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Si, certo nonno, l’euro non ha convinto nessuno. Nemmeno quei bottegai che, quando fu introdotto definitivamente al posto della lira nel 2002, poterono raddoppiare i prezzi impunemente creandosi il cambio di comodo 1000 lire= 1 euro, invece del corretto 1000 lire= 0,50 euro,  tanto il tuo governo li avrebbe lasciati fare.
Lo so, lo so. I bottegai ci provarono in tutta Europa a fare lo stesso giochetto – perfino i rigorosi prussiani – ma altrove, nei paesi seri, trovarono dall’altra parte sistemi di controllo in grado di scoraggiarne le furbate.
L’euro non ha convinto nessuno, già. Nemmeno gli americani, che hanno scatenato tutta l’artiglieria pesante nascosta dietro al fogliame delle agenzie di rating contro una divisa capace, per la prima volta, di mettere in difficoltà Sua Maestà il Dollaro. Fatti spiegare da un bancario qualsiasi questa forma di invidia della divisa.
L’euro non ha convinto i paesi petroliferi che da almeno dieci anni stanno accarezzando l’idea di utilizzarlo per le transazioni dell’oro nero. Sempre al posto del dollaruccio. Altro motivo importante per scatenare la reazione imperiale di cui sopra.
Lo so, nonnetto, che cerchi di cavalcare gli eurodeliri dei legaioli che, se potessero, tornerebbero non alla lira ma al baiocco. Tanto lo sai che, nei paradisi fiscali, comunque si ragiona in dollari e quindi nessuno dei tuoi amici evasori rischia alcunché. Visto che pensi sempre, come gatto e volpe, non al vile interesse ma ad arricchire gli altri.
L’Euro e l’Europa purtroppo, in questo momento, sono necessari come il purgante. Sempre se vogliamo mantenere i nostri privilegi e il nostro attuale benessere. Sono necessari per difenderci dagli attacchi imperiali e dalle mire espansionistiche asiatiche. Questa crisi, forse, convincerà ob torto collo gli europei ad unirsi finalmente, a rinunciare alle spocchiette nazionalistiche. 
Ma c’è il rischio default, grida il telespettatore terrorizzato dall’odierno bollettino borsistico. State tranquilli, appena ottenuto ciò che disperatamente si cerca di imporre su base continentale, la crisi sparirà da un giorno all’altro. Puf! Come una magia di Harry Potter. Sui giornali non se ne parlerà più, come non si parla già più di quella che doveva essere la trentennale guerra al terrorismo islamico. E’ una partita a scacchi, stiamo solo aspettando la mossa decisiva. Lo scacco matto.
In seguito, creata una difesa efficace europea contro gli attacchi esterni si potrà sempre pensare ad un modo per uscire dalla logica perversa della crescita a tutti i costi.
Tanto è solo questione di tempo. Il capitalismo, senza più il contraltare della minaccia comunista e privo di un vero controllo democratico che ne limiti gli abusi è in preda alla esaltante follia del liberismo selvaggio, la sua forma neoplastica. 
Pochi individui credono di potersi arricchire esponenzialmente cancellando tutti i diritti degli altri e creando al contempo una marea montante di poveri. Una follia che li porterà inevitabilmente al suicidio collettivo come i lemmings perché i poveri sono numericamente superiori ed enormemente più incazzati. 
Può darsi che un giorno mangeremo bistecche di miliardario, che disputeremo la finale di Champions giocando con la testa del direttore della BCE e che conserveremo nei musei di storia naturale e sotto formalina imprenditori di successo. Compresi quelli falliti che, per coprire il loro fallimento, cercarono in tutti i modi di far crollare anche la casa dei Filistei. 
(Mi scuso per l’allusione a Sansone. Con tutti quei capelli. Sono stata indelicata.)
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Giovanni Galloni e Corrado Guerzoni sostengono che, nel corso di una visita negli Stati Uniti nel 1974, il ministro degli esteri Aldo Moro ebbe uno scambio molto duro con Henry Kissinger, il quale arrivò a minacciarlo di gravi conseguenze personali se avesse perseguito nell’intento di aprire ai comunisti. 
Secondo i collaboratori di Moro la frase fu di questo tenore: “Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”.
Come è finito Moro, di lì a quattro anni, lo sappiamo. Forse Kissinger portava solo sfiga, chissà.
Ora, io comprendo la situazione. A differenza di Moro – e la buonanima mi perdoni per l’accostamento blasfemo – il vecchio godzilla in fondotinta e cipria ci ha salvato dal comunismo e per questo ha accumulato migliaia di punti-fedeltà atlantici. Tanti da ottenere il massimo premio: il culo di una sessantina di milioni di italiani da sverginare a piacimento.
Però, caro Obamino, non dimenticare che questo faceva piedino a Gheddafi sotto il tendone beduino e coglionava Mubarak attribuendogli nipoti mignotte. Non te ne può fregare di meno?
Guarda, pare che in un’intercettazione dica che, nonostante a lui le negre non piacciano, due botte a Michelle le darebbe volentieri. No? Sei superiore a queste cose e non sei come la culona inchiavabile che pare se la sia presa a morte e sogni di schiacciarlo per rappresaglia con le panzerdivisionen?
Forse l’argomento petrolio e geopolitica energetica ti può solleticare di più? A voi non piace essere scavalcati in questi affaroni, vero?
Bene, allora diciamo che il salvatore dal comunismo fa lingua in bocca con Putin, l’intera oligarchia russa e intrallazza con Gazprom; e forse il Tremonti vuole aprire alla Cina. Che mi dici?
Se ancora non sei ancora convinto posso dirti che, anche se non te ne rendi conto, in Borsa si sta come del domino le tessere. Mercato globalizzato, si globalizza anche la crisi economica. Anche se le tue agenzie di rating cercano di fottere l’euro da mesi per salvare quel vecchio rinfanciullito del dollaro e sostenere le velleità imperiali dello Zio Sam, capisciamme’, siamo su  un piano inclinato e in fondo c’è un mare di merda. Se uno scivola e ti si aggrappa, ci finisci anche tu e lo Zio Sam appresso.
Obamino mio bello, te lo ridico con parole semplici. Se l’Italia fallisce perché chi tu sai non vuol finire in galera, ci trascina tutti nella merda. Ho detto tutti. Fottitenne del comunismo e alza le chiappe.
Briffalo tu o fagli dire una parolina da Hillary, di quelle che di solito mettono così bene a posto Bill. O magari sveglia il vecchio Henry e fagli fa’ ‘sta telefonata. Magari un po’ del magic touch gli è rimasto.

