You are currently browsing the category archive for the ‘storia seconda guerra mondiale’ category.

Scajola vuole solo evitare che mettano insieme un nuovo governo a sua insaputa. Ormai ha imparato la lezione. Di Pisanu mi fido già di più ma che mi dite di Bruto e Cassio in Tod’s e Ferrari? Baccini e il biancofiore possono ridiventare Rosa Bianca ma, oggi come allora, se non arriva la benedizione degli Alleati non si combina nulla. 
Sarà, ma in Italia qualcuno con i maroni di un Von Stauffenberg non lo vedo.

Non era Vierville-sur-Mer ma Deauville. Non era il 6 giugno ma quasi, il 26 maggio. Non era il Gen. Cota ma un Cota governatore c’è, da qualche parte. Non era Omaha ma Obama.
Coraggio, nel delirio sta rivivendo tutto il film della Seconda Guerra Mondiale e lo sta facendo con l’avanti veloce. Dopo la Battaglia di Stalingrado dell’altro giorno siamo già allo Sbarco in Normandia. Attendiamo con ansia il bunker. Del resto, ci sarà pure un giudice a Berlino.

“Non credo che vorremmo consegnare la nostra città a chi promette progetti irrealizzabili e vorrebbe fare di Milano la Stalingrado d’Italia”.” (B.)
Il primo pensiero che uno fa, sentendo questa scempiaggine, è che se io fossi un nazistello attempato ed azzimato Stalingrado non la nominerei, visto che fu grazie all’eroismo di quella città che il nazismo subì la sua prima cocente sconfitta, prima di essere spazzato via dalla storia.
In secondo luogo, B. non lo sa certamente ma una delle immagini più celebri di Stalingrado è quella di un suo famoso monumento risalente all’epoca della storica battaglia. Vi sono raffigurati sei bambini che fanno il girotondo attorno….. ad un caimano!
A volte il destino dà segni inquietanti del suo agire.
«Non andrò a veder­lo. Quando si rovescia la storia, rappresentando ebrei car­nefici e nazisti vittime, si com­mette un falso. Sia pure con la scusa dell’ironia. Ci sono stati ca­si di vendetta, ma pochissimi. Già noti. E ben diversi da come li racconta Tarantino. A lui inte­ressa solo mostrare la violenza di quell’epoca, per fare soldi: una speculazione che non mi piace». (Yehuda Bauer, storico della Shoah all’Università Ebrai­ca, 19 libri sull’argomento, con­sulente di registi (Spielberg com­preso)
Ebrei che vanno in giro a spaccare teste di nazisti con un solo colpo di mazza da baseball, che collezionano scalpi dei medesimi, provandoci pure mucho gusto a torturali come e peggio di tanti Mr. Blonde? Capisco lo sconcerto del prof e di molti altri, preoccupati che qualcuno, guardando nell’ultimo film di Quentin Tarantino la faccetta da schiaffi di Brad Pitt ed il ghigno satanico di Eli “Hostel” Roth , possa pensare: “Però, ‘sti ebrei che str…”
Non credo però che la preoccupazione di Bauer si rivolga alla reputazione di fantasmi del passato, quanto piuttosto al parallelo che qualcuno potrebbe fare con episodi molto più recenti che hanno per protagonisti israeliani e palestinesi ed episodi di braccine spezzate. Un rischio che è indubbiamente da tenere in conto.
Se non fossimo cresciuti con il terrore, camminando nel campo minato della storia del Novecento, di saltare su qualche mina dicendo per esempio che chi si macchiò di crimini orrendi non furono solo i nazisti ma anche i russi, gli alleati, i giap, insomma un pò tutti, senza per questo sminuire la responsabilità di ciascuno, non proveremmo alcun disagio a pensare alla possibilità di un plotone di “basterdi” ebrei che si vendica a modo suo e alla ‘ndo cojo cojo contro i poveretti, anche se nazisti, che gli capitano sotto.

