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“L’unica cosa che possono dire di me è che scopo.” (B.) 
(Infatti ogni tanto gli rimane qualche topa attaccata alla testa. Altro che toupé. N.d.A.)
La sua manovra, se riuscirà mai a vararla, ci costa, sulla carta, 47 miliardi di euro. Ma lui, a noi, qualcuno ha mai calcolato quanto ci è costato in questi anni fin dalla strafottutissima discesa in campo e quanto continua a costarci, culi nostri a parte, per ogni giorno che rimane al potere?
Potrebbe essere un bel quiz per un test di ammissione alla Facoltà di Economia e Commercio.
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Pare sia stato il ministro Sacconi – quello con un conflitto d’interessi modello John Holmes per avere la moglie manager di Farmindustria ed essersi occupato allo stesso tempo di Sanità, farmaci, vaccini ed Agenzie del Farmaco – ad espellere il noduletto emorroidario della misura restrittiva sui riscatti di naja e anni universitari ai fini pensionistici in Manovra v. 3.0.
Vessazioni di classe, ovviamente, visto che i soldatini che non riuscivano a sgamare i 12-18 mesi di naja, prima che venisse abolita in favore di un esercito di professionisti, non erano certo i figli di papi che ricevevano la spinta giusta per farsi riformare per un’omosessualità fulminante o altre motivazioni gravi di esonero dal servizio. E chi si faceva tutta la naja fino in fondo, nonni compresi, era di solito qualcuno che magari lavorava già duramente e si vedeva privare di un anno o più di stipendio per servire il paese.

Anche gli anni universitari non contano più nulla, nonostante siano costati tanti soldi alle famiglie degli studenti e sacrifici e diottrie a chi stava chino sui libri. Che lo facciano perché ad andare in pensione in questi anni sarebbero, per età anagrafica, i cosiddetti sessantottini? Perché no? Sono sempre in guerra contro il comunismo, ricordatelo, anche quando dormono o sembra che si occupino d’altro.
Non capisco, del resto, la meraviglia per un provvedimento di penalizzazione dello studio superiore da parte di questo governo. Cosa vi aspettavate dai piduisti che vogliono togliere valore legale alla laurea, dai laureati al CEPU ed alla Scuola Radio Elettra, dal laureato alla Sorbo(lo)na e le sue laureate in igiene genitale, da chi ha affidato l’università alla Gelmini e assassinato la cultura di questo paese in maniera aggravata e continuata negli ultimi vent’anni e infine considera una scienziata come Rita Levi Montalcini una vecchia rinfanciullita?

Ogni giorno, attraverso i loro atti scellerati, possiamo farci un’idea sempre più chiara di coloro con i quali abbiamo a che fare. Partoriscono per via anale queste mirabolanti idee la notte quando il sensorio è ai livelli minimi, poi la mattina non si premurano di chiedere a chi si intende veramente di cose legali se queste loro pensate siano fattibili o meno.
Infatti pare che sia già pronta la marcia indietro sulla questione riscatto naja ed università; mica perché si siano accorti e si preoccupino della sua iniquità ma perché qualcuno paventa migliaia e migliaia di ricorsi, richieste di risarcimento e perfino class-action. Vischiamo di pagave di più di quanto avremmo visparmiato, povca puttana.

Non hanno messo le mani nelle tasche degli italiani però si divertono un po’ con i pensionandi. Lo hanno ribadito, aggrottando le sopracciglia: occorrono quarant’anni effettivi di lavoro per poter andare in pensione. 
Occorrono a noi, perché loro, una volta finito il mandato parlamentare – e bastano cinque anni di contributi –  a 65 anni cominciano a percepire minimo 3000 euro al mese di vitalizio parlamentare (ma si arriva anche a +9000 euro al mese con trent’anni di contributi per i politici più anziani). Tremila euro contro una maggioranza di pensioni italiane che non raggiungono i 500 euro mensili.

Non bastava l’ingiustizia nei confronti di coloro che, maturando i quarant’anni di contributi, mettiamo l’anno prossimo, dovranno attendere ancora un anno e poi altri tre mesi ancora prima di andare in pensione a causa dei continui aggiustamenti della data di uscita, tra finestre, scaloni e mortacci loro.
Se non si inventeranno qualcos’altro nelle loro notti insonni di vessatori di popolo, chi ha iniziato a lavorare a 18 anni nel 1972, ad esempio, andrà in pensione solo nel 2014. A casa mia e se la matematica non sono due ghiandole seminali, sono quasi quarantadue anni di lavoro effettivo, non quaranta.

Altro che capestro.


E’ una questione Fisica. Sarebbe bastato fargli trovare all’ingresso un Antipapa. Si sarebbero annichiliti a vicenda.


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E’ una questione Fisica. Sarebbe bastato fargli trovare all’ingresso un Antipapa. Si sarebbero annichiliti a vicenda.


