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Veramente una bella settimana per l’Italia. Con una serie di figure barbine da andarne orgogliosi ed a testa alta per il mondo. Siamo riusciti a disgustare praticamente tutti, dall’ONU al Vaticano, oltre all’intero consesso dei paesi civili.

Dopo la ratifica dell’accordo bilaterale siglato nell’agosto scorso con la Libia, accordo costosissimo (5 miliardi di euro, circa la metà del patrimonio di Berlusconi) che contiene la promessa di costruire autostrade ed altre opere riparatorie nel paese africano nostra ex colonia fascista, a patto che la Libia ci aiuti a contrastare il traffico di esseri umani, dobbiamo o no farci venire il dubbio che Gheddafi ci abbia leggermente preso per il culo, visto che i barconi con i migranti continuano ad arrivare a Lampedusa? Che dice Silvione l’Africano? Non c’era scritto sull’accordo una cosa abbastanza chiara sull’argomento?

“I due Paesi collaboreranno nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina: le due parti promuoveranno la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche“.

In teoria, la Libia dovrebbe controllare che dalle sue coste non partano i carichi dei trafficanti di carne umana che sfruttano le sofferenze di chi fugge dal proprio paese per non essere perseguitato e, magari, cooperare per stroncare questo immondo traffico. Cosa stia facendo in pratica lo sappiamo. I disgraziati che, fuggendo da paesi come la Nigeria e la Somalia, cadono nelle sgrinfie dei trafficanti e poliziotti libici e vengono rinchiusi nelle prigioni lager vanno incontro a torture, stupri e morte. Racconta una ragazza scampata a quell’inferno:

“Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse. Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro.
Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace.”

A quanto pare, quindi, i libici non combattono i trafficanti, visto che partecipano anche loro al bisinissi, ma perseguitano solo le loro vittime, accanendosi su di essi come fossero animali senza valore.

Noi, da parte nostra, che vogliamo tanto bene alle donne e le facciamo ministre perchè siamo sensibili ai diritti femminili ed al fascino allupante della gnocca in tailleur, queste ragazze migranti ed i loro compagni di sventura maschi che subiscono anch’essi gli stessi stupri, li abbiamo riconsegnati nelle mani dei loro carnefici. Come facevano certi paesi di merda durante l’ultima guerra, che intercettavano gli ebrei in fuga e li riconsegnavano ai nazisti. Proprio una cosa della quale andare fieri. Dov’è che ci si sbattezza da italiani?
Ci si rimane male, certo, perchè ovviamente non sapevamo che in Libia succedevano queste atrocità. Chi è che in televisione va ad intervistare una ragazza somala stuprata in un lager libico? Per carità, vogliamo perdere gli sponsor?
Tutt’al più, parlando dell’accordo Gheddafi-Berlusconi, abbiamo saputo della tenda nel deserto, delle “belle samaritane” e della gnocca, pardon Venere, di Cirene.

Comunque rassicuratevi, la settimana non passerà alla storia per il nostro comportamento da infami con i migranti, ma per le vicende boccaccesche di papi e delle lolite di diciott’anni che però vanno per i trentacinque. I libri narreranno dello stupro a mezzo stampa della moglie di Cesare e dell’autodifesa, quasi un lungo atto di autoerotismo senza stacchi, di Cesare in persona, sulla televisione pubblica, con un valletto che reggeva l’automoccolo e porgeva i kleenex.


Poi, per non farci mancare anche l’ultima iniziativa della Lega, ecco la proposta di un suo giovane esponente di riservare i posti sui tram “ai milanesi ed alle persone perbene”.
Che detta così sembra sottintendere, se i ricordi delle regole della logica non mi tradiscono, che milanese e persona perbene non appartengano allo stesso insieme. Così potrebbe accadere, paradossalmente, che nel tram che va alla Baggina possano trovare posto a sedere solo un milanese pregiudicato per furto con scasso e un calabrese incensurato e di specchiata virtù.

Quando le cagano grosse e fuori dal vaso hanno sempre la giustificazione: era una provocazione.
Non lo è affatto. Questa gente ‘e sfaccimm, queste cose le pensa veramente. Il Nord sembra sempre più abitato e purtroppo governato da tanti Olindi e Rose che quando fanno politica sanno solo tirar fuori il peggior spirito reazionario e la paranoia più sfrenata. Se un paese non ha mai vissuto la vergogna dell’apartheid loro si adoperano per introdurla. Mi sento sempre più a disagio a vivere in questo Nord, con una capitale immorale sempre più spietata e volgare e lasciata in mano ai suoi peggiori abitanti. Dopo la Milano da bere, la Milano da vomitare.
Meno male che c’è chi, pur abitando nella roccaforte della demenza leghista, resiste e si ribella, come dimostrano questi cartelli.

Restiamo nella capitale amorale del paese per segnalare un’altra cosetta, e cioè il Don Verzé che fa el so mesté, cioè loda il Signore. Peccato che non si tratti di Colui che tutto sa ma di Colui che tutto ha comperato, compreso il senso della misura del fondatore del San Raffaele.
Titolo dell’intervista: “Il premier soffre, la moglie torni indietro“. Un breve delirante estratto sul martirio del Diosilvio:

“La Veronica del Vangelo non poté far altro che detergere in silenzio il sudore e il sangue del Figlio di Dio carico di croce dell’amore: solo per questo non sarà dimenticata”.
“Il bene che Silvio Berlusconi sta facendo al nostro Paese non può lasciare indifferenti a questa nuova sofferenza che so così acre”.