La storia insegna che i ruoli di vittima e carnefice non sono mai appannaggio di un unico schieramento ma hanno piuttosto caratteristiche di intercambiabilità.
Già Roman Polanski, in quello splendido e, secondo me definitivo, film sulla Shoah che è “Il Pianista”, aveva osato mostrarci ebrei buoni ed ebrei cattivi, opportunisti e pavidi: tedeschi spietati e tedeschi compassionevoli, giusti e coraggiosi. E’ per questo che è una storia così incredibilmente realistica e che spacca il cuore. Non so se Polanski sia stato così efficace nel narrare quell’orrore perchè lui stesso passò bambino attraverso la notte e le nebbie ma è molto probabile.

Guardando il film di Tarantino adesso si potrebbe pensare che se il buon capitano che salva la vita del pianista commuovendosi al suono di Chopin incontrasse sulla sua strada i basterdi, per i quali lui sarebbe solo un porco nazi da accoppare, noi troveremmo la loro vendetta eccessiva e malposta e potremmo tifare per lui soffrendo per il suo scalpo. Con la conseguenza di far soffrire di riflesso anche il prof. Bauer preoccupato dall’oscillazione del concetto di vittima. Però lo ammette anche lui, ci furono casi di vendetta commessi da ebrei. “Pochissimi però”, dice.

Molti anni fa, quando preparavo la mia tesi, lessi un libro che si intitolava “Occhio per occhio” di un giornalista, John Sack, reporter di guerra e scrittore. Ve ne riporto la recensione:

Tra le numerose tragedie rimosse nella storia di questo secolo, spesso si dimenticano gli eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945 l’esercito sovietico occupò la Polonia e parte della Germania: una regione abitata da dieci milioni di civili tedeschi. Con efficienza tipicamente stalinista, venne subito organizzato un Ufficio per la sicurezza dello Stato, col compito di iniziare una politica di denazificazione.
Oltre a polacchi desiderosi di vendicarsi, i russi reclutarono anche ebrei scampati ai campi di sterminio.
I tedeschi che finirono nei 1225 campi di concentramento erano per il 99 per cento civili che non avevano mai combattuto, compresi donne e bambini: coloro che sopravvissero alle torture, vennero spesso falciati dal tifo e dagli stenti. Le stime più realistiche calcolano dai 60.000 agli 80.000 morti. La cifra è minima, di fronte all’Olocausto del popolo ebraico: a raggelare è che nell’organizzazione repressiva stalinista trovarono un posto di rilievo alcuni di coloro che dei nazisti erano stati vittime, e che si trovarono nella posizione per applicare alla lettera la legge del taglione.

A distanza di mezzo secolo, John Sack ha ritrovato, negli Stati Uniti e in Polonia, i protagonisti di questa vicenda: li ha intervistati, ha confrontato meticolosamente le loro testimonianze, e ha scritto un libro che cerca, con grande onostà e umiltà, di rispondere a questa domanda: che cosa ha spinto persone che hanno sofferto l’inimmaginabile a passare dalla parte dei carnefici?
“Io, come ebreo che aveva condotto ricerche in Europa”, scrive Sack, “sentivo di dover riferire, perché gli ebrei conservassero la loro autorità morale, che cosa avevano fatto dei comandanti ebrei. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe chiesto: “Come può un ebreo scrivere un libro come questo?” e sapevo che la mia risposta sarebbe stata: “No, come può un ebreo ‘non’ scriverlo?”

La storia della tragedia dei profughi dei Sudeti, con le persecuzioni, le torture, gli stupri di migliaia di donne tedesche dopo la sconfitta della Germania, si intreccia con quella dei campi di internamento per tedeschi, militari e civili, imposti dagli alleati e che causarono migliaia di morti per fame. Una denutrizione, secondo alcuni studiosi, come James Bacque che ha dedicato il libro “Gli altri lager” all’argomento, scientificamente voluta come punizione per chi aveva appoggiato il regime nazista.
Per decenni la propaganda dei vincitori ha nascosto accuratamente perfino il fatto che i tedeschi furono le prime vittime della repressione e che vi fu una piccola ma eroica resistenza contro la barbarie hitleriana. Ha celato alle nostre menti sensibili le conseguenze patite, nel dopoguerra, dal popolo tedesco come ritorsione per aver appoggiato il regime di Adolf Hitler. Una vendetta particolarmente crudele, forse pari soltanto a quella patita dai giapponesi con il doppio bombardamento atomico.