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Essendo anch’io un essere umano soggetto a carie dentaria, frequento ogni tanto i gabinetti dentistici e nei gabinetti si trova la carta, come è noto. Riviste di vario tipo, da Focus a Gente Motori fino ai newsmagazine come Tempi (!!) e Panorama. Proprio su quest’ultimo, sfogliando tra una borsa di Vuitton e una scarpa di Prada, cercando di distrarmi in attesa di una tronculare, ho letto un articolo che sinceramente non so proprio come definire. Ditemi la vostra.
Titolo: “Laureati con lode? No, grazie”. Oddìo, non sarà il solito servizio sul moderno ruolo della laurea come carta da culo? Peggio. Finora l’inutilità del “pezzo di carta” al fine di trovare un buon posto di lavoro poteva essere idealmente fugata pensando che “però se uno si laurea con il massimo dei voti, checcazzo!”Invece pare sia proprio questo il problema.

L’occhiello dell’articolo diceva: “

«Le aziende cercano persone che portino a casa il compito in tempo, magari arrabattandosi, non dei perfezionisti che si perdono in presentazioni leccate».
«Chi si è abituato ad avere sempre il massimo all’università è poco abile nell’arte dell’arrangiarsi. Per i ruoli che comportano il confronto con gli altri, meglio chi qualche volta è caduto, ha affrontato una bocciatura e magari si è laureato con 103».
«Il 110 e lode non dice abbastanza, è una valutazione accademica che non necessariamente riflette quella aziendale. Un laureato con 105 potrebbe essere perfino più idoneo di chi ha meritato il massimo. È più interessante capire il modo in cui il giovane ha studiato e le attività da lui svolte nel frattempo».

Quelli di noi che si sono fatti il mazzo tanto per laurearsi a pieni voti e hanno già il dito sul grilletto della Colt puntata alla tempia si consolino: alla Lvmh, prima multinazionale nel settore del lusso, puntano comunque sui primi della classe. Meno male, se la fabbrichetta di cuscinetti a sfera della nostra città non ci assume potremo lavorare sguazzando nello champagne e occupandoci di profumi e boutique di lusso. Poi magari ci fregherà la “bella presenza”. Lì se non sei minimo come la Kidman manco ti mettono a rispondere al telefono.

Insomma, non se ne azzecca mai una nella vita. Si studia, si studia, si cerca di dare il meglio anche per avere una piccola soddisfazione personale perchè da giovane ti hanno detto che solo i migliori avanzano, poi ti laurei e quattro stronzi che passano il tempo a dire “tu di qua e tu di là” come i nazisti, dicono che il merito, per definizione, non conta. Forse perchè non conta che uno sia bravo, ma che sia bravo ad eseguire gli ordini senza fare troppe domande, che non pianti grane sindacali, sia inquadrato e tutto sommato mediocre, come loro. Le aziende in futuro vorranno assumere gente colta… ma anche… ignorante. Perchè, alla Veltroni, pacatamente, non possiamo lasciare i somari alla concorrenza.

Basta, vado a dormire sperando di non sognare quella faccia da culo di Donald Trump che, con il parrucchino polendina a riporto mi urla in faccia ” You’re fired!* “
Ma vaffanculo, va!

* “Sei licenziato!”


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Essendo anch’io un essere umano soggetto a carie dentaria, frequento ogni tanto i gabinetti dentistici e nei gabinetti si trova la carta, come è noto. Riviste di vario tipo, da Focus a Gente Motori fino ai newsmagazine come Tempi (!!) e Panorama. Proprio su quest’ultimo, sfogliando tra una borsa di Vuitton e una scarpa di Prada, cercando di distrarmi in attesa di una tronculare, ho letto un articolo che sinceramente non so proprio come definire. Ditemi la vostra.
Titolo: “Laureati con lode? No, grazie”. Oddìo, non sarà il solito servizio sul moderno ruolo della laurea come carta da culo? Peggio. Finora l’inutilità del “pezzo di carta” al fine di trovare un buon posto di lavoro poteva essere idealmente fugata pensando che “però se uno si laurea con il massimo dei voti, checcazzo!”Invece pare sia proprio questo il problema.

L’occhiello dell’articolo diceva: “

«Le aziende cercano persone che portino a casa il compito in tempo, magari arrabattandosi, non dei perfezionisti che si perdono in presentazioni leccate».
«Chi si è abituato ad avere sempre il massimo all’università è poco abile nell’arte dell’arrangiarsi. Per i ruoli che comportano il confronto con gli altri, meglio chi qualche volta è caduto, ha affrontato una bocciatura e magari si è laureato con 103».
«Il 110 e lode non dice abbastanza, è una valutazione accademica che non necessariamente riflette quella aziendale. Un laureato con 105 potrebbe essere perfino più idoneo di chi ha meritato il massimo. È più interessante capire il modo in cui il giovane ha studiato e le attività da lui svolte nel frattempo».

Quelli di noi che si sono fatti il mazzo tanto per laurearsi a pieni voti e hanno già il dito sul grilletto della Colt puntata alla tempia si consolino: alla Lvmh, prima multinazionale nel settore del lusso, puntano comunque sui primi della classe. Meno male, se la fabbrichetta di cuscinetti a sfera della nostra città non ci assume potremo lavorare sguazzando nello champagne e occupandoci di profumi e boutique di lusso. Poi magari ci fregherà la “bella presenza”. Lì se non sei minimo come la Kidman manco ti mettono a rispondere al telefono.

