il tentativo anche quest’anno con scadenza 7 aprile scorso.”

Per non parlare delle forze dell’ordine, insomma un totale di più di 25 mila persone da alloggiare.
Ora, pare che la causa delle difficoltà organizzative fossero come al solito i soldi. Il 3 aprile, tre giorni prima del terremoto in Abruzzo, il deputato Calvisi del PD aveva presentato un’interrogazione ai ministri Scajola e Tremonti. Come scrive inviatospeciale:

“Calvisi avava scritto: “Fino ad ora come opposizione, abbiamo denunciato con una serie di atti parlamentari, prima il rischio e poi l’avvenuta sottrazione da parte del Governo delle risorse ( 522 milioni di euro ) che il Governo Prodi e la Giunta Soru avevano messo a disposizione per le cosidette opere collaterali al G8″.
Gli interventi riguardano la strada Olbia Sassari, l’allungamento della pista dell’aeroporto di Olbia, lo svincolo di Rio Padrongianus, lo spostamento della stazione ferroviaria di Olbia, la realizzazione del molo di levante a Porto Torres.
Il parlamentare aveva aggiunto di “non aver ancora ricevuto smentite sullo scippo delle risorse” e aggiunto che “oggi ci sono a rischio anche i finanziamenti considerati sempre sicuri, (233 milioni di euro) per i lavori dell’isola di La Maddalena”.

Il motivo? “A 60 giorni dall’ipotizzato completamento lavori per il G8 quei soldi non sono stati trasferiti alla struttura di missione. Un’ordinanza del presidente del Consiglio del 18 febbraio 2009 dispone che debba essere il ministro dello Sviluppo economico a trasferirli sulla contabilità speciale della struttura di missione. Questo trasferimento non è ancora stato disposto”.

Per Calvisi la situazione era paradossale perchè “si ha la disponbilità contabile delle risorse ma non di cassa”. Il risultato? “I soldi non possono essere spesi, con il risultato che le imprese non sono state pagate. Fino ad ora ha provveduto la Protezione civile con anticipazioni di cassa, ma le cifre sono appena sufficienti ad alleviare i disagi. A fronte del 60 per cento dei lavori eseguiti le imprese hanno ricevuto pagamenti non superiori al 25″.

Il parlamentare aveva concluso: “Gli effetti di questa situazione sono quindi devastanti sia sulle imprese appaltatrici, sia sui subappaltatori e sia sui fornitori. E’ evidente che il perdurare di questo stato di confusione e di incertezze porterà al blocco dei lavori”.
Da questi dati emerge un quadro desolante e nessuna ipotesi di ‘risparmio’. Infatti, i lavori in corso dovranno essere completati in ogni caso e quelli già eseguiti hanno avuto un costo che non è stato ancora totalmente coperto.”

Una curiosità: il governo annuncia lo spostamento del G8 dalla Sardegna all’Abruzzo e il PD ora non ha più nulla da dire, anzi approva? Mah.
Se lo chiedono gli amici di inviatospeciale e me lo chiedo anch’io. Come riuscirà la grande macchina organizzatrice di Bertolaso a fare ciò che non è stato fatto alla Maddalena, con in più l’handicap del terremoto?

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Rieccola, la cooperazione. Gli aiuti, i pacchi dono, la grande e nobile munificenza occidentale che si libera i magazzini e si purifica la coscienza dai morti provocati dalla sua inarrestabile cupidigia con un po’ di merdosa beneficenza. Quella che si fa ai bisognosi, stando ben attenti che costoro non smettano mai di esserlo, bisognosi, se no non si nota più la nostra magnanimità.

Come era bello l’altra sera il nostro ministatista, quando annunciava che tanti bambini di Gaza sarebbero stati ospitati nei nostri ospedali con grande generosità e magari, aggiungo io, con la visita con consegna di pallone e gagliardetto della squadra del Milan, Kakà in testa (tanto sensibile e di chiesa, quel ragazzo). Quanto sarebbe stato più semplice non ferire quei bambini, non renderli orfani, non ammazzarli. Lasciarli in pace.

