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Ovvero una categoria extralusso di commentatori con la quale credo abbiano a che fare tutti i bloggers, prima o poi. Mi riferisco a coloro che, anche se ti hanno magari letto tutto il post, alla fine non ne assorbono il succo e l’immagine complessiva, la Gestalt, ma si lasciano attrarre dai dettagli, dalle piccolezze, dai particolari e soprattutto ti fanno notare l’errore. Senza la minima esitazione. Come il bambino che nota l’imperatore con le chiappe di fuori e lo grida ai quattro venti.

Io invidio loro il coraggio e la faccia tosta, che io non ho in questi casi. Quando leggo gli scritti altrui, di qualunque provenienza, bloggettara o professionale, non noto gli errori grammaticali (che possono sempre essere semplici refusi) nè vado a praticare il taglio a T sul testo per farne l’autopsia. La mia attenzione viene attratta solo da fatti clamorosi, tipo “entrare a d’agio, stanno i banbini”, mi inkazzo solo con le k e sul verbo “ha” senz’acca ma l’incazzatura la tengo per me.
Ed inoltre, per una sorta di rispetto nei confronti della fatica dello scrivere, acuita nel mio caso da una disgrafia acquisita che mi porta, senza accorgermene, a sostituire lettere con altre, costringendomi a controllare sempre due volte il prodotto delle mie digitazioni sulla tastiera, mi parrebbe poco delicato non focalizzare il commento sul concetto per distrarlo nei rivoli del particolarismo.

Invece gli spaccapelisti grammaticali (poi parleremo di quelli semantici) sono già pronti con il ditino sulla tastiera per farti notare, ohibò, il qual’é con l’apostrofo*. Magari hai scritto un pezzo documentato, ci hai messo anima, sangue, sudore e polvere da sparo ma loro, niente, potrebbe essere Manzoni ma hanno il qual è che non perdona. Se provi a ribattere che sulla questione vi sono due scuole di pensiero, con l’apostrofo e senza, non gliene frega niente. Spesso addirittura non ribattono. La loro incursione da Sorci Verdi, anzi rossi come la penna d’ordinanza che portano da bravi maestrini, è di solito rapida ed infallibile.

Ancora più spietati sono gli spaccapelisti semantici, quelli che ti fanno notare (davanti a tutti) che quella fonte che hai citato non è attendibile, oppure che hai sbagliato il link o il fatto che la notizia da te citata è stata smentita, con tanto di demolizione controllata finale del tuo castello di ipotesi.
Mi rimane sempre il dubbio se lo facciano apposta, per una sorta di sadismo della serie “mo’ ti colgo in fallo”, oppure se si tratti di automatismi come la salivazione del cane di Pavlov o il riflesso patellare.

Sono degli spaccamaroni, diciamo la verità. Più che l’amore per la correttezza grammaticale e formale di ciò che scrivi, a loro piace disturbare e rovinare la festa. Probabilmente se ti incontrano all’ingresso del cinema ti raccontano che “lui muore improvvisamente e lei scappa con l’assassino che è George”. A scuola erano quelli che, l’ultimo giorno prima delle vacanze estive, dopo i saluti della maestra, già al suono della campanella, si alzavano in piedi, con il fioccone più grande degli altri e dicevano: “Signora maestra, si è dimenticata di darci i compiti per le vacanze”. “Oh, già, è vero! Grazie, Pierfrancesco Maria. Aspettate ragazzi che ve li do’ ora.”

(NdA – Sul do’ ci vuole l’accento? Non mi arriverà addosso un maestrino in guisa di kamikaze al grido di “Tenno, heikai banzai!”? Non mi sarà scappato un qual’è? Vuoi che non ci sia chi mi correggerà il giapponese?
E chi può più dormire stasera?)

(NdA 2 – * L’apooooostrofooooo! Non l’accento!)

Vignetta di Roberto Mangosi, che ringrazio.