Riassunto delle balle precedenti. Eravamo rimasti al Bin Laden in salsa verde della foto qui sopra. Altro dozzinale fake, anch’esso subito smascherato dagli scafati smanettoni photoshoppisti della Rete. Vista la bassa qualità dei fotoritocchi,  Obama e soci hanno deciso infine di non mostrarci più nulla, adducendo il motivo che il cadavere sarebbe stato in condizioni troppo impressionanti per i nostri stomacucci deboli. Capirai, dopo aver visto i bambini nati dopo il trattamento all’uranio impoverito in Iraq, cosa vuoi che sia?

Veniamo agli ovetti freschi di giornata. Un giornalista esperto in faccende di Al Qaeda afferma che Bin Laden è morto di malattia qualche giorno fa e quindi gli Ammeregani avrebbero deciso di inscenare il blitz – o semplicemente  dichiarare che esso è avvenuto, per far credere che il nemico pubblico n° 1 fosse morto per mano loro. Per farsi belli, insomma. Il giornalista l’avrebbe saputo dal medico di base di Osama. O forse da suo cuggino.
Al Qaeda si fa sentire e conferma la morte di Osama, aggiungendo che farà di tutto per vendicarlo, offrendo quindi lo spunto per altri vent’anni di “Guerra al Terrorismo”.
Infine, spulciando tra i computer del de cuius, la CIA ha scoperto che stava preparando un altro attentato, indovinate per quando? Per l’11-9-2011, per la gioia dei numerologi seguaci della teoria dell’11:11.

Non meravigliatevi se ogni giorno le storie diventano sempre più assurde e smaccatamente inverosimili. Fa parte del gioco. Non sei un vero Potere con i controspionaggi se non obblighi il popolo “a credere che gli asini volino”, come dice Giulietto Chiesa.
Il vero Potere consiste nel costringerti a vivere la frustrazione di non riuscire mai a smascherare le sue menzogne. Tu sai che sono menzogne, ma non riuscirai mai a dimostrarlo. Più la menzogna è grossa e più il Potere si consolida perché il popolo la crederà, incapace di gestire il dolore della frustrazione e preferendo la più consolatoria bugia.
Non è questione di essere complottisti.  Tra parentesi, secondo me è meglio essere complottisti che fessi.
La questione fondamentale non è sapere con certezza se Al Qaeda esiste o è solo una sigla di comodo, se l’11 settembre è andata veramente come ce l’hanno raccontata e se Bin Laden è morto o meno. Il punto è  se, in nome di una comoda faciloneria e del vizio di delegare i fatti nostri a chi se ne approfitta, per non saper gestire la frustrazione causata dal mancato raggiungimento della verità, dobbiamo rinunciare per sempre a controllare le fonti, a mettere in discussione le affermazioni del potere. Compito che sarebbe principalmente del giornalista e, di rincalzo, del politico che milita nell’interesse del popolo.
Invece tocca sentire i giornalisti cosiddetti esperti, i signorini grandi firme, ripetere a pappagallo una sequela di assurdità come fossero verità rivelate, imponendoci di credere alle balle con un puro atto di fede e politici come Dario Franceschini rispondere, alla domanda sui dubbi riguardo al blitz ammazzaosama: “Mi pare che nessuno metta in dubbio come si sono svolti i fatti”. Ecco, gli pare. Dimentica qualche milione di utenti della rete abituati a non fermarsi alla prima opinione ma a cercarne una seconda e poi una terza.