E’ quella che Naomi Klein chiama Shock Economy, l’economia che nasce dai disastri e che è figlia del fallimento del capitalismo come sistema economico in grado di dare benessere a tutti e della sua neoplasia: l’ultraliberismo.
Di fronte alla saturazione del mercato, alla presenza di surplus, alla gente che, nei paesi ricchi, non compra più televisori perchè ne ha già tre in casa, cosa fa il sistema? Crea caos, distrugge per poi avere l’alibi di ricostruire. Di solito nel terzo mondo o comunque in casa d’altri.

Non è solo lo sfruttamento di disastri naturali, come dice Klein, ad esempio l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del sud-est asiatico, usati per imporre privatizzazioni selvagge contro l’interesse dei cittadini oppure lo shock provocato dal golpe, come nel Cile del ’73.
A questo punto perchè non utilizzare più spesso il potenziale distruttivo delle guerre, fenomenali strumenti di sviluppo economico? Si buttano giù le case per far lavorare le imprese di costruzione. Quelle case bisognerà riarredarle, quindi ci vorranno televisori, lavatrici, mobili. Se buttiamo giù anche le strade ci vorranno ulteriori infrastrutture.
Il paradosso è che se si vogliono costruire strade, ospedali eccetera da noi nel primo mondo e senza prima distruggere niente mancano gli investimenti, investimenti che invece cadono a pioggia per gli appalti sulle opere di ricostruzione dei paesi colpiti da disastri o guerre. Strozzata e depredata dalla finanza, l’economia reale va in crisi e non ha altra scelta che partecipare al banchetto sui cadaveri delle guerre provocate al fine di offrirle una possibilità di rilancio. E’ il trionfo della follia.

Le ultime guerre, è provato, sono state tutte ideate a tavolino diversi anni prima del loro inizio. Nel 1999 si parlava già di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria. L’11 settembre, come auspicavano i teorici del Nuovo Ordine Mondiale (definizione di Bush papi risalente alla prima Guerra del Golfo), è stato l’evento catalizzatore che ha permesso, finora, di completare metà del piano. Dietro al quale vi è il controllo delle risorse, c’è chi dice le ultime, ed il controllo dei punti strategici del mondo. Il terrorismo è una patacca. Come si creano le guerre si crea anche il terrorismo. Tutto si crea e tutto si distrugge.

A Gaza, come in tutte le ultime guerre, si è messo in pratica lo schema della shock economy con l’aggravante della volontà di punizione collettiva di una popolazione che ha osato sbagliare la scelta del proprio governo, preferendo Hamas a Fatah. Shock and awe, appunto.
Per quasi un mese si sono bombardati civili, si è distrutto non i soliti ulivi ma interi palazzi, si sono danneggiate le infrastrutture, così i corvi degli investimenti internazionali e gli avvoltoi della cooperazione arriveranno a far vedere quanto sono buoni. I famosi aiuti umanitari dei quali un mondo veramente civile non dovrebbe mai avere bisogno, perchè sono l’emblema dell’ingiustizia.

A Gaza, con la tregua, sono entrati anche i giornalisti. Finalmente abbiamo saputo che i morti che ci sono stati per i bombardamenti israeliani, il fosforo bianco e le armi DIME , i tiri sull’ONU e la Croce Rossa sono colpa di Hamas. Israele nasconde il nome dei militari che hanno compiuto le azioni per paura che finiscano sotto processo in sede internazionale. Chissà perchè, se è tutta colpa di Hamas?
Ancora la storia degli scudi umani, come all’epoca di Saddam. I palestinesi sono morti perchè Hamas li ha gettati contro le bombe israeliane che arrivavano, quindi gli israeliani non hanno colpa. Come quando investi un cervo che ti si para improvvisamente davanti alla macchina.
Se si è massacrato il villaggio è perchè vi erano nascosti i partigiani. Anzi, macchè partigiani, i terroristi. Non esiste la Resistenza. Abbiamo intervistato i palestinesi e danno tutti la colpa ad Hamas.
Mi chiedo se, per scrivere queste cose, era necessario andare a Gaza.
L’ultima trovata dei volonterosi fiancheggiatori di Olmert è applicare i saldi al numero dei morti, con lo sconto. Non sono mica 1300, al massimo 500. Si, magari finirà come a Jenin dove furono solo 54. Lo sostiene l’inviato del Corriere, mica un blogger qualsiasi che a Gaza c’è dall’inizio del conflitto. Si ma lui è schierato, non vale, noi giornalisti siamo obiettivi.