A chi in Israele ha parlato di “revisionismo”, a proposito degli ebrei basterdi di Tarantino si deve rispondere che revisionismo non è negazionismo. Sono cose ben diverse e di diversa dignità. Il negazionismo è pura presa di posizione, è atteggiamento delirante nei confronti di fatti inconfutabili. La negazione è un atteggiamento psicotico.
Senza la possibilità di rivedere episodi storici attraverso, ad esempio, l’acquisizione di nuovi documenti, tuttavia, non può esserci verità storica. Questo è il revisionismo buono.
Esiste una giustizia dei vincitori ed anche una storiografia dei vincitori. A me hanno insegnato che le bombe atomiche erano necessarie per far finire la guerra in Giappone. Oggi, grazie alla storiografia che non si fida della propaganda, sappiamo che ciò non era affatto vero, e che l’uso delle atomiche fu soltanto un atto di forza contro il neo-nemico Sovietico.

Che oggi sia appurato che i giapponesi compirono esperimenti di vivisezione sui cinesi, che gli americani commisero crimini sui prigionieri di guerra tedeschi, che altri gruppi di “basterdi” volevano avvelenare gli acquedotti delle città tedesche per rappresaglia, che c’erano tedeschi buoni ed ebrei cattivi, che i bombardamento di Dresda fu un crimine contro l’umanità, lo dobbiamo alla ricerca storica che è andata oltre la comodità della versione ufficiale.
Questa consapevolezza della necessità per la storia di inseguire sempre la verità non può che convincerci ancora una volta dell’obbligatorietà di imparare la lezione della storia per evitare che il male si ripeta. Perchè potremmo essere tutti coinvolti, perchè non esistono vittime e carnefici ma ognuno di noi potrebbe ricadere in una o nell’altra categoria. Perchè in guerra non vi sono mai vincitori.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Queste libri su Pearl Harbor sono stranamente scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, forse affinchè qualcuno non fosse tentato di fare due più due uguale quattro.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

A distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, spuntano delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.
Sono immagini molto realistiche che mostrano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia.

Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendono loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


OKNotizie
Vota questo post su OKNotizie!

Aderisco all’iniziativa di Riccardo Gavioso, che consiste nel ripubblicare, come buon auspicio per il nuovo anno, il proprio post di maggior successo dell’anno passato.
Ebbene, il più commentato da voi e forse anche il più apprezzato è stato questo che segue.
Spesso scrivo di storia perchè mi appassiona e mi piace soprattutto andare alla ricerca di fatti poco noti ma non per questo meno importanti. Questo post riguarda il nostro passato bellico, un passato che ci ha visto aggressori e oppressori. Un passato che si è voluto nascondere finora ma che è sempre bene ricordare per senso di giustizia.
Con l’occasione, direbbero le segretarie amministrative, quale io sono, siamo lieti di porgervi i più sinceri auguri per un felice anno nuovo.

Comunicazione di servizio. Per chi fosse infastidito dal tormenton del post precedente, l’unico modo per zittirlo è scendere al post sotto e “scetarlo” manualmente cliccando sull’iconcina dell’audio nel riquadro del video. Troppo complicato? Non ho trovato modo di farglielo fare automaticamente. Portate pazienza, capirete solo in questo caso quanto sia insopportabile il gossip.