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Io invidio loro il coraggio e la faccia tosta, che io non ho in questi casi. Quando leggo gli scritti altrui, di qualunque provenienza, bloggettara o professionale, non noto gli errori grammaticali (che possono sempre essere semplici refusi) nè vado a praticare il taglio a T sul testo per farne l’autopsia. La mia attenzione viene attratta solo da fatti clamorosi, tipo “entrare a d’agio, stanno i banbini”, mi inkazzo solo con le k e sul verbo “ha” senz’acca ma l’incazzatura la tengo per me.
Ed inoltre, per una sorta di rispetto nei confronti della fatica dello scrivere, acuita nel mio caso da una disgrafia acquisita che mi porta, senza accorgermene, a sostituire lettere con altre, costringendomi a controllare sempre due volte il prodotto delle mie digitazioni sulla tastiera, mi parrebbe poco delicato non focalizzare il commento sul concetto per distrarlo nei rivoli del particolarismo.

Invece gli spaccapelisti grammaticali (poi parleremo di quelli semantici) sono già pronti con il ditino sulla tastiera per farti notare, ohibò, il qual’é con l’apostrofo*. Magari hai scritto un pezzo documentato, ci hai messo anima, sangue, sudore e polvere da sparo ma loro, niente, potrebbe essere Manzoni ma hanno il qual è che non perdona. Se provi a ribattere che sulla questione vi sono due scuole di pensiero, con l’apostrofo e senza, non gliene frega niente. Spesso addirittura non ribattono. La loro incursione da Sorci Verdi, anzi rossi come la penna d’ordinanza che portano da bravi maestrini, è di solito rapida ed infallibile.

Ancora più spietati sono gli spaccapelisti semantici, quelli che ti fanno notare (davanti a tutti) che quella fonte che hai citato non è attendibile, oppure che hai sbagliato il link o il fatto che la notizia da te citata è stata smentita, con tanto di demolizione controllata finale del tuo castello di ipotesi.
Mi rimane sempre il dubbio se lo facciano apposta, per una sorta di sadismo della serie “mo’ ti colgo in fallo”, oppure se si tratti di automatismi come la salivazione del cane di Pavlov o il riflesso patellare.

Sono degli spaccamaroni, diciamo la verità. Più che l’amore per la correttezza grammaticale e formale di ciò che scrivi, a loro piace disturbare e rovinare la festa. Probabilmente se ti incontrano all’ingresso del cinema ti raccontano che “lui muore improvvisamente e lei scappa con l’assassino che è George”. A scuola erano quelli che, l’ultimo giorno prima delle vacanze estive, dopo i saluti della maestra, già al suono della campanella, si alzavano in piedi, con il fioccone più grande degli altri e dicevano: “Signora maestra, si è dimenticata di darci i compiti per le vacanze”. “Oh, già, è vero! Grazie, Pierfrancesco Maria. Aspettate ragazzi che ve li do’ ora.”

(NdA – Sul do’ ci vuole l’accento? Non mi arriverà addosso un maestrino in guisa di kamikaze al grido di “Tenno, heikai banzai!”? Non mi sarà scappato un qual’è? Vuoi che non ci sia chi mi correggerà il giapponese?
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Io invidio loro il coraggio e la faccia tosta, che io non ho in questi casi. Quando leggo gli scritti altrui, di qualunque provenienza, bloggettara o professionale, non noto gli errori grammaticali (che possono sempre essere semplici refusi) nè vado a praticare il taglio a T sul testo per farne l’autopsia. La mia attenzione viene attratta solo da fatti clamorosi, tipo “entrare a d’agio, stanno i banbini”, mi inkazzo solo con le k e sul verbo “ha” senz’acca ma l’incazzatura la tengo per me.
Ed inoltre, per una sorta di rispetto nei confronti della fatica dello scrivere, acuita nel mio caso da una disgrafia acquisita che mi porta, senza accorgermene, a sostituire lettere con altre, costringendomi a controllare sempre due volte il prodotto delle mie digitazioni sulla tastiera, mi parrebbe poco delicato non focalizzare il commento sul concetto per distrarlo nei rivoli del particolarismo.