La cosa più curiosa di questi giorni è che Osama Bin Laden era già stato dichiarato morto innumerevoli volte e non dal panettiere all’angolo ma dalla compianta Benazir Buttho nel 2007, che in un’intervista a David Frost nominò un certo Omar Sheik definendolo “l’uomo che ha assassinato Osama Bin Laden” (solo un curioso lapsus?); dalle autorità pakistane nel 2009 e, prima di tutto, da un necrologio uscito sulla stampa araba nel dicembre 2001 che ne annunciava la morte.
Secondo la leggenda, Bin Laden era molto malato già ai tempi dell’11 settembre e bisognoso di dialisi e cure particolari. Come abbia fatto a vivere in Provenzano mode in un compound (nessuno sa cosa sia un compound ma nessuno osa chiederne il significato per paura di passare da complottista), senza tv, senza telefono e senza ADSL ma soprattutto lontano da un moderno ed attrezzato ospedale non si sa. Mah!

A questo punto il fatto che Osama Bin Laden sia vivo o morto poco importa. Chiediamoci piuttosto, a questo punto, se sia mai esistito veramente. Oppure se c’è stato un Osama vero e in carne ed ossa, servitore degli interessi americani in Afghanistan all’epoca della guerra contro i russi e un Osama romanzato, o resuscitato post-mortem come essere mitologico. Se fosse morto in quell’ospedale di Dubai nel luglio del 2001 e avessero deciso di utilizzarne la memoria come megaspauracchio sarebbe stata una trovata geniale, bisogna ammetterlo.

L’Osama personaggio ha fruttato interessi altissimi alla causa neocon della Guerra Mondiale al Terrorismo proclamata nel 1999 in attesa del Grande Pretesto per iniziarla, giunto al fine l’11 settembre 2001. Da quel momento il personaggio Bin Laden, capo di Al Qaeda, la rete del terrore, ci ha regalato le sue storie migliori. 
Non importa se tutta la storia dei crolli e del buco nel Pentagono non sta in piedi; se, rivedendolo oggi, il crollo delle Due Torri è sempre più rassomigliante ad una demolizione controllata che non c’entra con gli aerei che impattano sui grattacieli. 
Non importa che Osama non fosse nemmeno ricercato per quell’attentato dall’FBI (perché non sono mai saltate fuori le prove del suo coinvolgimento!). L’unica cosa importante è che sui testi sacri del Potere c’è scritto che il più grave attentato della storia lo ha fatto lui.
Per diversi anni, guerre e distruzioni con milioni di morti sono avvenute con la scusa che si doveva vendicare l’onta dell’11 settembre e combattere la proverbiale cattiveria di Osama Bin Laden.
Poi lo smacco dell’Iraq, il pantano dell’Afghanistan e la Cina che si avvicina sempre più. E’ necessario un cambio di rotta. Nel resto, per molti anni questo famoso terrorismo internazionale non si era più fatto sentire. Magari qualcuno avrebbe cominciato a sospettare che fosse solo una fola, una scusa per mantenere un potere imperiale sempre più traballante. Ci voleva qualcosa di nuovo, con  il Medio Oriente che si sta ridisegnando a grande velocità e non certo solo su base spontanea.

Il personaggio Osama Bin Laden ha servito onorevolmente il suo scopo per dieci anni, Ora è giusto mandarlo in pensione perché forse serve più da morto, anzi da morto due volte. Lo si fa morire come certi personaggi delle soap opera o dei fumetti, con la grande risonanza che i media riservano agli eventi memorabili. Tanto, a controllare se tutta la storia è vera o falsa, resteranno solo i complottisti. E magari, tra un po’, trattandosi di americani, lo resusciteranno con un’altra faccia, come il fratello biondo di Ridge in “Beautiful”.

Il mito Osama Bin Laden a me ricorda il personaggio di Kaiser Soze del film “I soliti sospetti”. Un’invenzione per spaventare, un babau, l’Uomo Nero, il capro espiatorio da tirare fuori al momento opportuno e a cui attribuire tutte le disgrazie di un popolo. Uno di cui aver paura e che è, per definizione inafferrabile.
Uno dietro al quale, però, si cela, nella finzione cinematografica, un genio del crimine e, nella realtà, probabilmente un set completo di burattinai che, mentre il popolino è distratto dalla fiction a puntate dell’arabaccio cattivo con il turbante ed il barbone, fa i suoi conti, specula, intrallazza e disegna la nuova geopolitica mondiale a suo esclusivo vantaggio e alla faccia di miliardi di persone. Oltretutto divertendosi a guardare quanto gli allocchi e i boccaloni si bevano qualunque balla sesquipedale che proviene dalle fonti ufficiali controllate da lorsignori.

(Nella foto, la “Padania” prima di perdere la memoria.)