***

“Si ammazza troppo poco!” – L’altra faccia della memoria

E’ giustissimo il 10 febbraio ricordare le vittime delle foibe ma penso che ancora una volta si sia persa un’occasione (ahi, Presidente!) per fare ulteriore chiarezza e giustizia su quello che fu il mattatoio dei Balcani nella seconda guerra mondiale.
Al giusto riconoscimento alle vittime delle foibe si attende da sessant’anni che si affianchi quello per le vittime dell’aggressione italiana alla Jugoslavia. Non per fare il solito sporco gioco del bilancino bipartisan che vuole soppesare le vittime e schierarle da una parte e dall’altra, ma semplicemente per ricordare che se vi furono vittime dimenticate, altre continuano ad esserlo e giustizia vorrebbe che fossero ricordate tutte.
La campagna italiana (fascista) in Jugoslavia fu condotta con pugno di ferro da generali come Roatta e Robotti, volonterosi alleati di Hitler nel progetto di “germanizzazione” dei Balcani. Proprio a Robotti si deve la frase che ho messo nel titolo: “Si ammazza troppo poco!”, a commento di un fonogramma inviatogli dal Capo di Stato Maggiore Galli nel 1942 con il resoconto di un rastrellamento in zona Travna Gora.
All’Italia, come premio per l’impegno a fianco del Terzo Reich, furono assegnati i territori della provincia di Lubiana in Slovenia, il controllo del Regno di Croazia e il protettorato del Montenegro.
Alleati dei fascisti italiani nella repressione tra gli altri di serbi, rom, ebrei ed oppositori erano i feroci Ustascia croati il cui capo, il collezionista di occhi nemici Ante Pavelic secondo Curzio Malaparte, fuggì in Argentina impunito grazie alla rete della Via dei Topi gestita con la complicità del Vaticano, della quale ho parlato in un post precedente.

Durante l’occupazione italiana, la popolazione slovena fu sottoposta a deportazione in campi di concentramento in Jugoslavia (come il famigerato Arbe al quale si riferisce la foto) e anche in Italia per far posto alla colonizzazione fascista. Qui trovate un articolo sul campo di concentramento di Alatri e le foto (questo sito contiene altre testimonianza delle atrocità alle quale parteciparono gli italiani, con immagini estremamente crude).

Sui crimini di guerra italiani, di cui la Jugoslavia fu soltanto uno dei teatri oltre l’Africa Orientale e la Libia, permane una congiura del silenzio che può essere spiegata solo con i sordidi interessi della guerra fredda.
Invano il governo jugoslavo chiese per molti anni che i criminali di guerra italiani fossero estradati per essere giudicati. Per loro non vi fu mai alcuna Norimberga, perchè godettero sempre di protezioni politiche e diplomatiche. Non vi fu mai una discussione sui crimini di guerra italiani semplicemente perché si decise di farli scomparire e di inventare al loro posto la leggenda degli “italiani brava gente”.

Molti anni fa, ormai venti, la BBC realizzò un documentario, “Fascist Legacy”, avvalendosi della collaborazione di storici come Michael Palumbo, autore anche di un volume sui crimini di guerra italiani che mai passò le maglie della censura e rimase inedito.
Questo documentario diviso in due parti, una dedicata al teatro jugoslavo e l’altro a quello africano, è una visione illuminante per coloro che sono cresciuti con l’idea che l’italiano in guerra non ha mai fatto male ad una mosca. Vi si parla di orrori, di esecuzioni sommarie, di campi di concentramento come Arbe in Croazia, dove i vivi venivano lasciati morire di fame in condizioni igieniche spaventose e i morti venivano seppelliti a tre per ogni fossa.
E’ una visione che fa star male, perché ci si sente traditi, ci si vergogna non solo di ciò che è stato fatto da nostri connazionali, ma anche per l’impunità della quale hanno in seguito goduto.
Un’impunità che era probabilmente voluta un po’ da tutti, anche da coloro che per nascondere le proprie magagne hanno lasciato che su queste infamie calasse l’oblio. Fu Togliatti a firmare l’amnistia che diede un fenomenale colpo di spugna ai crimini fascisti. Tu lascia stare i miei e io lascio stare i tuoi, alla faccia dei morti. Se delle foibe non si è parlato per decenni nulla mi vieta di pensare che fosse dovuto anche a questo patto bipartisan del silenzio.