Invece gli spaccapelisti grammaticali (poi parleremo di quelli semantici) sono già pronti con il ditino sulla tastiera per farti notare, ohibò, il qual’é con l’apostrofo*. Magari hai scritto un pezzo documentato, ci hai messo anima, sangue, sudore e polvere da sparo ma loro, niente, potrebbe essere Manzoni ma hanno il qual è che non perdona. Se provi a ribattere che sulla questione vi sono due scuole di pensiero, con l’apostrofo e senza, non gliene frega niente. Spesso addirittura non ribattono. La loro incursione da Sorci Verdi, anzi rossi come la penna d’ordinanza che portano da bravi maestrini, è di solito rapida ed infallibile.

Ancora più spietati sono gli spaccapelisti semantici, quelli che ti fanno notare (davanti a tutti) che quella fonte che hai citato non è attendibile, oppure che hai sbagliato il link o il fatto che la notizia da te citata è stata smentita, con tanto di demolizione controllata finale del tuo castello di ipotesi.
Mi rimane sempre il dubbio se lo facciano apposta, per una sorta di sadismo della serie “mo’ ti colgo in fallo”, oppure se si tratti di automatismi come la salivazione del cane di Pavlov o il riflesso patellare.

Sono degli spaccamaroni, diciamo la verità. Più che l’amore per la correttezza grammaticale e formale di ciò che scrivi, a loro piace disturbare e rovinare la festa. Probabilmente se ti incontrano all’ingresso del cinema ti raccontano che “lui muore improvvisamente e lei scappa con l’assassino che è George”. A scuola erano quelli che, l’ultimo giorno prima delle vacanze estive, dopo i saluti della maestra, già al suono della campanella, si alzavano in piedi, con il fioccone più grande degli altri e dicevano: “Signora maestra, si è dimenticata di darci i compiti per le vacanze”. “Oh, già, è vero! Grazie, Pierfrancesco Maria. Aspettate ragazzi che ve li do’ ora.”

(NdA – Sul do’ ci vuole l’accento? Non mi arriverà addosso un maestrino in guisa di kamikaze al grido di “Tenno, heikai banzai!”? Non mi sarà scappato un qual’è? Vuoi che non ci sia chi mi correggerà il giapponese?
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(Parental Advisory: Attenzione, l’autrice del post non è riuscita ad evitare a volte toni decisamente pedofobi nella seconda parte del testo).

(Disclaimer: Esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti. Tutti noi faremmo la firma per averli come figli e nipoti. Purtroppo più di frequente ci capitano quelli che descrivo nel post e che sarebbe ipocrita far finta che non esistano solo per fare la figura dei buonisti alla “sepoffà”.)

Vorrei parlare di un fenomeno che mi capita di osservare sempre più spesso, in particolar modo in questi giorni. Quello dei bambini ma soprattutto degli adolescenti che ciondolano tutto il giorno in preda ad una noia cosmica attorno ai genitori e agli altri malcapitati adulti, perchè le scuole sono chiuse.

L’altro giorno ho assistito ad una scena veramente pietosa. Un bambino costretto per quasi due ore a rimanere nell’angusto spazio di un salone da parrucchiere ad alta intensità di estrogeni mentre a sua madre fissavano le extensions, senza purtroppo contemporaneamente sigillarle la bocca. Il bambino ha ciondolato, appunto, per metà del tempo quindi una delle sciampiste, misericordiose, ha detto “Ma non si può dare qualche giornalino a questo piccolo per distrarlo un po’?” Il problema è che le riviste finivano sfogliate molto alla svelta, non essendo un bambino di 7-8 anni molto interessato a “Men’s Health” e a questioni come addominali a tartaruga e durata del rapporto.
La creatura, poverina, è stata fin troppo buona, un piccolo Buddha. Un altro avrebbe sfasciato il negozio e sviluppato un odio feroce nei confronti delle donne. Alla fine però, quando la madre ha finalmente avuto le sue estensioni e l’arsura le aveva già provvidenzialmente seccato la gola, il figlio santo appariva francamente distrutto. Penso avrà rimpianto i cateti e fin anco le ipotenuse da masticare durante le grigie ore scolastiche di novembre.