Dopo tale esempio di idolatria che una volta, ricordiamolo, era riservata solo al Signore, non può mancare l’ex-presidente della Repubblica che si precipita a scrivere ad una illustre sconosciuta scusandosi non si sa di che cosa. Neanche fosse la figlia del re.
Ci sarebbe stato piuttosto da commemorare il sacrificio di Aldo Moro in questi giorni ma capisco che per lui sono brutti ricordi. Meglio passare tutto sotto silenzio, con un presidente in carica che accenna soltanto al “terrorismo delle BR”, sbianchettando tutto ciò che riguarda il fenomeno ben più complesso della strategia della tensione di quegli anni.

Per terminare in bellezza, l’Italia di questa settimana può vantarsi, come accennavo prima, di avere il primo ministro salmonato della storia. La Brambilla era rimasta a secco di poltrona a suo tempo e oggi si è rimediato all’odiosa ingiustizia. Dai surgelati al turismo. Sono soddisfazioni.


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Veramente una bella settimana per l’Italia. Con una serie di figure barbine da andarne orgogliosi ed a testa alta per il mondo. Siamo riusciti a disgustare praticamente tutti, dall’ONU al Vaticano, oltre all’intero consesso dei paesi civili.

Dopo la ratifica dell’accordo bilaterale siglato nell’agosto scorso con la Libia, accordo costosissimo (5 miliardi di euro, circa la metà del patrimonio di Berlusconi) che contiene la promessa di costruire autostrade ed altre opere riparatorie nel paese africano nostra ex colonia fascista, a patto che la Libia ci aiuti a contrastare il traffico di esseri umani, dobbiamo o no farci venire il dubbio che Gheddafi ci abbia leggermente preso per il culo, visto che i barconi con i migranti continuano ad arrivare a Lampedusa? Che dice Silvione l’Africano? Non c’era scritto sull’accordo una cosa abbastanza chiara sull’argomento?

“I due Paesi collaboreranno nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina: le due parti promuoveranno la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche“.

In teoria, la Libia dovrebbe controllare che dalle sue coste non partano i carichi dei trafficanti di carne umana che sfruttano le sofferenze di chi fugge dal proprio paese per non essere perseguitato e, magari, cooperare per stroncare questo immondo traffico. Cosa stia facendo in pratica lo sappiamo. I disgraziati che, fuggendo da paesi come la Nigeria e la Somalia, cadono nelle sgrinfie dei trafficanti e poliziotti libici e vengono rinchiusi nelle prigioni lager vanno incontro a torture, stupri e morte. Racconta una ragazza scampata a quell’inferno:

“Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse. Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro.
Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace.”

A quanto pare, quindi, i libici non combattono i trafficanti, visto che partecipano anche loro al bisinissi, ma perseguitano solo le loro vittime, accanendosi su di essi come fossero animali senza valore.

Noi, da parte nostra, che vogliamo tanto bene alle donne e le facciamo ministre perchè siamo sensibili ai diritti femminili ed al fascino allupante della gnocca in tailleur, queste ragazze migranti ed i loro compagni di sventura maschi che subiscono anch’essi gli stessi stupri, li abbiamo riconsegnati nelle mani dei loro carnefici. Come facevano certi paesi di merda durante l’ultima guerra, che intercettavano gli ebrei in fuga e li riconsegnavano ai nazisti. Proprio una cosa della quale andare fieri. Dov’è che ci si sbattezza da italiani?
Ci si rimane male, certo, perchè ovviamente non sapevamo che in Libia succedevano queste atrocità. Chi è che in televisione va ad intervistare una ragazza somala stuprata in un lager libico? Per carità, vogliamo perdere gli sponsor?
Tutt’al più, parlando dell’accordo Gheddafi-Berlusconi, abbiamo saputo della tenda nel deserto, delle “belle samaritane” e della gnocca, pardon Venere, di Cirene.

Comunque rassicuratevi, la settimana non passerà alla storia per il nostro comportamento da infami con i migranti, ma per le vicende boccaccesche di papi e delle lolite di diciott’anni che però vanno per i trentacinque. I libri narreranno dello stupro a mezzo stampa della moglie di Cesare e dell’autodifesa, quasi un lungo atto di autoerotismo senza stacchi, di Cesare in persona, sulla televisione pubblica, con un valletto che reggeva l’automoccolo e porgeva i kleenex.

Poi, per non farci mancare anche l’ultima iniziativa della Lega, ecco la proposta di un suo giovane esponente di riservare i posti sui tram “ai milanesi ed alle persone perbene”.
Che detta così sembra sottintendere, se i ricordi delle regole della logica non mi tradiscono, che milanese e persona perbene non appartengano allo stesso insieme. Così potrebbe accadere, paradossalmente, che nel tram che va alla Baggina possano trovare posto a sedere solo un milanese pregiudicato per furto con scasso e un calabrese incensurato e di specchiata virtù.