Tornando al documentario di Ken Kirby, fu acquistato e doppiato dalla RAI ma mai messo in onda. E’ stato presentato a mezzanotte da La7 un paio di anni fa o più, alla chetichella, e riproposto in seguito da History Channel nel pacchetto Sky. Avrei voluto proporvelo ma non l’ho trovato in rete.
In compenso in Internet si trovano molti documenti e materiali su quelle pagine oscure della nostra storia. Qui troverete un esauriente catalogo di articoli sulla campagna italiana nei Balcani, le foibe e il cover-up dei crimini italiani.

In questa strana memoria settoriale della storia dove, a seconda delle simpatie, le vittime possono essere ricordate o meno, spero che un giorno, oltre alle vittime delle foibe (tutte, non solo quelle italiane), si ricordino anche le altre.
I deportati sloveni, gli internati di uno dei campi di sterminio più terribili come Jasenovac, tomba di ebrei, musulmani, serbi e rom, gestito dai nostri alleati di allora, lo chiedono invano da sessantadue anni.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Aderisco all’iniziativa di Riccardo Gavioso, che consiste nel ripubblicare, come buon auspicio per il nuovo anno, il proprio post di maggior successo dell’anno passato.
Ebbene, il più commentato da voi e forse anche il più apprezzato è stato questo che segue.
Spesso scrivo di storia perchè mi appassiona e mi piace soprattutto andare alla ricerca di fatti poco noti ma non per questo meno importanti. Questo post riguarda il nostro passato bellico, un passato che ci ha visto aggressori e oppressori. Un passato che si è voluto nascondere finora ma che è sempre bene ricordare per senso di giustizia.
Con l’occasione, direbbero le segretarie amministrative, quale io sono, siamo lieti di porgervi i più sinceri auguri per un felice anno nuovo.

Comunicazione di servizio. Per chi fosse infastidito dal tormenton del post precedente, l’unico modo per zittirlo è scendere al post sotto e “scetarlo” manualmente cliccando sull’iconcina dell’audio nel riquadro del video. Troppo complicato? Non ho trovato modo di farglielo fare automaticamente. Portate pazienza, capirete solo in questo caso quanto sia insopportabile il gossip.

***

“Si ammazza troppo poco!” – L’altra faccia della memoria

E’ giustissimo il 10 febbraio ricordare le vittime delle foibe ma penso che ancora una volta si sia persa un’occasione (ahi, Presidente!) per fare ulteriore chiarezza e giustizia su quello che fu il mattatoio dei Balcani nella seconda guerra mondiale.
Al giusto riconoscimento alle vittime delle foibe si attende da sessant’anni che si affianchi quello per le vittime dell’aggressione italiana alla Jugoslavia. Non per fare il solito sporco gioco del bilancino bipartisan che vuole soppesare le vittime e schierarle da una parte e dall’altra, ma semplicemente per ricordare che se vi furono vittime dimenticate, altre continuano ad esserlo e giustizia vorrebbe che fossero ricordate tutte.
La campagna italiana (fascista) in Jugoslavia fu condotta con pugno di ferro da generali come Roatta e Robotti, volonterosi alleati di Hitler nel progetto di “germanizzazione” dei Balcani. Proprio a Robotti si deve la frase che ho messo nel titolo: “Si ammazza troppo poco!”, a commento di un fonogramma inviatogli dal Capo di Stato Maggiore Galli nel 1942 con il resoconto di un rastrellamento in zona Travna Gora.
All’Italia, come premio per l’impegno a fianco del Terzo Reich, furono assegnati i territori della provincia di Lubiana in Slovenia, il controllo del Regno di Croazia e il protettorato del Montenegro.
Alleati dei fascisti italiani nella repressione tra gli altri di serbi, rom, ebrei ed oppositori erano i feroci Ustascia croati il cui capo, il collezionista di occhi nemici Ante Pavelic secondo Curzio Malaparte, fuggì in Argentina impunito grazie alla rete della Via dei Topi gestita con la complicità del Vaticano, della quale ho parlato in un post precedente.