Se alcuni ragazzini ciondolano ma li sopporti ed anzi ti fanno un po’ pena come il piccolo coiffeur, altri te li ritrovi tra le palle domandandoti cosa hai mai fatto di male per meritare questo, non essendo oltretutto responsabile della loro nascita e quindi della loro immissione nella biosfera.

Per quello che mi ricordo, se noi ragazzi avessimo dovuto trascorrere una intera giornata con i genitori chiusi sul loro luogo di lavoro ci saremmo sparati già alle sette di mattina. Per non dire che loro non lo avrebbero mai permesso se non in circostanze assolutamente eccezionali.
La regola per i ragazzi, durante le vacanze, era trovarsi, dico la parolaccia: giocare ma ad almeno due chilometri dai genitori e soprattutto all’aria aperta. Già le vacanze al mare trascorse assieme a loro erano vissute con disagio. Anelavamo all’indipendenza, al poter stare per conto nostro, a non dipendere dai genitori. Con appena quattromila lire alla settimana di paghetta e un pallone da calciare in un cortile.

Invece, per un curioso fenomeno che ai miei tempi sarebbe stato impensabile, c’è una tipologia di ragazzini che si incollano alle calcagna dei genitori (e purtroppo degli altri malcapitati ed incolpevoli adulti presenti) i quali se li ritrovano in negozio, perfino negli uffici a ciondolare per ore come zombi decerebrati senza possibilità di scrollarseli di dosso se non dietro elargizione di somme di denaro. “Su andate a farvi un giro, comperatevi qualcosa, ma non tornate prima di stasera, mi raccomando”.

Non riuscire ad allontanarli significa assistere a lunghissime sedute di “scoppio delle palline di bubble pack” oppure di caduta ritmica di moneta sul tavolo (record mondiale appena stabilito: 9’45”), oppure alla distruzione sistematica del luogo ove si trovano. Apparecchiature che cadono sotto una maledizione inspiegabile e smettono di funzionare, stampanti che cominciano a buttare inchiostro perchè il genio ha cercato di smontarle, insudiciamento di tastiere, mouse e registratori di cassa che sembrano spalmati con lo strutto. Per non parlare dei computer che, da un giorno all’altro, si ritrovano più infetti di una fogna di Calcutta perchè loro chattano e scaricano, scaricano e installano.
Pare che i genitori lo facciano perchè almeno sanno dove sono i figli, li si può controllare meglio. Là fuori, si sa, c’è la droga, appena volti la testa trombano come ricci. Si parla anche di undici-dodicenni.

Il problema è che se nei mesi invernali questo tipo di cucciolo sembra avere uno scopo nella vita, cioè tirare a campare a scuola, studiare il meno possibile e occuparsi in inutili corsi di danza, sport e musica facendo finta di interessarsi a qualche cosa, con la fine delle lezioni e la chiusura estiva delle palestre scatta la consapevolezza di non sapere più che cazzo fare dalla mattina alla sera.

Di conseguenza il genitore si tira dietro i figli ma senza considerare il fatto che questi, che sono un ‘orrenda ibridazione tra bambino ed adulto, che non giocano più e non sanno stare con sé stessi, non sono nemmeno abituati a stare con i genitori, vedendoli si è no di sfuggita ogni tanto. Disposti a non concedere nemmeno un grammo di affettività a babbi e mamme che li hanno tirati su come delle slot-machines, “metti la moneta e lui ti considera per 30 secondi”, semplicemente impongono la loro indifferenza ed il loro è un silenzio che ti assorda, tanto che passi l’estate a fantasticare sul Pifferaio di Hammelin e a pregare San Remigio che torni presto la scuola a portarseli via, con un pensiero affettuoso ai poveri insegnanti che dovranno giuggiolarseli per nove mesi. Quasi un’altra gravidanza. Roba da correre a farsi legare le tube.

