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Come avrebbe detto il mitico Gigi Garzya, difensore del Lecce, “sono completamente d’accordo a metà con il Mister”. Nel mio caso, il mister è Paolo Barnard.
Non mi riferisco alla ormai appiccicaticcia discussione sul mostro palentario della gnocca commercial-mediatica, che ha spappolato i coglioni, ma a questo articolo (grazie Area), dove Barnard ci fa notare, giustamente, come le dimissioni di Dino Boffo, mazzolato a sangue da Alex De Feltri ed i suoi drughi, non siano state affatto rifiutate dalle gerarchie vaticane ma subito accettate senza indugio e, parrebbe, quasi con sollievo.

Effettivamente è strano che chi è stato definito coram populo e da tutti i pulpiti domenicali vittima di un proditorio attacco alla propria integrità morale non venga difeso dai suoi superiori nella conservazione del posto di lavoro ma venga accalappiato e abbandonato in autostrada. Ha ragione Barnard quando dice che avrebbero dovuto dire a Boffo, una volta ricevute le dimissioni: “No, stai scherzando? Non se ne parla nemmeno, tu resti al tuo posto e basta”.
Invece no. Oh che brava persona, oh che bravo giornalista, oh che stellìn ma non vogliamo noie nel nostro locale.

Questo comportamento è tipico nell’ipocrisia pretaiola. Difatti, di cosa si ha paura in ambito ecclesiastico? Non del peccato o del peccatore, per il quale c’è sempre il perdono o il Crimen Sollicitationis ma dello scandalo che deriva dal disvelamento del peccato.
Ovvero, giusto per fare un esempio estremo ma che rende l’idea, fintantoché i bambini stanno zitti e non inguaiano il parroco che li manipola abusivamente, il reato non sussiste. Si chiudono entrambi gli occhi ed anzi, si invita tutti ad un omertoso silenzio.
Se qualche mamma però esplode e va in Curia a fare casino, allora zitti zitti si prende il parroco amante dei bambini e lo si trasferisce in altra provincia o in cima ad un cucuzzolo, al riparo dallo scandalo e magari permettendogli di ricominciare indisturbato a palpeggiare chierichetti di montagna.

Nel caso di Boffo, accettare le dimissioni sembra quasi voler dire: “Beh, ora che tutti ormai sanno che sei omosessuale è il caso di continuare a fingere che in Vaticano il vizietto non esista”.
(Bocca mia taci e non dir più nulla). Non importa che, accettando le dimissioni di Boffo, i gerarchi vaticani abbiano implicitamente assegnato dieci punti al serpeverde Feltri e fatto trionfare l’ingiustizia.

Sono d’accordo con Barnard quando egli interpreta il comportamento della Chiesa come parte di un do ut des più scandaloso di qualsiasi perversione sessuale.
In sostanza si perdonerebbe al vecchio pornoduce di aver tradito la moglie con ragazze a pagamento, di aver tenuto una condotta scandalosa (si teme anche con ragazze minorenni, perciò “la Repubblica” continua a chiedergli spiegazioni), di aver scambiato le figurine dei ministeri con le sue favorite, per non parlare di altre porcate da almeno 10.000 avemarie e 4.560 paternoster di penitenza.
Tutto ciò, in cambio di leggi, decreti e leggine contro i diritti civili laici come il matrimonio gay, il testamento biologico, i diritti dei conviventi, l’aborto, la RU486, ecc. Forse perfino il divorzio, una volta che lui l’avesse ottenuto.
Un odioso mercimonio che mostra tutta l’ipocrisia di chi vorrebbe ergersi a difesa del sacro e invece vende ogni giorno l’anima al diavolo rossonero.

Una volta, la vendita delle indulgenze ed il perdono dei peggiori peccatori a suon di dobloni e un tanto al chilo si chiamava peccato di simonia.
Ormai siamo al 3×2, allo svuoto tutto, alla liquidazione totale, al saldo delle indulgenze. La perdonanza, sai, è come il vento.


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