Quando le cagano grosse e fuori dal vaso hanno sempre la giustificazione: era una provocazione.
Non lo è affatto. Questa gente ‘e sfaccimm, queste cose le pensa veramente. Il Nord sembra sempre più abitato e purtroppo governato da tanti Olindi e Rose che quando fanno politica sanno solo tirar fuori il peggior spirito reazionario e la paranoia più sfrenata. Se un paese non ha mai vissuto la vergogna dell’apartheid loro si adoperano per introdurla. Mi sento sempre più a disagio a vivere in questo Nord, con una capitale immorale sempre più spietata e volgare e lasciata in mano ai suoi peggiori abitanti. Dopo la Milano da bere, la Milano da vomitare.
Meno male che c’è chi, pur abitando nella roccaforte della demenza leghista, resiste e si ribella, come dimostrano questi cartelli.

Restiamo nella capitale amorale del paese per segnalare un’altra cosetta, e cioè il Don Verzé che fa el so mesté, cioè loda il Signore. Peccato che non si tratti di Colui che tutto sa ma di Colui che tutto ha comperato, compreso il senso della misura del fondatore del San Raffaele.
Titolo dell’intervista: “Il premier soffre, la moglie torni indietro“. Un breve delirante estratto sul martirio del Diosilvio:

“La Veronica del Vangelo non poté far altro che detergere in silenzio il sudore e il sangue del Figlio di Dio carico di croce dell’amore: solo per questo non sarà dimenticata”.
“Il bene che Silvio Berlusconi sta facendo al nostro Paese non può lasciare indifferenti a questa nuova sofferenza che so così acre”.

Dopo tale esempio di idolatria che una volta, ricordiamolo, era riservata solo al Signore, non può mancare l’ex-presidente della Repubblica che si precipita a scrivere ad una illustre sconosciuta scusandosi non si sa di che cosa. Neanche fosse la figlia del re.
Ci sarebbe stato piuttosto da commemorare il sacrificio di Aldo Moro in questi giorni ma capisco che per lui sono brutti ricordi. Meglio passare tutto sotto silenzio, con un presidente in carica che accenna soltanto al “terrorismo delle BR”, sbianchettando tutto ciò che riguarda il fenomeno ben più complesso della strategia della tensione di quegli anni.

Per terminare in bellezza, l’Italia di questa settimana può vantarsi, come accennavo prima, di avere il primo ministro salmonato della storia. La Brambilla era rimasta a secco di poltrona a suo tempo e oggi si è rimediato all’odiosa ingiustizia. Dai surgelati al turismo. Sono soddisfazioni.


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“I due Paesi collaboreranno nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina: le due parti promuoveranno la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche“.

In teoria, la Libia dovrebbe controllare che dalle sue coste non partano i carichi dei trafficanti di carne umana che sfruttano le sofferenze di chi fugge dal proprio paese per non essere perseguitato e, magari, cooperare per stroncare questo immondo traffico. Cosa stia facendo in pratica lo sappiamo. I disgraziati che, fuggendo da paesi come la Nigeria e la Somalia, cadono nelle sgrinfie dei trafficanti e poliziotti libici e vengono rinchiusi nelle prigioni lager vanno incontro a torture, stupri e morte. Racconta una ragazza scampata a quell’inferno:

“Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse. Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro.
Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace.”

A quanto pare, quindi, i libici non combattono i trafficanti, visto che partecipano anche loro al bisinissi, ma perseguitano solo le loro vittime, accanendosi su di essi come fossero animali senza valore.

Noi, da parte nostra, che vogliamo tanto bene alle donne e le facciamo ministre perchè siamo sensibili ai diritti femminili ed al fascino allupante della gnocca in tailleur, queste ragazze migranti ed i loro compagni di sventura maschi che subiscono anch’essi gli stessi stupri, li abbiamo riconsegnati nelle mani dei loro carnefici. Come facevano certi paesi di merda durante l’ultima guerra, che intercettavano gli ebrei in fuga e li riconsegnavano ai nazisti. Proprio una cosa della quale andare fieri. Dov’è che ci si sbattezza da italiani?
Ci si rimane male, certo, perchè ovviamente non sapevamo che in Libia succedevano queste atrocità. Chi è che in televisione va ad intervistare una ragazza somala stuprata in un lager libico? Per carità, vogliamo perdere gli sponsor?
Tutt’al più, parlando dell’accordo Gheddafi-Berlusconi, abbiamo saputo della tenda nel deserto, delle “belle samaritane” e della gnocca, pardon Venere, di Cirene.

Comunque rassicuratevi, la settimana non passerà alla storia per il nostro comportamento da infami con i migranti, ma per le vicende boccaccesche di papi e delle lolite di diciott’anni che però vanno per i trentacinque. I libri narreranno dello stupro a mezzo stampa della moglie di Cesare e dell’autodifesa, quasi un lungo atto di autoerotismo senza stacchi, di Cesare in persona, sulla televisione pubblica, con un valletto che reggeva l’automoccolo e porgeva i kleenex.


Poi, per non farci mancare anche l’ultima iniziativa della Lega, ecco la proposta di un suo giovane esponente di riservare i posti sui tram “ai milanesi ed alle persone perbene”.
Che detta così sembra sottintendere, se i ricordi delle regole della logica non mi tradiscono, che milanese e persona perbene non appartengano allo stesso insieme. Così potrebbe accadere, paradossalmente, che nel tram che va alla Baggina possano trovare posto a sedere solo un milanese pregiudicato per furto con scasso e un calabrese incensurato e di specchiata virtù.