Certo, esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.

esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
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http://www.youtube.com/v/EJPJM1Ug8OA&hl=it&fs=1


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(Disclaimer: Esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti. Tutti noi faremmo la firma per averli come figli e nipoti. Purtroppo più di frequente ci capitano quelli che descrivo nel post e che sarebbe ipocrita far finta che non esistano solo per fare la figura dei buonisti alla “sepoffà”.)

Vorrei parlare di un fenomeno che mi capita di osservare sempre più spesso, in particolar modo in questi giorni. Quello dei bambini ma soprattutto degli adolescenti che ciondolano tutto il giorno in preda ad una noia cosmica attorno ai genitori e agli altri malcapitati adulti, perchè le scuole sono chiuse.

L’altro giorno ho assistito ad una scena veramente pietosa. Un bambino costretto per quasi due ore a rimanere nell’angusto spazio di un salone da parrucchiere ad alta intensità di estrogeni mentre a sua madre fissavano le extensions, senza purtroppo contemporaneamente sigillarle la bocca. Il bambino ha ciondolato, appunto, per metà del tempo quindi una delle sciampiste, misericordiose, ha detto “Ma non si può dare qualche giornalino a questo piccolo per distrarlo un po’?” Il problema è che le riviste finivano sfogliate molto alla svelta, non essendo un bambino di 7-8 anni molto interessato a “Men’s Health” e a questioni come addominali a tartaruga e durata del rapporto.
La creatura, poverina, è stata fin troppo buona, un piccolo Buddha. Un altro avrebbe sfasciato il negozio e sviluppato un odio feroce nei confronti delle donne. Alla fine però, quando la madre ha finalmente avuto le sue estensioni e l’arsura le aveva già provvidenzialmente seccato la gola, il figlio santo appariva francamente distrutto. Penso avrà rimpianto i cateti e fin anco le ipotenuse da masticare durante le grigie ore scolastiche di novembre.

Se alcuni ragazzini ciondolano ma li sopporti ed anzi ti fanno un po’ pena come il piccolo coiffeur, altri te li ritrovi tra le palle domandandoti cosa hai mai fatto di male per meritare questo, non essendo oltretutto responsabile della loro nascita e quindi della loro immissione nella biosfera.

Per quello che mi ricordo, se noi ragazzi avessimo dovuto trascorrere una intera giornata con i genitori chiusi sul loro luogo di lavoro ci saremmo sparati già alle sette di mattina. Per non dire che loro non lo avrebbero mai permesso se non in circostanze assolutamente eccezionali.
La regola per i ragazzi, durante le vacanze, era trovarsi, dico la parolaccia: giocare ma ad almeno due chilometri dai genitori e soprattutto all’aria aperta. Già le vacanze al mare trascorse assieme a loro erano vissute con disagio. Anelavamo all’indipendenza, al poter stare per conto nostro, a non dipendere dai genitori. Con appena quattromila lire alla settimana di paghetta e un pallone da calciare in un cortile.

Invece, per un curioso fenomeno che ai miei tempi sarebbe stato impensabile, c’è una tipologia di ragazzini che si incollano alle calcagna dei genitori (e purtroppo degli altri malcapitati ed incolpevoli adulti presenti) i quali se li ritrovano in negozio, perfino negli uffici a ciondolare per ore come zombi decerebrati senza possibilità di scrollarseli di dosso se non dietro elargizione di somme di denaro. “Su andate a farvi un giro, comperatevi qualcosa, ma non tornate prima di stasera, mi raccomando”.