Questo gioco al ribasso sui morti che insinua che non siano mai esistiti a me fa venire l’orticaria. Primo perchè è la parola dei vincitori e dei media unificati contro chi non ha mai avuto modo di parlare. E poi, chissà perchè, mi ricorda quei signori che si mettono a ragionare su quanto tempo ci mette un corpo a bruciare in un forno e quindi come è stato possibile bruciarne sei milioni in così poco tempo. Il paragone non suoni blasfemo. Com’è che si chiama, negazionismo? Non sarà clamoroso come quello ma puzza allo stesso modo.
Del resto si è sempre fatto. I turchi dicono ancora oggi che gli armeni, nel 1917, morirono per la maggior parte di indigestione, mica sterminati da loro, perchè erano terroristi e mica un milione e mezzo ma quattro gatti.

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Rieccola, la cooperazione. Gli aiuti, i pacchi dono, la grande e nobile munificenza occidentale che si libera i magazzini e si purifica la coscienza dai morti provocati dalla sua inarrestabile cupidigia con un po’ di merdosa beneficenza. Quella che si fa ai bisognosi, stando ben attenti che costoro non smettano mai di esserlo, bisognosi, se no non si nota più la nostra magnanimità.

Come era bello l’altra sera il nostro ministatista, quando annunciava che tanti bambini di Gaza sarebbero stati ospitati nei nostri ospedali con grande generosità e magari, aggiungo io, con la visita con consegna di pallone e gagliardetto della squadra del Milan, Kakà in testa (tanto sensibile e di chiesa, quel ragazzo). Quanto sarebbe stato più semplice non ferire quei bambini, non renderli orfani, non ammazzarli. Lasciarli in pace.

E’ quella che Naomi Klein chiama Shock Economy, l’economia che nasce dai disastri e che è figlia del fallimento del capitalismo come sistema economico in grado di dare benessere a tutti e della sua neoplasia: l’ultraliberismo.
Di fronte alla saturazione del mercato, alla presenza di surplus, alla gente che, nei paesi ricchi, non compra più televisori perchè ne ha già tre in casa, cosa fa il sistema? Crea caos, distrugge per poi avere l’alibi di ricostruire. Di solito nel terzo mondo o comunque in casa d’altri.

Non è solo lo sfruttamento di disastri naturali, come dice Klein, ad esempio l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del sud-est asiatico, usati per imporre privatizzazioni selvagge contro l’interesse dei cittadini oppure lo shock provocato dal golpe, come nel Cile del ’73.
A questo punto perchè non utilizzare più spesso il potenziale distruttivo delle guerre, fenomenali strumenti di sviluppo economico? Si buttano giù le case per far lavorare le imprese di costruzione. Quelle case bisognerà riarredarle, quindi ci vorranno televisori, lavatrici, mobili. Se buttiamo giù anche le strade ci vorranno ulteriori infrastrutture.
Il paradosso è che se si vogliono costruire strade, ospedali eccetera da noi nel primo mondo e senza prima distruggere niente mancano gli investimenti, investimenti che invece cadono a pioggia per gli appalti sulle opere di ricostruzione dei paesi colpiti da disastri o guerre. Strozzata e depredata dalla finanza, l’economia reale va in crisi e non ha altra scelta che partecipare al banchetto sui cadaveri delle guerre provocate al fine di offrirle una possibilità di rilancio. E’ il trionfo della follia.

Le ultime guerre, è provato, sono state tutte ideate a tavolino diversi anni prima del loro inizio. Nel 1999 si parlava già di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria. L’11 settembre, come auspicavano i teorici del Nuovo Ordine Mondiale (definizione di Bush papi risalente alla prima Guerra del Golfo), è stato l’evento catalizzatore che ha permesso, finora, di completare metà del piano. Dietro al quale vi è il controllo delle risorse, c’è chi dice le ultime, ed il controllo dei punti strategici del mondo. Il terrorismo è una patacca. Come si creano le guerre si crea anche il terrorismo. Tutto si crea e tutto si distrugge.