Quando le cagano grosse e fuori dal vaso hanno sempre la giustificazione: era una provocazione.
Non lo è affatto. Questa gente ‘e sfaccimm, queste cose le pensa veramente. Il Nord sembra sempre più abitato e purtroppo governato da tanti Olindi e Rose che quando fanno politica sanno solo tirar fuori il peggior spirito reazionario e la paranoia più sfrenata. Se un paese non ha mai vissuto la vergogna dell’apartheid loro si adoperano per introdurla. Mi sento sempre più a disagio a vivere in questo Nord, con una capitale immorale sempre più spietata e volgare e lasciata in mano ai suoi peggiori abitanti. Dopo la Milano da bere, la Milano da vomitare.
Meno male che c’è chi, pur abitando nella roccaforte della demenza leghista, resiste e si ribella, come dimostrano questi cartelli.

Restiamo nella capitale amorale del paese per segnalare un’altra cosetta, e cioè il Don Verzé che fa el so mesté, cioè loda il Signore. Peccato che non si tratti di Colui che tutto sa ma di Colui che tutto ha comperato, compreso il senso della misura del fondatore del San Raffaele.
Titolo dell’intervista: “Il premier soffre, la moglie torni indietro“. Un breve delirante estratto sul martirio del Diosilvio:

“La Veronica del Vangelo non poté far altro che detergere in silenzio il sudore e il sangue del Figlio di Dio carico di croce dell’amore: solo per questo non sarà dimenticata”.
“Il bene che Silvio Berlusconi sta facendo al nostro Paese non può lasciare indifferenti a questa nuova sofferenza che so così acre”.

Dopo tale esempio di idolatria che una volta, ricordiamolo, era riservata solo al Signore, non può mancare l’ex-presidente della Repubblica che si precipita a scrivere ad una illustre sconosciuta scusandosi non si sa di che cosa. Neanche fosse la figlia del re.
Ci sarebbe stato piuttosto da commemorare il sacrificio di Aldo Moro in questi giorni ma capisco che per lui sono brutti ricordi. Meglio passare tutto sotto silenzio, con un presidente in carica che accenna soltanto al “terrorismo delle BR”, sbianchettando tutto ciò che riguarda il fenomeno ben più complesso della strategia della tensione di quegli anni.

Per terminare in bellezza, l’Italia di questa settimana può vantarsi, come accennavo prima, di avere il primo ministro salmonato della storia. La Brambilla era rimasta a secco di poltrona a suo tempo e oggi si è rimediato all’odiosa ingiustizia. Dai surgelati al turismo. Sono soddisfazioni.


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“Per me è un onore pensare che una nostra canzone possa essere servita ad evitare un altro undici settembre”. (Stevie Benton dei Drowning Pool)
La frase precedente, che aggiudica al suo autore l’ambito premio “Cazzone dell’Anno”, è stata pronunciata a commento della notizia che nelle prigioni americane in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, oltre a quelle segrete sparse in tutto il mondo, si utilizza la musica come strumento di tortura.
I prigionieri vengono esposti continuativamente, giorno e notte, a musica pop e rock sparata a tutto volume. Tra i cantanti che entrano in questa particolarissima ed oscena, per gli scopi che si prefigge, hit parade vi sono Britney Spears, Eminem gli AC/DC ma anche Bruce Springsteen e i Queen. A parte il cazzone e forse la fascistella Britney, gli artisti coinvolti hanno espresso la loro indignazione per l’uso improprio che è stato fatto delle proprie creazioni ed hanno organizzato anche un comitato contro questo tipo di tortura. Uhm, conoscendo questo nostro ambiguo mondo non posso fare a meno di sospettare che, dietro a tanto nocumento, vi possa essere anche qualche avvocato che ha ravvisato una violazione di copyright e vuole chiedere un risarcimento.

Non è la prima volta che la musica viene utilizzata come strumento di tortura. Per fare solo un esempio, nel 2002, durante l’assedio a Betlemme dei militari israeliani ai palestinesi asserragliati nella Basilica della Natività, tra i metodi usati da Tsahal per snidare i nemici vi era appunto lo sparare musica rock a tutto volume con gli altoparlanti.

Ad una come me che ha sofferto di iperacusia, un disturbo che ti fa percepire i suoni in maniera amplificata e l’alto volume di musica e voci come qualcosa di fastidiosissimo e quasi doloroso fisicamente, il pensiero di essere esposta ad una tortura del genere, giorno e notte, provoca una indicibile angoscia e un senso di profonda indignazione per un uso così bieco di una cosa bella come la musica.
Penso a chi può avere avuto la grande idea. Scommetto che c’è stato uno staff di psicologi che ha fatto un bello studio e scritto una splendida relazione da presentare al Pentagono, con le indicazioni sui tipi di musica da usare. “Noi consigliamo X, Y e Z”.
Considerando la bruttezza intrinseca di molta musica attuale non devono aver fatto molta fatica a scegliere le campionature.

E’ forse vero che in determinate condizioni anche Mozart sparato a tutto volume e 24h24 potrebbe diventare insopportabile.
Nella famosa piéce teatrale “La morte e la fanciulla” (divenuta anche un film di Polanski), ambientata nel Cile post Pinochet, la protagonista riconosce ad un concerto il suo aguzzino sulle note del quartetto di Schubert, da lui utilizzato durante le torture.
Kubrick ha usato una canzone lieve e gioiosa come “Singin’ in the Rain” come sottofondo ad una delle scene più disturbanti di “Arancia Meccanica”.
Stiamo parlando però di arte. Nella brutalità della realta, se la musica deve essere tortura sarà la peggiore disponibile.