Non riuscire ad allontanarli significa assistere a lunghissime sedute di “scoppio delle palline di bubble pack” oppure di caduta ritmica di moneta sul tavolo (record mondiale appena stabilito: 9’45”), oppure alla distruzione sistematica del luogo ove si trovano. Apparecchiature che cadono sotto una maledizione inspiegabile e smettono di funzionare, stampanti che cominciano a buttare inchiostro perchè il genio ha cercato di smontarle, insudiciamento di tastiere, mouse e registratori di cassa che sembrano spalmati con lo strutto. Per non parlare dei computer che, da un giorno all’altro, si ritrovano più infetti di una fogna di Calcutta perchè loro chattano e scaricano, scaricano e installano.
Pare che i genitori lo facciano perchè almeno sanno dove sono i figli, li si può controllare meglio. Là fuori, si sa, c’è la droga, appena volti la testa trombano come ricci. Si parla anche di undici-dodicenni.

Il problema è che se nei mesi invernali questo tipo di cucciolo sembra avere uno scopo nella vita, cioè tirare a campare a scuola, studiare il meno possibile e occuparsi in inutili corsi di danza, sport e musica facendo finta di interessarsi a qualche cosa, con la fine delle lezioni e la chiusura estiva delle palestre scatta la consapevolezza di non sapere più che cazzo fare dalla mattina alla sera.

Di conseguenza il genitore si tira dietro i figli ma senza considerare il fatto che questi, che sono un ‘orrenda ibridazione tra bambino ed adulto, che non giocano più e non sanno stare con sé stessi, non sono nemmeno abituati a stare con i genitori, vedendoli si è no di sfuggita ogni tanto. Disposti a non concedere nemmeno un grammo di affettività a babbi e mamme che li hanno tirati su come delle slot-machines, “metti la moneta e lui ti considera per 30 secondi”, semplicemente impongono la loro indifferenza ed il loro è un silenzio che ti assorda, tanto che passi l’estate a fantasticare sul Pifferaio di Hammelin e a pregare San Remigio che torni presto la scuola a portarseli via, con un pensiero affettuoso ai poveri insegnanti che dovranno giuggiolarseli per nove mesi. Quasi un’altra gravidanza. Roba da correre a farsi legare le tube.

Certo, esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.

esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
esistono ragazzini bravi, studiosi, indipendenti, buoni, affettuosi e soprattutto intelligenti.
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Vorrei parlare di un fenomeno che mi capita di osservare sempre più spesso, in particolar modo in questi giorni. Quello dei bambini ma soprattutto degli adolescenti che ciondolano tutto il giorno in preda ad una noia cosmica attorno ai genitori e agli altri malcapitati adulti, perchè le scuole sono chiuse.

L’altro giorno ho assistito ad una scena veramente pietosa. Un bambino costretto per quasi due ore a rimanere nell’angusto spazio di un salone da parrucchiere ad alta intensità di estrogeni mentre a sua madre fissavano le extensions, senza purtroppo contemporaneamente sigillarle la bocca. Il bambino ha ciondolato, appunto, per metà del tempo quindi una delle sciampiste, misericordiose, ha detto “Ma non si può dare qualche giornalino a questo piccolo per distrarlo un po’?” Il problema è che le riviste finivano sfogliate molto alla svelta, non essendo un bambino di 7-8 anni molto interessato a “Men’s Health” e a questioni come addominali a tartaruga e durata del rapporto.
La creatura, poverina, è stata fin troppo buona, un piccolo Buddha. Un altro avrebbe sfasciato il negozio e sviluppato un odio feroce nei confronti delle donne. Alla fine però, quando la madre ha finalmente avuto le sue estensioni e l’arsura le aveva già provvidenzialmente seccato la gola, il figlio santo appariva francamente distrutto. Penso avrà rimpianto i cateti e fin anco le ipotenuse da masticare durante le grigie ore scolastiche di novembre.