Va bene, finora abbiamo scherzato, torniamo ai discorsi seri.
Detto tra noi, qualcuno crede veramente che sarebbe concesso ad una “nazione” di fantasia (non mi riferisco a Disneyland), esistente solo nelle menti bacate di un gruppo di cialtroni razzisti assetati di potere, poltrone e nepotismo di mettere in discussione la coesione di una nazione vera appartenente alla Nato? E questo solo perchè viene loro concesso dal capriccio di un vecchio miliardario inquisito (non mi riferisco a Roman Polanski) che deve morire impunito?
A qualcuno dice niente la parola “equilibri geostrategici”? Lo sapete cosa c’è ad Aviano e in altre basi militari e quante testate nucleari esistono nell’Italia del Nord, delle quali noi non abbiamo le chiavi perchè la nostra sovranità nazionale è sempre stata un optional?
Pensate che i nostri liberatori se ne starebbero con le mani in mano a verder nascere la gloriosa Padania e che gli altri paesi europei non muoverebbero un dito, con il rischio di una reazione a catena di altre rivendicazioni autonomistiche ben più legittime di quelle dei gioppini? Pensiamo alla nazione Basca, all’Irlanda. Sarebbe un botto altro che quello del vulcano Ejeffankul.

Per ultimo e proprio per non voler vedere con chi abbiamo a che fare. Cosa penseranno i nostri liberatori di un ministro della difesa che accetta un regalo dal suo padrone di riferimento, alias capo di stato, senza ritenersene offeso? “Lo guiderò di persona”, ha detto Benito Maria. Si, darà l’equivalente in denaro in beneficenza ma intanto lo ha accettato.
Volendo sottilizzare, un SUV di fabbricazione sovietica, pardon, russa. Berlusconi crede che siccome è amico suo, Putin sia anche amico del Pentagono e che cinquant’anni di guerra fredda si possano cancellare con una schitarrata di Apicella e quattro zoccole compiacenti.
Un ministro della difesa, quindi a conoscenza di informazioni delicate strategicamente, acquistabile al modico prezzo di un SUV (costa quanto una Panda e non so se più o meno delle mini rosse che Papi regalava alle escort). Un ministro in vendita e in pubblico. Praticamente un’OPA. Ma vi rendete conto?

Hey guys, we still need yer fucking help! *

(* Abbiamo ancora bisogno di voi, liberateci.)

Suvvia, non posso credere che questo tizio vi lasci completamente indifferenti. Uno che sta trascinando un paese del G8 with a former reputation in un baratro istituzionale – altro che guerra civile, povero giucco, se crede che gli italiani con le mani impegnate dal telefonino facciano la rivoluzione per lui! Uno che darebbe fuoco altro che al Reichstag pur di sgamare le infamanti accuse di collusione mafiosa che gli stanno arrivando adddosso. Parliamoci chiaro, le stragi del 92-93 furono TERRORISMO, non ci si può passare sopra come fossero niente.

Stiamo parlando di accuse gravissime portate ad un capetto di stato ma costui non vuole affrontarle come le affronterebbe un Obama qualsiasi. Di fronte ad un tribunale e assistito da fior di avvocati con grande profusione di mezzi economici, quindi con il 90% di probabilità di essere assolto se innocente.
Invece il suo piglio è sempre più dittatoriale. Non lo sopportano più nemmeno i suoi. Anche se non lo ammetterebbero neppure sotto tortura, sono disposta a scommettere che molti di coloro che l’hanno votato ne sono delusi perchè non si aspettavano che pensasse sempre solo al suo culo ma anche ai loro problemi e che magari materializzasse un paio di quei miracoli che millanta in continuazione.

Ho sempre criticato la sovranità limitata ma in certi casi la sovranità ha un limite e qui è stato oltrepassato. Siccome gli italiani non capiscono, urge un aiutino dall’alto. Il classico deus ex machina.
Credete, questo paese non ce la fa più. Orsù, si sono rovesciati dei Mossadeq per molto meno.

Per la serie: come ci vedono all’estero, vignetta pubblicata oggi sul Sunday Times

Per quanto mi sforzi e sottoponga a strizzamento le meningi, non riesco proprio a capire il senso di tenere quel gigantesco scassamento di minchia che è il vertice del G8 in una zona già tanto provata da un catastrofico terremoto.
Amici viareggini, l’avete scampata bella. Se avessero avuto il tempo materiale questi avrebbero spostato per l’ennesima volta il G8 a Via Ponchielli, giusto per aggrapparsi alla sciagura più di giornata e di più recente impatto emotivo.

Ricordo che, per ospitare il gran varietà imperiale, era da mesi in corso l’allestimento delle apposite sedi nell’Isola della Maddalena. Luogo che rispondeva alle esigenze di sicurezza e riservatezza richieste da uno show itinerante che tende a raccogliere più uova marce e pomodori troppo maturi, che applausi.
Avvenuto il terremoto a L’Aquila, la grande pensata. Visto che i contestatori metteranno a dura prova l’incolumità dei tonfa lanciando loro contro le proprie teste, il governo che le studia di notte ha mandato nel casino la Maddalena (e i miliardi di investimenti già stanziati) e ha spostato l’area di accampamento del Circo a l’Aquila. In una zona dove, tra l’altro, la terra continua a tremare con intensità interessanti.