A Gaza, come in tutte le ultime guerre, si è messo in pratica lo schema della shock economy con l’aggravante della volontà di punizione collettiva di una popolazione che ha osato sbagliare la scelta del proprio governo, preferendo Hamas a Fatah. Shock and awe, appunto.
Per quasi un mese si sono bombardati civili, si è distrutto non i soliti ulivi ma interi palazzi, si sono danneggiate le infrastrutture, così i corvi degli investimenti internazionali e gli avvoltoi della cooperazione arriveranno a far vedere quanto sono buoni. I famosi aiuti umanitari dei quali un mondo veramente civile non dovrebbe mai avere bisogno, perchè sono l’emblema dell’ingiustizia.

A Gaza, con la tregua, sono entrati anche i giornalisti. Finalmente abbiamo saputo che i morti che ci sono stati per i bombardamenti israeliani, il fosforo bianco e le armi DIME , i tiri sull’ONU e la Croce Rossa sono colpa di Hamas. Israele nasconde il nome dei militari che hanno compiuto le azioni per paura che finiscano sotto processo in sede internazionale. Chissà perchè, se è tutta colpa di Hamas?
Ancora la storia degli scudi umani, come all’epoca di Saddam. I palestinesi sono morti perchè Hamas li ha gettati contro le bombe israeliane che arrivavano, quindi gli israeliani non hanno colpa. Come quando investi un cervo che ti si para improvvisamente davanti alla macchina.
Se si è massacrato il villaggio è perchè vi erano nascosti i partigiani. Anzi, macchè partigiani, i terroristi. Non esiste la Resistenza. Abbiamo intervistato i palestinesi e danno tutti la colpa ad Hamas.
Mi chiedo se, per scrivere queste cose, era necessario andare a Gaza.
L’ultima trovata dei volonterosi fiancheggiatori di Olmert è applicare i saldi al numero dei morti, con lo sconto. Non sono mica 1300, al massimo 500. Si, magari finirà come a Jenin dove furono solo 54. Lo sostiene l’inviato del Corriere, mica un blogger qualsiasi che a Gaza c’è dall’inizio del conflitto. Si ma lui è schierato, non vale, noi giornalisti siamo obiettivi.

Questo gioco al ribasso sui morti che insinua che non siano mai esistiti a me fa venire l’orticaria. Primo perchè è la parola dei vincitori e dei media unificati contro chi non ha mai avuto modo di parlare. E poi, chissà perchè, mi ricorda quei signori che si mettono a ragionare su quanto tempo ci mette un corpo a bruciare in un forno e quindi come è stato possibile bruciarne sei milioni in così poco tempo. Il paragone non suoni blasfemo. Com’è che si chiama, negazionismo? Non sarà clamoroso come quello ma puzza allo stesso modo.
Del resto si è sempre fatto. I turchi dicono ancora oggi che gli armeni, nel 1917, morirono per la maggior parte di indigestione, mica sterminati da loro, perchè erano terroristi e mica un milione e mezzo ma quattro gatti.


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Come era bello l’altra sera il nostro ministatista, quando annunciava che tanti bambini di Gaza sarebbero stati ospitati nei nostri ospedali con grande generosità e magari, aggiungo io, con la visita con consegna di pallone e gagliardetto della squadra del Milan, Kakà in testa (tanto sensibile e di chiesa, quel ragazzo). Quanto sarebbe stato più semplice non ferire quei bambini, non renderli orfani, non ammazzarli. Lasciarli in pace.

E’ quella che Naomi Klein chiama Shock Economy, l’economia che nasce dai disastri e che è figlia del fallimento del capitalismo come sistema economico in grado di dare benessere a tutti e della sua neoplasia: l’ultraliberismo.
Di fronte alla saturazione del mercato, alla presenza di surplus, alla gente che, nei paesi ricchi, non compra più televisori perchè ne ha già tre in casa, cosa fa il sistema? Crea caos, distrugge per poi avere l’alibi di ricostruire. Di solito nel terzo mondo o comunque in casa d’altri.