Pensandoci bene la musica viene usata come tortura non solo a Guantanamo ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, come fosse un tratto caratteristico della nostra alienante società. Nei ristoranti non puoi parlare perchè c’è la TV o la radio accesa e il tuo tavolo ti capita sempre sotto agli infami altoparlanti.
Tanti anni fa in Germania notai che la musica nei luoghi pubblici era molto soft, un sottofondo, quella che giustamente viene definita ambient. In Italia invece, caciara a tutto busso. dappertutto.
Dopo esserti rovinata il pasto, entri nei negozi per fare del tranquillo shopping e ti devi di nuovo sorbire la radio a tutto volume.
Personalmente in quelle circostanze mi viene lo scoramento e scapperei dal negozio ma continuo lo shopping con l’adrenalina che mi va a mille e mi rende stressata e di mal umore. A volte mi scappa di chiedere alle commesse: “Ma voi riuscite a non rincoglionirvi, tutto il giorno così?” e loro mi guardano con l’occhio da pesce appena pescato e un sorrisetto da gioconde.
Nelle jeanserie poi, luoghi destinati ai ggiovani, se non ti impasticchi prima di ecstasy, non le reggi.

Non è solo l’alto volume della musica ma anche la sua ripetitività che stressa. Quando andavo in palestra, tanti anni fa, mettevano su abitualmente, come sottofondo, un nastro di James Taylor, un cantautore di allora abbastanza soft, un po’ belante ma gradevole, se ascoltato solo una o due volte. Dopo qualche mese di ascolto continuo e in loop, tutti i pomeriggi, del maledetto folksinger, e solo di lui, qualcuno di noi organizzò un blitz con rapimento del nastro e sua successiva brutale liquidazione.

La musica quindi, quando è imposta e diventa rumore, è sempre una violenza. Basta istituzionalizzarla studiando l’esatto volume da applicare e diventa tortura scientifica.
Io personalmente farei qualsiasi nome e cognome se mi obbligassero ad ascoltare tutto il giorno Laura Pausini e Nino D’Angelo. E con Avril Lavigne penso che troverei il coraggio di assalire le guardie e mangiarmi la loro faccia. Senza ascoltarmi dopo le Variazioni Goldberg, ma godendomi un assoluto e quasi doloroso silenzio.

***

Due anni fa su questo blog: “Non siate tristi per Welby”


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“Per me è un onore pensare che una nostra canzone possa essere servita ad evitare un altro undici settembre”. (Stevie Benton dei Drowning Pool)
La frase precedente, che aggiudica al suo autore l’ambito premio “Cazzone dell’Anno”, è stata pronunciata a commento della notizia che nelle prigioni americane in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, oltre a quelle segrete sparse in tutto il mondo, si utilizza la musica come strumento di tortura.
I prigionieri vengono esposti continuativamente, giorno e notte, a musica pop e rock sparata a tutto volume. Tra i cantanti che entrano in questa particolarissima ed oscena, per gli scopi che si prefigge, hit parade vi sono Britney Spears, Eminem gli AC/DC ma anche Bruce Springsteen e i Queen. A parte il cazzone e forse la fascistella Britney, gli artisti coinvolti hanno espresso la loro indignazione per l’uso improprio che è stato fatto delle proprie creazioni ed hanno organizzato anche un comitato contro questo tipo di tortura. Uhm, conoscendo questo nostro ambiguo mondo non posso fare a meno di sospettare che, dietro a tanto nocumento, vi possa essere anche qualche avvocato che ha ravvisato una violazione di copyright e vuole chiedere un risarcimento.

Non è la prima volta che la musica viene utilizzata come strumento di tortura. Per fare solo un esempio, nel 2002, durante l’assedio a Betlemme dei militari israeliani ai palestinesi asserragliati nella Basilica della Natività, tra i metodi usati da Tsahal per snidare i nemici vi era appunto lo sparare musica rock a tutto volume con gli altoparlanti.

Ad una come me che ha sofferto di iperacusia, un disturbo che ti fa percepire i suoni in maniera amplificata e l’alto volume di musica e voci come qualcosa di fastidiosissimo e quasi doloroso fisicamente, il pensiero di essere esposta ad una tortura del genere, giorno e notte, provoca una indicibile angoscia e un senso di profonda indignazione per un uso così bieco di una cosa bella come la musica.
Penso a chi può avere avuto la grande idea. Scommetto che c’è stato uno staff di psicologi che ha fatto un bello studio e scritto una splendida relazione da presentare al Pentagono, con le indicazioni sui tipi di musica da usare. “Noi consigliamo X, Y e Z”.
Considerando la bruttezza intrinseca di molta musica attuale non devono aver fatto molta fatica a scegliere le campionature.