L’unico motivo che riesco a trovare per giustificare l’assurdità della scelta, è di sfruttare la disgrazia degli abitanti delle città abruzzesi (assurti a veri e propri scudi umani di Husseiniana memoria) per ricattare la protesta e soprattutto gli altri paesi partecipanti.
“Non vorrete mica fare violenza ad una popolazione già tanto martoriata” è il messaggio agli eventuali e prevedibili contestatori. “Non vorrete mica sottrarvi all’obbligo della passerella di solidarietà con tanto di raccolta fondi stile Dame di S. Vincenzo in una zona terremotata del paese ospite?”
Un ignobile ricatto che mi meraviglia essere stato accettato dagli altri sette del G, messo in atto da un governo che va avanti a furia di espedienti ad effetto e che ha scelto una zona sismica per tentare di puntellare la pericolante reputazione di un premier sottoposto da settimane ormai ai preparativi di una bella “controlled demolition”.
Un vertice terremotato, quindi. Con il rischio di una bella evacuazione stile disaster movie in caso che la tettonica non dovesse collaborare o manifestasse improvvise tentenze no global. Già vedo Bonaiuti dare la colpa alla propaganda della sinistra di un’eventuale magnitudo 4.5.

Si poteva evitare questa pagliacciata. Se io fossi stata il capo della sicurezza presidenziale, col cacchio che avrei permesso che Obama fosse confinato in una caserma (evidente omaggio al genere di comicità praticata del nostro premier) e che corresse un seppur minimo rischio sismico. Ciò vale natualmente per gli altri capi di stato e di governo e rispettive securities.
Sarà, ma niente mi toglie dalla testa che all’ultimo momento vi sarà un’inspiegabile epidemia di diarrea nelle illustri delegazioni e il vertice andrà a puttane. Perchè non farlo addirittura a Villa Certosa, allora?

Intanto si raccolgono le candidature per “Il posto più assurdo dove tenere un G8” edizione 2010. Ci sono già interessanti candidature: il reattore numero 4 di Chernobyl e la città fantasma di Prypiat, il carcere di Abu Ghraib, il relitto del Titanic a 3800 metri di profondità al largo di Terranova, il CPT di Lampedusa ed altri ancora.


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Non c’è ancora una notizia certa“. “Sono solo chiacchiericci”.

Nei giorni scorsi, quando al TG1 non si è parlato di Berlusconi neanche per sbaglio, mentre i giornali di tutto il mondo ridacchiavano di un premier che intrattiene ragazze a gettone con più cerone in faccia di un attore del teatro kabuki, Minzolini ha parlato di cose serie. Per esempio del ritorno del viaggio in pullman. E per stare tranquilli ha fatto leggere il TG alla Susanna Petruni e ad Attilio Romita, due persone fidate. La guardia pretoriana, in pratica.
Stasera però (ad urne chiuse, così ormai non può più fare informazione) ha tirato fuori le unghie e ha finalmente nominato la “signora”, citando un’intervista di Berlusconi ad Alfonso Signorini su “Chi”(hai detto il duello Frost-Nixon!) nella quale lui, lo credereste? smentisce. “Non ho mai pagato una donna”, ha affermato. Pare che a quel punto si siano incrinati i vetri.

Nel giornalismo italiano nascono sempre nuove figure professionali: il giornalista tampone, il giornalista difensore; il giornalista immagine, quello deputato a far risaltare la meravigliosa aura del premier ogni volta che va in società. Esistono anche i giornalisti che si fermano per la notte. A differenza delle escort e basta, che se non vengono pagate il pattuito sull’unghia si incazzano come iene e vanno a portare i nastri in Procura, non tradiscono, perchè lo fanno per puro amore.
Spesso tutte queste componenti professionali si fondono nel giornalista maggiordomo.

Compìto, educato, ben vestito, inappuntabile, gran cerimoniere della difesa della reputazione del padrone ad ogni costo e comunque, anche di fronte all’evidenza. Soprattutto il giornalista maggiordomo non fa domande. Esegue gli ordini.
Come e meglio di un butler inglese, anche se non siamo ai livelli sublimi del Mr. Stevens di Anthony Hopkins in “Quel che resta del giorno”, quello che non prestava mai attenzione ai discorsi dei signori (in odore di filonazismo) perchè l’avrebbero “distratto dal suo lavoro”, egli soprintende sugli altri servitori e si adopera affinchè Sua Signoria non venga disturbato da fatti disdicevoli di ogni sorta.
Il che, nel romanzo di Ishiguro, vuol dire far sparire una tigre che era entrata in salotto, ma al TG1 può voler dire far evaporare qualche decina di ragazze immagine più una escort decisa a far valere le sue ragioni.

