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(foto in versione grande)

“Lasciate che ve lo dica. Se McCain vince è broglio sicuro. E se succede ci sarà sangue per le strade”.

“Gente, se questa elezione non va come deve andare Chicago sarà un cumulo di rovine, e così le altre grandi città. Un caos totale”.

Si fanno scommesse sulle città che si rivolteranno, e qualcuno ironizza: “A San Francisco e Seattle ci sarà da ridere, ingegneri che rovesciano i loro computers, gettano cappuccini sulla polizia e danno fuoco alle Toyota Prius”.

La sensazione di queste ore pre-elettorali e non solo la mia, a giudicare da queste frasi scambiate nei forum statunitensi e riportate da Debora Billi nel suo post odierno, è quella di assistere ad un thriller appena un pelo meno angosciante di “Shining”.
Non è soltanto il non fidarsi dei sondagi, degli exit-poll (ormai da considerasi jettatori se ti danno vincente) e del bias della desiderabilità sociale, fenomeno che spinge l’intervistato a dare la risposta che lui percepisce come la più socialmente corretta.

Parliamoci chiaro, non si tratta di essere paranoici. Le ultime due elezioni presidenziali americane, quelle del 2000 e 2004, sono state viziate da brogli, favoriti dall’uso delle maledette macchinette Diebold per il voto elettronico, dotate di un software che anche un bambino di tre anni riuscirebbe ad hackerare.
Nel 2000 i responsabili della macchina elettorale (vicini ideologicamente ai repubblicani) taroccarono il voto della Florida (governatore Bush fratello), cancellando qualche migliaio di elettori afroamericani dalle liste e privandoli quindi del diritto di voto per futili motivi, facendo diventare decisivo il peso di quello stato ai fini del risultato finale. Risultato che giunse solo dopo parecchie settimane di incertezza ed una sofferta decisione della Corte Suprema, che assegnò la vittoria a Bush, tra lo scandalo e qualche tiro di uova marce alla inauguration.
Poco importava che Al Gore, il pretendente democratico, e probabile vero vincitore, avesse alfine accettato la dubbia sconfitta. Gli americani erano incazzatissimi e per tutta la prima metà del 2001 Bush fu chiamato senza mezzi termini “l’usurpatore”.
Poi venne l’11 settembre, e il paese si ricompattò ob torto collo attorno al minus habens divenuto presidente per meriti dinastici.
Nel 2004, rielezione di Bush ed altri brogli più che sospetti, questa volta in Ohio. Il candidato democratico John Kerry rinunciò a presentare reclamo contro i presunti brogli e George continuò a far danni per altri quattro anni.

Con tali precedenti, perchè non dovrebbero risultare taroccate anche queste elezioni, si chiedono con ansia i simpatizzanti democratici che paventano un’America che mette mano ai forconi e, come direbbe Berlusconi, “scende in piazza” se sarà ancora una volta privata del suo diritto di scegliere il presidente che vuole?
Le differenze tra il 2000 e il 2008 ci sono e non sono da poco.

I nazisti dell’Illinois, i predicatori con l’M16 Viper, gli odiati neocon guerrafondai, i bacchettoni rinati e i liberisti economici, sono decisamente fuori moda in questi giorni ed in odore di disgrazia.
Così il candidato repubblicano è un signore anziano, dal rispettabilissimo passato di reduce del Vietnam con le braccine offese dalle ferite di guerra, il cui maggior pregio è di essere il più presentabile tra i repubblicani, o il meno impresentabile. Peccato si abbia un po’ la sensazione che gli elefantini abbiano gettato sul ring un vecchio pugile ripescato per una improbabile rentrée. La scelta di Sarah Palin come sparring partner si è rivelata un mezzo fallimento. Più macchietta che vice-presidente, quasi una Silvia Berluscona in fatto di gaffes.

Dopo la trombata ad Hillary Clinton, bocciata non in quanto donna ma in quanto vecchia minestra riscaldata già troppe volte nelle cucine della Casa Bianca, per i democratici si è fatto avanti Barack Obama. Tutti i sondaggi lo danno vincente ed io, se permettete, mi do’ una grattatina ai metaforici cabbasisi.
Barack non farà né la rivoluzione né stravolgerà il sistema sociale americano però in ogni caso rappresenta una novità e l’America è paese di pionieri. E’ afroamericano, si, ma è giovane. Si chiama quasi come il nemico pubblico numero uno d’America ma basta pensare alla faccia di Bush e passa la paura di votarlo.

C’è un ultimo fatto, forse il più importante, che distingue queste elezioni dalle precedenti. A differenza delle altre due tornate elettorali, questa volta gli americani, notoriamente restii ad affollare i seggi, stanno formando lunghissime code per andare a votare. Essendo estremamente improbabile che si tratti del fascino slavo di McCain si deduce che Obama sia il favorito. Se è veramente così, forse stavolta non avranno il coraggio di andare contro il loro popolo.

Non so davvero come finirà, è un thriller e bisogna attendere l’ultima scena.
Se vincerà Obama senza ombre sarò molto contenta. Anche per coloro che in questi giorni, dai megafoni prezzolati dei media, hanno scoperto l’inaffidabilità dei sondaggi, che quando non danno la destra in vantaggio non valgono più una minchia. Che bello sarebbe vedere le loro facce.
Per non parlare della soddisfazione di vedere i legaioli e fasci nostrani inchinarsi ad un “négher” imperatore, ad un presidente dark.


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