E’ forse vero che in determinate condizioni anche Mozart sparato a tutto volume e 24h24 potrebbe diventare insopportabile.
Nella famosa piéce teatrale “La morte e la fanciulla” (divenuta anche un film di Polanski), ambientata nel Cile post Pinochet, la protagonista riconosce ad un concerto il suo aguzzino sulle note del quartetto di Schubert, da lui utilizzato durante le torture.
Kubrick ha usato una canzone lieve e gioiosa come “Singin’ in the Rain” come sottofondo ad una delle scene più disturbanti di “Arancia Meccanica”.
Stiamo parlando però di arte. Nella brutalità della realta, se la musica deve essere tortura sarà la peggiore disponibile.

Pensandoci bene la musica viene usata come tortura non solo a Guantanamo ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, come fosse un tratto caratteristico della nostra alienante società. Nei ristoranti non puoi parlare perchè c’è la TV o la radio accesa e il tuo tavolo ti capita sempre sotto agli infami altoparlanti.
Tanti anni fa in Germania notai che la musica nei luoghi pubblici era molto soft, un sottofondo, quella che giustamente viene definita ambient. In Italia invece, caciara a tutto busso. dappertutto.
Dopo esserti rovinata il pasto, entri nei negozi per fare del tranquillo shopping e ti devi di nuovo sorbire la radio a tutto volume.
Personalmente in quelle circostanze mi viene lo scoramento e scapperei dal negozio ma continuo lo shopping con l’adrenalina che mi va a mille e mi rende stressata e di mal umore. A volte mi scappa di chiedere alle commesse: “Ma voi riuscite a non rincoglionirvi, tutto il giorno così?” e loro mi guardano con l’occhio da pesce appena pescato e un sorrisetto da gioconde.
Nelle jeanserie poi, luoghi destinati ai ggiovani, se non ti impasticchi prima di ecstasy, non le reggi.

Non è solo l’alto volume della musica ma anche la sua ripetitività che stressa. Quando andavo in palestra, tanti anni fa, mettevano su abitualmente, come sottofondo, un nastro di James Taylor, un cantautore di allora abbastanza soft, un po’ belante ma gradevole, se ascoltato solo una o due volte. Dopo qualche mese di ascolto continuo e in loop, tutti i pomeriggi, del maledetto folksinger, e solo di lui, qualcuno di noi organizzò un blitz con rapimento del nastro e sua successiva brutale liquidazione.

La musica quindi, quando è imposta e diventa rumore, è sempre una violenza. Basta istituzionalizzarla studiando l’esatto volume da applicare e diventa tortura scientifica.
Io personalmente farei qualsiasi nome e cognome se mi obbligassero ad ascoltare tutto il giorno Laura Pausini e Nino D’Angelo. E con Avril Lavigne penso che troverei il coraggio di assalire le guardie e mangiarmi la loro faccia. Senza ascoltarmi dopo le Variazioni Goldberg, ma godendomi un assoluto e quasi doloroso silenzio.

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Due anni fa su questo blog: “Non siate tristi per Welby”


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“Per me è un onore pensare che una nostra canzone possa essere servita ad evitare un altro undici settembre”. (Stevie Benton dei Drowning Pool)
La frase precedente, che aggiudica al suo autore l’ambito premio “Cazzone dell’Anno”, è stata pronunciata a commento della notizia che nelle prigioni americane in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, oltre a quelle segrete sparse in tutto il mondo, si utilizza la musica come strumento di tortura.
I prigionieri vengono esposti continuativamente, giorno e notte, a musica pop e rock sparata a tutto volume. Tra i cantanti che entrano in questa particolarissima ed oscena, per gli scopi che si prefigge, hit parade vi sono Britney Spears, Eminem gli AC/DC ma anche Bruce Springsteen e i Queen. A parte il cazzone e forse la fascistella Britney, gli artisti coinvolti hanno espresso la loro indignazione per l’uso improprio che è stato fatto delle proprie creazioni ed hanno organizzato anche un comitato contro questo tipo di tortura. Uhm, conoscendo questo nostro ambiguo mondo non posso fare a meno di sospettare che, dietro a tanto nocumento, vi possa essere anche qualche avvocato che ha ravvisato una violazione di copyright e vuole chiedere un risarcimento.

Non è la prima volta che la musica viene utilizzata come strumento di tortura. Per fare solo un esempio, nel 2002, durante l’assedio a Betlemme dei militari israeliani ai palestinesi asserragliati nella Basilica della Natività, tra i metodi usati da Tsahal per snidare i nemici vi era appunto lo sparare musica rock a tutto volume con gli altoparlanti.

Ad una come me che ha sofferto di iperacusia, un disturbo che ti fa percepire i suoni in maniera amplificata e l’alto volume di musica e voci come qualcosa di fastidiosissimo e quasi doloroso fisicamente, il pensiero di essere esposta ad una tortura del genere, giorno e notte, provoca una indicibile angoscia e un senso di profonda indignazione per un uso così bieco di una cosa bella come la musica.
Penso a chi può avere avuto la grande idea. Scommetto che c’è stato uno staff di psicologi che ha fatto un bello studio e scritto una splendida relazione da presentare al Pentagono, con le indicazioni sui tipi di musica da usare. “Noi consigliamo X, Y e Z”.
Considerando la bruttezza intrinseca di molta musica attuale non devono aver fatto molta fatica a scegliere le campionature.