“Non ne abbiamo parlato perchè erano solo voci”.
Ossia, le ragazze hanno fotografato tutto neanche fossero state turisti giapponesi, immortalandosi perfino nel cesso reale; hanno registrato tutto, compresi gli strilli e i venti di culo, ci sono le foto su tutti i giornali del mondo ma non è certo che fossero a palazzo o in villa a fare che.
E poi, come suggeriscono neanche tanto velatamente gli esponenti del centrodestra interrogati sulla questione: “Se una è una puttana allora è sicuramente bugiarda.”
Chissà se è vero il contrario, e cioè se chi è bugiardo è sicuramente una puttana? Fossi in Sua Signoria mi sentirei tirato in ballo.

Giusto per ricordarci qual’è la nostra reputazione all’estero (mica ad Antigua, con tutto il rispetto, ma negli Stati Uniti) e cos’è un paese dove il giornalismo, la satira e la comicità non hanno paura di andare contro i potenti.
Jon Stewart parla della nostra puttanopoli (quella oscurata dall’agnostico San Tommaso Minzolini) e fa strame del presidente del consiglio italiano, infierendo anche su Topolanek e sul suo pisello che, secondo Stewart “forse stava indicando qualcosa di architettonicamente rilevante nella villa”.
Fate presto però a guardare il filmato. E’ già la seconda volta che lo posto, continuano a farlo sparire.

Prima e dopo i pasti prescrivo anche questo filmato satirico di Papi & Mara su “Cacciamo le puttane dalle strade!”.


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Giusto un altro spunto, un’ulteriore riflessione sul troiaio di questi giorni e sulle sue possibili radici internazionali, visto che non si scatena un inferno simile sulla stampa mondiale senza un qualche grado di coordinazione. Che l’attacco a Papi c’entri qualcosa con l’avventurismo berlusconiano in politica estera e con i recenti avvenimenti iraniani?

Lasciamo i poveri papiminkia nella pia illusione che il loro fucking president sia vittima solo dell’odio e dell’invidia della sinistra. Dato che la sinistra l’è morta e non rimangono che miseri ectoplasmi di un comunismo che non esiste più da decenni, questi fissati sono ormai come il bimbetto de “Il sesto senso”, vedono la gente morta.
Vagli a spiegare (come all’estero già sanno da un pezzo) che Papi agita furbescamente da sempre gli spettri del bolscevismo solo per difendere i suoi interessi, compresi quelli dalla vita in giù. Non lo capiscono e sono così contenti che vada a troie, così hanno la certezza che non è gay, l’unica cosa forse che non gli perdonerebbero (anche se non ne sono sicura).

“Almeno Berlusconi, casomai, è normale. Silvio, se riesci a trombare ancora, complimenti! Mi sembra anche giusto, non dovrai mica solo lavorare e dar retta a tutti sti minchioni!”

Consiglio la lettura degli altri commenti del sito W Berlusconi, soprattutto quelli scritti con il Bloc Maiusc.
L’house organ di riferimento del fan club papiminkia Libero, oggi titola “Siamo tutti Berlusconi“. Comprese le donne, i vecchi e i bambini. Complimenti. Un paese di puttanieri, proud to be.
Parli per sé il Vittorio, che ragiona come l’esercito dei vecchi italiani fruitori di passera a pagamento e dalla sessualità imprintata nel salottino di Madama Cesara.

Tornando alle origini internazionali del Papi under attack. Prima di tutto c’è un dato di fatto che all’estero è risaputo da decenni. Berlusconi è un personaggio impresentabile in un contesto che non sia l’osteria numero venti.
Le gaffes, le figuracce, l’inadeguatezza al ruolo che occupa. Una pena ogni volta che si presenta in società.
Non vorrei che qualche Mister M all’MI6 non avesse mandato giù il “Mister Obamaaaa!” di fronte ad un’allibita Elisabetta.
Albione la perfida che mesta per infangare il nano? Non solo. Sembra quasi una manovra a tenaglia di diversi potentati politico economici.

In parole povere, Papi potrebbe essere divenuto seriamente inviso agli interessi imperiali.
Ciò che sta emergendo in questi giorni è che Silvio Berlusconi non è adatto a fare il Presidente della Repubblica, oltretutto con poteri alla francese o ancor di più, chissà.
Noi che non lo votiamo lo sapevamo già ma si ha l’impressione che l’Impero abbia deciso che questo presidenzialismo priaspesco non s’ha da fare e allora, di concerto con i soliti congiurati da 25 luglio, ha scatenato i corpi speciali, nel senso delle escort microfonate e che nessuno ha evidentemente pensato di perquisire.
Cherchez la femme, un classico. Dietro ogni grande uomo c’è una donnina che lo fa cantare quando è prossimo all’orgasmo. Un Salon Kitty all’amatriciana, anzi allo zafferano, visto che l’utilizzatore finale è milanese.