Insomma, non se ne azzecca mai una nella vita. Si studia, si studia, si cerca di dare il meglio anche per avere una piccola soddisfazione personale perchè da giovane ti hanno detto che solo i migliori avanzano, poi ti laurei e quattro stronzi che passano il tempo a dire “tu di qua e tu di là” come i nazisti, dicono che il merito, per definizione, non conta. Forse perchè non conta che uno sia bravo, ma che sia bravo ad eseguire gli ordini senza fare troppe domande, che non pianti grane sindacali, sia inquadrato e tutto sommato mediocre, come loro. Le aziende in futuro vorranno assumere gente colta… ma anche… ignorante. Perchè, alla Veltroni, pacatamente, non possiamo lasciare i somari alla concorrenza.

Basta, vado a dormire sperando di non sognare quella faccia da culo di Donald Trump che, con il parrucchino polendina a riporto mi urla in faccia ” You’re fired!* “
Ma vaffanculo, va!

* “Sei licenziato!”

Ho ricevuto nei giorni scorsi questa email, che propongo alla vostra riflessione. Credo che la vignetta del “Dr. Mouse” di Bhikkhu sia perfetta per illustrare l’argomento. Qui trovate le altre.
Ciao Lameduck,

chi ti scrive è un neo-laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bologna che ha trovato per caso il tuo blog in rete. Ti scrivo per farti riflettere su un problema che, nel nostro Paese, ha radici molto profonde ed estremamente difficili da eradicare.
Pensa che tutti parlano male dei medici, alcuni straparlano senza conoscere neanche gli argomenti dal punto di vista scientifico, eppure nessuno parla di quel sistema ben oliato che mette in circolazione medici incompetenti.

Tutti ci scandalizziamo per una povera ragazza morta di appendicite, ma non ci si domanda come mai un ragazzo che si laurea a 24 anni con il massimo dei voti e lode, e che si è fatto il sedere (per essere fini) per 6 anni, venga poi scavalcato da figli o parenti dei professori per entrare nelle scuole di specializzazione o superare i concorsi, perché, nonostante tutto l’impegno profuso per conseguire la laurea, ha un enorme difetto: quello di non contare nulla dal punto di vista “politico”.
Sono il primo laureato della mia famiglia, i miei genitori hanno sostenuto fatiche non trascurabili per permettermi di studiare, e molto probabilmente passerà ancora molto tempo prima che possa ricambiare tutto l’affetto che mi hanno dato.
E questo perché sono circondato dai cosiddetti “figli di papà”, gente che ha avuto una bella spintarella per raggiungere il 110 e che non dovrà fare nessuna fatica per centrare una specialità.
E il problema non sta tanto nei direttori di scuola o primari, sta anche in quei burocrati che cercano di regolamentare il nostro ingresso nel mondo del lavoro: pensa che, come molte categorie lavorative credo, prima di essere abilitati dobbiamo sostenere un esame di Stato, che per i medici consiste in una parte pratica (tirocinio) di 3 mesi presso specialisti (medicina interna, chirurgia generale, medico di base) ed in una parte scritta.
Questo esame dovrebbe selezionare quei medici che possono lavorare. Cioè quelli davvero preparati. Dovrebbe essere una specie di setaccio dove i “raccomandati” dovrebbero fermarsi…e invece cosa succede? Succede che ci sono molti medici accondiscendenti che non valutano per niente i loro tirocinanti, e si limitano a mettere il massimo dei voti alla fine del mese, senza sapere qual è il bagaglio di quel laureato. Oppure succede che 3 mesi prima della prova scritta (che consiste in 180 quiz a risposta multipla) il Ministero dell’Università renda pubblico l’archivio delle domande da cui verranno estratte quelle del compito, per permettere al laureato più “brocco” di impararsele a memoria e superare l’esame agevolmente.
Insomma, non ci lamentiamo se negli ospedali ci sono medici che non sanno fare una diagnosi, mentre i più meritevoli sono costretti a fuggire all’estero: siamo noi italiani che contribuiamo a questa situazione.
Ti auguro una buona giornata.

Emiliano

In effetti ne ho conosciuti di figli di medici affermati, per niente portati per la medicina, senza alcun fiuto per la diagnosi, senza lo spirito di sacrificio necessario per affrontare il mestiere di medico iscriversi all’Università perché è tradizione di famiglia e poi ereditare gli studi paterni tirando a campare e rilucendo di luce riflessa, facendo diagnosi che nulla hanno da invidiare al nostro dottor topo.
Non sarà così per tutti ma nella mia vita i migliori medici e ricercatori che ho conosciuto erano venuti tutti su dal niente, amando la professione per pura passione e impegnandosi con dedizione per i malati.
Forse in questo campo un po’ di sana meritocrazia non guasterebbe, come auspica Emiliano. Almeno per non ridursi come Dr. Mouse…

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