E’ forse vero che in determinate condizioni anche Mozart sparato a tutto volume e 24h24 potrebbe diventare insopportabile.
Nella famosa piéce teatrale “La morte e la fanciulla” (divenuta anche un film di Polanski), ambientata nel Cile post Pinochet, la protagonista riconosce ad un concerto il suo aguzzino sulle note del quartetto di Schubert, da lui utilizzato durante le torture.
Kubrick ha usato una canzone lieve e gioiosa come “Singin’ in the Rain” come sottofondo ad una delle scene più disturbanti di “Arancia Meccanica”.
Stiamo parlando però di arte. Nella brutalità della realta, se la musica deve essere tortura sarà la peggiore disponibile.

Pensandoci bene la musica viene usata come tortura non solo a Guantanamo ma nella nostra stessa esistenza quotidiana, come fosse un tratto caratteristico della nostra alienante società. Nei ristoranti non puoi parlare perchè c’è la TV o la radio accesa e il tuo tavolo ti capita sempre sotto agli infami altoparlanti.
Tanti anni fa in Germania notai che la musica nei luoghi pubblici era molto soft, un sottofondo, quella che giustamente viene definita ambient. In Italia invece, caciara a tutto busso. dappertutto.
Dopo esserti rovinata il pasto, entri nei negozi per fare del tranquillo shopping e ti devi di nuovo sorbire la radio a tutto volume.
Personalmente in quelle circostanze mi viene lo scoramento e scapperei dal negozio ma continuo lo shopping con l’adrenalina che mi va a mille e mi rende stressata e di mal umore. A volte mi scappa di chiedere alle commesse: “Ma voi riuscite a non rincoglionirvi, tutto il giorno così?” e loro mi guardano con l’occhio da pesce appena pescato e un sorrisetto da gioconde.
Nelle jeanserie poi, luoghi destinati ai ggiovani, se non ti impasticchi prima di ecstasy, non le reggi.

Non è solo l’alto volume della musica ma anche la sua ripetitività che stressa. Quando andavo in palestra, tanti anni fa, mettevano su abitualmente, come sottofondo, un nastro di James Taylor, un cantautore di allora abbastanza soft, un po’ belante ma gradevole, se ascoltato solo una o due volte. Dopo qualche mese di ascolto continuo e in loop, tutti i pomeriggi, del maledetto folksinger, e solo di lui, qualcuno di noi organizzò un blitz con rapimento del nastro e sua successiva brutale liquidazione.

La musica quindi, quando è imposta e diventa rumore, è sempre una violenza. Basta istituzionalizzarla studiando l’esatto volume da applicare e diventa tortura scientifica.
Io personalmente farei qualsiasi nome e cognome se mi obbligassero ad ascoltare tutto il giorno Laura Pausini e Nino D’Angelo. E con Avril Lavigne penso che troverei il coraggio di assalire le guardie e mangiarmi la loro faccia. Senza ascoltarmi dopo le Variazioni Goldberg, ma godendomi un assoluto e quasi doloroso silenzio.

***

Due anni fa su questo blog: “Non siate tristi per Welby”


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Uomini spediti come pacchi postali in giro per il mondo e da una prigione segreta all’altra, con una preferenza per i paesi dove la tortura viene applicata sistematicamente senza tanti problemi. Ad esempio i paesi arabi “amici”, disposti a fare il lavoro sporco per conto terzi ma non solo, anche paesi europei volonterosi fiancheggiatori, disposti a mettere a disposizione uomini, mezzi e servizi per coprire il rapimento di presunti terroristi e la loro deportazione verso destinazione ignota.

Il più recente esempio di blackout del diritto internazionale ed il più praticato in totale spregio della legalità, si chiama extraordinary rendition, consegna straordinaria, una delle armi improprie adottate dal governo degli Stati Uniti contro il cosiddetto “terrorismo internazionale”, dopo l’11 settembre.

La cosa tragica è che nel mucchio degli uomini-pacco cadono troppo spesso innocenti, come Mohamed. Colpevoli di essere di origine mediorientale o forniti di passaporto-canaglia; destinati a sparire quando va bene per mesi e quando va male per anni. Senza un processo, senza l’assistenza di un legale. Torturati per mesi con modalità disumane. Se liberati, rovinati per sempre nel fisico e nello spirito.
Quando si dice emergenza democratica in Italia e di sabati passati con gli avvocati.
A proposito di Italia, il caso Abu Omar, che ha messo a soqquadro i nostri servizi segreti e inguaiato una mappata di giornalisti e spioni vari grazie all’opera dei magistrati inquirenti, rappresenta il nostro personale momento di vergogna nazionale, oltretutto squisitamente bipartisan. Quando la Mamma chiama, non importa di che colore è il governo, l’importante è che prenda il topo. O il capro espiatorio.

Gli uomini che sono rinchiusi da sette anni a Guantanamo, la maggioranza dei quali ancora in attesa di un processo che non sia una farsa, furono catturati grazie alle rendition.
Alcuni di loro sono riusciti a far conoscere la loro storia alla stampa grazie alla perseveranza dei loro famigliari, disperati di non poter far nulla contro il Grande Moloch che deve giustificare, con atti brutali ed eclatanti, la famigerata guerra al terrorismo.
Se abbiamo saputo dei retroscena delle rendition lo dobbiamo però anche a quella parte di opinione pubblica americana formata da politici, giornalisti, militari e società civile che giustamente si indigna di fronte a questa licenza di torturare ed uccidere pretesa dalla CIA e praticata in tutto il mondo. Con i capobastone della Casa Bianca, Bush e Condoleezza in testa, pronti a fare giurin giuretto che ” loro i prigionieri non li hanno mai torturati”.