Complotto internazionale? Perchè no? Con talpe e talponi interni? Al 100%. Genchi è uno che se ne intende.
Sono state perfino pubblicate su Google Earth foto di Villa Certosa, un luogo, ormai possiamo dirlo, inutilmente coperto da segreto di stato. Se vuole vendere la villa significa che pensa di non riuscire a bonificarla.
E poi, il fotografo che si è intrufolato nel sancta santorum delle (s)vestali del culto di Papi ha strani legami con i servizi. Coincidenze?

Quale sarebbe però, a parte il personaggio, il motivo vero dell’inimicizia imperiale, oltre le gaffes, la ricattabilità da parte della criminalità organizzata (che si sospetta sia dietro all’affare Noemi) e le amicizie pericolose con i figuri Putin e Gheddafi?

E’ un caso secondo voi che appena un mese fa il Governo abbia messo in grave difficoltà l’alleato americano con una improvvida annunciata visita a Teheran da Ahmadinejad di Frattini, poi precipitosamente annullata?

“La visita di Frattini nella Repubblica islamica non era stata presa bene negli ambienti diplomatici europei. Il Financial Times aveva sottolineato che Roma e’ il primo Paese a rompere il fronte europeo che dall’elezione di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza, e dall’inizio della crisi sul nucleare, ha affidato al responsabile della politica estera europea, Javier Solana, il compito di tenere ufficialmente le relazioni con il regime degli ayatollah.
Frattini, secondo il Financial Times, avrebbe voluto mantenere l’effetto “sorpresa”, annunciando la propria presenza a Teheran solo all’arrivo nella capitale iraniana. La visita non compare nell'”agenda” del ministro sul sito della Farnesina.
Negli ambienti diplomatici occidentali FT ha registrato sbigottimento per l’iniziativa di Frattini.
Il capo della Farnesina, inoltre, non avrebbe ricevuto “luce verde” da Washington e un gesto unilaterale dell’Italia avrebbe solo l’effetto di rafforzare Mahmoud Ahmadinejad a meno di un mese dalle elezioni presidenziali.
L’iniziativa iraniana -che arriva due giorni dopo l’incontro tra Barack Obama e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a Washington- e’ destinato a indebolire il fronte di coloro che, come il presidente americano, tentano di disinnescare la miccia di una prossima guerra tra Israele e Iran.” (AGI News)

Visti i successivi avvenimenti post elettorali a Teheran, la mezza rivoluzione che sta scoppiando, il ruolo che credo sia innegabile di una mano esterna nel gestire la protesta, non pensate che un’Italia che si mette in mezzo, prendendo iniziative proprie, rischiando di fare del casino e rovinare piani delicati non faccia tirar giù al Pentagono un bel rosario di madonne? “Tell the fucking spaghetti to do hiw own fucking business!!”

Visto però che gli italiani continuano ad esserne follemente innamorati, del loro presidente, e non ci sono scandali che tengano perchè a lui perdonano tutto, bisognerà metterli sotto tutela. Un bel TSO nazionale.
Alla fine questa squallida vicenda non farà che ribadire il nostro annoso problema di sovranità nazionale.


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Questo post inizia con una domanda.
Se voi foste il POTERE e doveste investire su un paese miliardi di dollari o semplicemente mantenere un buon terreno di coltura per i vostri affari (ragionate in termini macroeconomici, non si parla solo di vendere i tubi della Marcegaglia o gli stracci dei cinesi) oppure steste ridisegnando in senso globale alleanze, muovendo i vostri scacchi per piazzarli nelle aree dove risiedono le riserve energetiche; se steste lavorando a tutto ciò, domando, permettereste che una consultazione elettorale qualsiasi rovinasse i vostri piani? Vi ritirereste in buon ordine accettando il responso a voi contrario, derivante da un voto talvolta totalmente umorale ed irrazionale (basta vedere gli abruzzesi che continuano a votare Berlusconi)? Vi fidereste di elettori che al 90% votano alla cavolo di cane? Affidereste loro i vostri destini monetari e financo quelli del mondo? Io dico di no.

Mi sto convincendo sempre più che, tranne in qualche paese tutto sommato non determinante sullo scacchiere geopolitico, le elezioni che si sono svolte dal 2000 in poi nei paesi che contano ed in quelli strategici dal punto di vista energetico siano state tutte più o meno pesantemente truccate.

In linea generale, i regimi dittatoriali (quelli che ancora ricorrono alle elezioni) e quelli a deriva autoritaria brogliano per autoconfermarsi un consenso molto spesso inesistente. E’ fisiologico. Nessuna meraviglia dunque se in Corea del Nord, nell’ipotesi di elezioni, vincesse Kim Il Sung a manbassa.
La novità, sul fronte dei paesi che brogliano, e che rappresenta una tendenza inquietante negli ultimi anni, sono le irregolarità che compaiono delle consultazioni elettorali dei paesi democratici.