Non è solo lo sfruttamento di disastri naturali, come dice Klein, ad esempio l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del sud-est asiatico, usati per imporre privatizzazioni selvagge contro l’interesse dei cittadini oppure lo shock provocato dal golpe, come nel Cile del ’73.
A questo punto perchè non utilizzare più spesso il potenziale distruttivo delle guerre, fenomenali strumenti di sviluppo economico? Si buttano giù le case per far lavorare le imprese di costruzione. Quelle case bisognerà riarredarle, quindi ci vorranno televisori, lavatrici, mobili. Se buttiamo giù anche le strade ci vorranno ulteriori infrastrutture.
Il paradosso è che se si vogliono costruire strade, ospedali eccetera da noi nel primo mondo e senza prima distruggere niente mancano gli investimenti, investimenti che invece cadono a pioggia per gli appalti sulle opere di ricostruzione dei paesi colpiti da disastri o guerre. Strozzata e depredata dalla finanza, l’economia reale va in crisi e non ha altra scelta che partecipare al banchetto sui cadaveri delle guerre provocate al fine di offrirle una possibilità di rilancio. E’ il trionfo della follia.

Le ultime guerre, è provato, sono state tutte ideate a tavolino diversi anni prima del loro inizio. Nel 1999 si parlava già di Iraq, Afghanistan, Iran e Siria. L’11 settembre, come auspicavano i teorici del Nuovo Ordine Mondiale (definizione di Bush papi risalente alla prima Guerra del Golfo), è stato l’evento catalizzatore che ha permesso, finora, di completare metà del piano. Dietro al quale vi è il controllo delle risorse, c’è chi dice le ultime, ed il controllo dei punti strategici del mondo. Il terrorismo è una patacca. Come si creano le guerre si crea anche il terrorismo. Tutto si crea e tutto si distrugge.

A Gaza, come in tutte le ultime guerre, si è messo in pratica lo schema della shock economy con l’aggravante della volontà di punizione collettiva di una popolazione che ha osato sbagliare la scelta del proprio governo, preferendo Hamas a Fatah. Shock and awe, appunto.
Per quasi un mese si sono bombardati civili, si è distrutto non i soliti ulivi ma interi palazzi, si sono danneggiate le infrastrutture, così i corvi degli investimenti internazionali e gli avvoltoi della cooperazione arriveranno a far vedere quanto sono buoni. I famosi aiuti umanitari dei quali un mondo veramente civile non dovrebbe mai avere bisogno, perchè sono l’emblema dell’ingiustizia.

A Gaza, con la tregua, sono entrati anche i giornalisti. Finalmente abbiamo saputo che i morti che ci sono stati per i bombardamenti israeliani, il fosforo bianco e le armi DIME , i tiri sull’ONU e la Croce Rossa sono colpa di Hamas. Israele nasconde il nome dei militari che hanno compiuto le azioni per paura che finiscano sotto processo in sede internazionale. Chissà perchè, se è tutta colpa di Hamas?
Ancora la storia degli scudi umani, come all’epoca di Saddam. I palestinesi sono morti perchè Hamas li ha gettati contro le bombe israeliane che arrivavano, quindi gli israeliani non hanno colpa. Come quando investi un cervo che ti si para improvvisamente davanti alla macchina.
Se si è massacrato il villaggio è perchè vi erano nascosti i partigiani. Anzi, macchè partigiani, i terroristi. Non esiste la Resistenza. Abbiamo intervistato i palestinesi e danno tutti la colpa ad Hamas.
Mi chiedo se, per scrivere queste cose, era necessario andare a Gaza.
L’ultima trovata dei volonterosi fiancheggiatori di Olmert è applicare i saldi al numero dei morti, con lo sconto. Non sono mica 1300, al massimo 500. Si, magari finirà come a Jenin dove furono solo 54. Lo sostiene l’inviato del Corriere, mica un blogger qualsiasi che a Gaza c’è dall’inizio del conflitto. Si ma lui è schierato, non vale, noi giornalisti siamo obiettivi.

Questo gioco al ribasso sui morti che insinua che non siano mai esistiti a me fa venire l’orticaria. Primo perchè è la parola dei vincitori e dei media unificati contro chi non ha mai avuto modo di parlare. E poi, chissà perchè, mi ricorda quei signori che si mettono a ragionare su quanto tempo ci mette un corpo a bruciare in un forno e quindi come è stato possibile bruciarne sei milioni in così poco tempo. Il paragone non suoni blasfemo. Com’è che si chiama, negazionismo? Non sarà clamoroso come quello ma puzza allo stesso modo.
Del resto si è sempre fatto. I turchi dicono ancora oggi che gli armeni, nel 1917, morirono per la maggior parte di indigestione, mica sterminati da loro, perchè erano terroristi e mica un milione e mezzo ma quattro gatti.


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