Se alcuni ragazzini ciondolano ma li sopporti ed anzi ti fanno un po’ pena come il piccolo coiffeur, altri te li ritrovi tra le palle domandandoti cosa hai mai fatto di male per meritare questo, non essendo oltretutto responsabile della loro nascita e quindi della loro immissione nella biosfera.

Per quello che mi ricordo, se noi ragazzi avessimo dovuto trascorrere una intera giornata con i genitori chiusi sul loro luogo di lavoro ci saremmo sparati già alle sette di mattina. Per non dire che loro non lo avrebbero mai permesso se non in circostanze assolutamente eccezionali.
La regola per i ragazzi, durante le vacanze, era trovarsi, dico la parolaccia: giocare ma ad almeno due chilometri dai genitori e soprattutto all’aria aperta. Già le vacanze al mare trascorse assieme a loro erano vissute con disagio. Anelavamo all’indipendenza, al poter stare per conto nostro, a non dipendere dai genitori. Con appena quattromila lire alla settimana di paghetta e un pallone da calciare in un cortile.

Invece, per un curioso fenomeno che ai miei tempi sarebbe stato impensabile, c’è una tipologia di ragazzini che si incollano alle calcagna dei genitori (e purtroppo degli altri malcapitati ed incolpevoli adulti presenti) i quali se li ritrovano in negozio, perfino negli uffici a ciondolare per ore come zombi decerebrati senza possibilità di scrollarseli di dosso se non dietro elargizione di somme di denaro. “Su andate a farvi un giro, comperatevi qualcosa, ma non tornate prima di stasera, mi raccomando”.

Non riuscire ad allontanarli significa assistere a lunghissime sedute di “scoppio delle palline di bubble pack” oppure di caduta ritmica di moneta sul tavolo (record mondiale appena stabilito: 9’45”), oppure alla distruzione sistematica del luogo ove si trovano. Apparecchiature che cadono sotto una maledizione inspiegabile e smettono di funzionare, stampanti che cominciano a buttare inchiostro perchè il genio ha cercato di smontarle, insudiciamento di tastiere, mouse e registratori di cassa che sembrano spalmati con lo strutto. Per non parlare dei computer che, da un giorno all’altro, si ritrovano più infetti di una fogna di Calcutta perchè loro chattano e scaricano, scaricano e installano.
Pare che i genitori lo facciano perchè almeno sanno dove sono i figli, li si può controllare meglio. Là fuori, si sa, c’è la droga, appena volti la testa trombano come ricci. Si parla anche di undici-dodicenni.

Il problema è che se nei mesi invernali questo tipo di cucciolo sembra avere uno scopo nella vita, cioè tirare a campare a scuola, studiare il meno possibile e occuparsi in inutili corsi di danza, sport e musica facendo finta di interessarsi a qualche cosa, con la fine delle lezioni e la chiusura estiva delle palestre scatta la consapevolezza di non sapere più che cazzo fare dalla mattina alla sera.

Di conseguenza il genitore si tira dietro i figli ma senza considerare il fatto che questi, che sono un ‘orrenda ibridazione tra bambino ed adulto, che non giocano più e non sanno stare con sé stessi, non sono nemmeno abituati a stare con i genitori, vedendoli si è no di sfuggita ogni tanto. Disposti a non concedere nemmeno un grammo di affettività a babbi e mamme che li hanno tirati su come delle slot-machines, “metti la moneta e lui ti considera per 30 secondi”, semplicemente impongono la loro indifferenza ed il loro è un silenzio che ti assorda, tanto che passi l’estate a fantasticare sul Pifferaio di Hammelin e a pregare San Remigio che torni presto la scuola a portarseli via, con un pensiero affettuoso ai poveri insegnanti che dovranno giuggiolarseli per nove mesi. Quasi un’altra gravidanza. Roba da correre a farsi legare le tube.

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