La trama di “Rendition”, un bel film di Gavin Hood interpretato da Jake Gyllenhaal e Reese Witherspoon che ho visto di recente, si basa su una di queste storie. Negli extra del dvd vi è un documentario che racconta alcune delle storie vere di vittime delle deportazioni.

Di extraordinary rendition si è occupato anche, in commisisone europea Claudio Fava, qui intervistato da Pietro Ricca.


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Il più recente esempio di blackout del diritto internazionale ed il più praticato in totale spregio della legalità, si chiama extraordinary rendition, consegna straordinaria, una delle armi improprie adottate dal governo degli Stati Uniti contro il cosiddetto “terrorismo internazionale”, dopo l’11 settembre.

La cosa tragica è che nel mucchio degli uomini-pacco cadono troppo spesso innocenti, come Mohamed. Colpevoli di essere di origine mediorientale o forniti di passaporto-canaglia; destinati a sparire quando va bene per mesi e quando va male per anni. Senza un processo, senza l’assistenza di un legale. Torturati per mesi con modalità disumane. Se liberati, rovinati per sempre nel fisico e nello spirito.
Quando si dice emergenza democratica in Italia e di sabati passati con gli avvocati.
A proposito di Italia, il caso Abu Omar, che ha messo a soqquadro i nostri servizi segreti e inguaiato una mappata di giornalisti e spioni vari grazie all’opera dei magistrati inquirenti, rappresenta il nostro personale momento di vergogna nazionale, oltretutto squisitamente bipartisan. Quando la Mamma chiama, non importa di che colore è il governo, l’importante è che prenda il topo. O il capro espiatorio.

Gli uomini che sono rinchiusi da sette anni a Guantanamo, la maggioranza dei quali ancora in attesa di un processo che non sia una farsa, furono catturati grazie alle rendition.
Alcuni di loro sono riusciti a far conoscere la loro storia alla stampa grazie alla perseveranza dei loro famigliari, disperati di non poter far nulla contro il Grande Moloch che deve giustificare, con atti brutali ed eclatanti, la famigerata guerra al terrorismo.
Se abbiamo saputo dei retroscena delle rendition lo dobbiamo però anche a quella parte di opinione pubblica americana formata da politici, giornalisti, militari e società civile che giustamente si indigna di fronte a questa licenza di torturare ed uccidere pretesa dalla CIA e praticata in tutto il mondo. Con i capobastone della Casa Bianca, Bush e Condoleezza in testa, pronti a fare giurin giuretto che ” loro i prigionieri non li hanno mai torturati”.

La trama di “Rendition”, un bel film di Gavin Hood interpretato da Jake Gyllenhaal e Reese Witherspoon che ho visto di recente, si basa su una di queste storie. Negli extra del dvd vi è un documentario che racconta alcune delle storie vere di vittime delle deportazioni.

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Il più recente esempio di blackout del diritto internazionale ed il più praticato in totale spregio della legalità, si chiama extraordinary rendition, consegna straordinaria, una delle armi improprie adottate dal governo degli Stati Uniti contro il cosiddetto “terrorismo internazionale”, dopo l’11 settembre.

La cosa tragica è che nel mucchio degli uomini-pacco cadono troppo spesso innocenti, come Mohamed. Colpevoli di essere di origine mediorientale o forniti di passaporto-canaglia; destinati a sparire quando va bene per mesi e quando va male per anni. Senza un processo, senza l’assistenza di un legale. Torturati per mesi con modalità disumane. Se liberati, rovinati per sempre nel fisico e nello spirito.
Quando si dice emergenza democratica in Italia e di sabati passati con gli avvocati.
A proposito di Italia, il caso Abu Omar, che ha messo a soqquadro i nostri servizi segreti e inguaiato una mappata di giornalisti e spioni vari grazie all’opera dei magistrati inquirenti, rappresenta il nostro personale momento di vergogna nazionale, oltretutto squisitamente bipartisan. Quando la Mamma chiama, non importa di che colore è il governo, l’importante è che prenda il topo. O il capro espiatorio.

Gli uomini che sono rinchiusi da sette anni a Guantanamo, la maggioranza dei quali ancora in attesa di un processo che non sia una farsa, furono catturati grazie alle rendition.
Alcuni di loro sono riusciti a far conoscere la loro storia alla stampa grazie alla perseveranza dei loro famigliari, disperati di non poter far nulla contro il Grande Moloch che deve giustificare, con atti brutali ed eclatanti, la famigerata guerra al terrorismo.
Se abbiamo saputo dei retroscena delle rendition lo dobbiamo però anche a quella parte di opinione pubblica americana formata da politici, giornalisti, militari e società civile che giustamente si indigna di fronte a questa licenza di torturare ed uccidere pretesa dalla CIA e praticata in tutto il mondo. Con i capobastone della Casa Bianca, Bush e Condoleezza in testa, pronti a fare giurin giuretto che ” loro i prigionieri non li hanno mai torturati”.

La trama di “Rendition”, un bel film di Gavin Hood interpretato da Jake Gyllenhaal e Reese Witherspoon che ho visto di recente, si basa su una di queste storie. Negli extra del dvd vi è un documentario che racconta alcune delle storie vere di vittime delle deportazioni.

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