Durante l’occupazione italiana, la popolazione slovena fu sottoposta a deportazione in campi di concentramento in Jugoslavia (come il famigerato Arbe al quale si riferisce la foto) e anche in Italia per far posto alla colonizzazione fascista. Qui trovate un articolo sul campo di concentramento di Alatri e le foto (questo sito contiene altre testimonianza delle atrocità alle quale parteciparono gli italiani, con immagini estremamente crude).

Sui crimini di guerra italiani, di cui la Jugoslavia fu soltanto uno dei teatri oltre l’Africa Orientale e la Libia, permane una congiura del silenzio che può essere spiegata solo con i sordidi interessi della guerra fredda.
Invano il governo jugoslavo chiese per molti anni che i criminali di guerra italiani fossero estradati per essere giudicati. Per loro non vi fu mai alcuna Norimberga, perchè godettero sempre di protezioni politiche e diplomatiche. Non vi fu mai una discussione sui crimini di guerra italiani semplicemente perché si decise di farli scomparire e di inventare al loro posto la leggenda degli “italiani brava gente”.

Molti anni fa, ormai venti, la BBC realizzò un documentario, “Fascist Legacy”, avvalendosi della collaborazione di storici come Michael Palumbo, autore anche di un volume sui crimini di guerra italiani che mai passò le maglie della censura e rimase inedito.
Questo documentario diviso in due parti, una dedicata al teatro jugoslavo e l’altro a quello africano, è una visione illuminante per coloro che sono cresciuti con l’idea che l’italiano in guerra non ha mai fatto male ad una mosca. Vi si parla di orrori, di esecuzioni sommarie, di campi di concentramento come Arbe in Croazia, dove i vivi venivano lasciati morire di fame in condizioni igieniche spaventose e i morti venivano seppelliti a tre per ogni fossa.
E’ una visione che fa star male, perché ci si sente traditi, ci si vergogna non solo di ciò che è stato fatto da nostri connazionali, ma anche per l’impunità della quale hanno in seguito goduto.
Un’impunità che era probabilmente voluta un po’ da tutti, anche da coloro che per nascondere le proprie magagne hanno lasciato che su queste infamie calasse l’oblio. Fu Togliatti a firmare l’amnistia che diede un fenomenale colpo di spugna ai crimini fascisti. Tu lascia stare i miei e io lascio stare i tuoi, alla faccia dei morti. Se delle foibe non si è parlato per decenni nulla mi vieta di pensare che fosse dovuto anche a questo patto bipartisan del silenzio.

Tornando al documentario di Ken Kirby, fu acquistato e doppiato dalla RAI ma mai messo in onda. E’ stato presentato a mezzanotte da La7 un paio di anni fa o più, alla chetichella, e riproposto in seguito da History Channel nel pacchetto Sky. Avrei voluto proporvelo ma non l’ho trovato in rete.
In compenso in Internet si trovano molti documenti e materiali su quelle pagine oscure della nostra storia. Qui troverete un esauriente catalogo di articoli sulla campagna italiana nei Balcani, le foibe e il cover-up dei crimini italiani.

In questa strana memoria settoriale della storia dove, a seconda delle simpatie, le vittime possono essere ricordate o meno, spero che un giorno, oltre alle vittime delle foibe (tutte, non solo quelle italiane), si ricordino anche le altre.
I deportati sloveni, gli internati di uno dei campi di sterminio più terribili come Jasenovac, tomba di ebrei, musulmani, serbi e rom, gestito dai nostri alleati di allora, lo chiedono invano da sessantadue anni.


OKNotizie
Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!

Flickr Photos

Blog Stats

  • 84,423 hits

Categorie