Sono stati praticamente dimostrati i brogli in Florida nelle elezioni presidenziali americane del 2000, quelli in Ohio nel 2004, con entrambe le consultazioni terminate a colpi di Corte Suprema, riconteggi ed incomprensibili ritardi nella comunicazione dei risultati. Oltre che nell’elezione di un Presidente dummy che, proprio a causa delle pastette elettorali in casa del fratello governatore della Florida, fino al 12 settembre 2001 era chiamato affettuosamente “Resident”, e percepito né più e né meno come un usurpatore.
Elezioni controverse si sono svolte negli ultimi anni in Messico e nelle Filippine.
Nella Russia di Putin, paese borderline tra democrazia e totalitarismo, dove il presidente karateka raccoglie percentuali sospette attorno al 64% dei consensi, sono stati documentati dall’OSCE nel 2007 pesanti brogli.

In Italia, nel 2006, nessuno può obiettivamente dire che tutto si sia svolto correttamente. Si sono registrate incomprensibili stranezze attorno alle schede bianche. Si è parlato di un ministro che avrebbe all’ultimo momento impedito il broglio andando contro la propria parte politica, di un’opposizione che gridava al “qui ci fregano le elezioni”. Il grafico qui sopra, dal punto di vista statistico, è quasi una pistola fumante.
Come negli USA all’indomani dei misteri della Florida e dell’Ohio, chi ha perso le elezioni o le ha vinte per il rotto della cuffia ha rinunciato a rivalersi sui presunti brogliatori e questo sarebbe spunto per infinite discussioni sul fatto se le elezioni non siano ormai un gigantesco gioco delle parti recitato da attori che interpretano dei ruoli a loro assegnati.

Il caso italiano del 2006 supporterebbe la tesi secondo la quale il broglio perfetto, nei paesi non apertamente dittatoriali o addirittura considerati democratici, si compie quando c’è incertezza del risultato perchè vi è una sostanziale parità tra i due schieramenti. Parità che naturalmente è solo percepita e va costruita propagandisticamente prima del voto, non è reale. Infatti, una suddivisione dell’elettorato in due parti quasi uguali è un’eventualità assai poco probabile. Il mio insegnante di statistica ammoniva di non credere a quei sondaggi che suddividono il campione nelle percentuali 48-52%.
E’ evidente che truccare percentuali attorno al 50% è decisamente più facile che attribuire un plebiscito a chi è palesemente sfavorito dalle previsioni di voto. Basta agire sulle cosiddette forchette. Parliamo di previsioni attendibili, ovviamente, non di sondaggi che vanno dove il cliente vuole e della costruzione propagandistica dell’incertezza.

Se la mia teoria venisse dimostrata e fosse vero che nessun elettore del nuovo millennio può più permettersi di disturbare i Manovratori, qualcuno potrebbe obiettare che allora anche le ultime elezioni che hanno visto il trionfo di Barack Obama dovrebbero essere state truccate.
Non lo sappiamo ma quando un candidato è in nettissimo vantaggio delle previsioni di voto, i brogli a suo danno non possono avvenire a meno di svelare apertamente il loro carattere di truffa.
Mi spiego. Il broglio, nel paese democratico, non si deve vedere, si deve appena appena percepire. L’indecisione, il bipartitismo, la suddivisione dell’elettorato in Guelfi e Ghibellini rendono il broglio perfettamente mimetizzato e tale da non suscitare scandalo se non in alcuni inguaribili malfidati.
Avere fatto vincere McCain, in sostanza, sarebbe stata veramente una cosa troppo sporca, da sangue che corre nelle strade.
In quel caso meglio lavorare per ingraziarsi il vincitore e cercare, se ci è potenzialmente ostile, di limitare il danno.

E l’Iran? A mio avviso i brogli governativi ci sono stati ma si è anche lavorato per sabotare dall’interno il regime di Ahmadinejad con una delle ormai solite “rivoluzioni colorate” che piacciono tanto ai Manovratori. Quando i paesi si vestono all’improvviso tutti di arancione o di verde e adottano il medesimo slogan, quando un’opposizione viene fuori dal nulla e si muove coordinata come una testuggine romana, c’è un’organizzazione sotto che spesso viene dal di fuori, non è roba autoctona.
Ho l’impressione che un sincero movimento di opposizione spontanea al regime di Teheran sia stato cinicamente manipolato dall’esterno al fine di dimostrare ancora una volta la perfidia del regime di Ahmadinejad, che deve essere mantenuto a scopo strumentale. Se Ahmadinejad cade, cade anche la necessità della Guerra al Terrorismo. In certi luoghi strategici è meglio tenerci un dittatore che un democratico o riformista. Mossadeq insegna.
Ad ogni modo è stato bello sentire le vergini croniste scandalizzarsi per i pestaggi della polizia iraniana sui manifestanti e per le irruzioni nelle scuole dove dormivano gli studenti. Oplà, non ci ricorda qualcosa?

Tornando all’argomento elezioni. Domenica prossima si rivota anche da noi, per i referenda. Un comitato promotore che crede, per un curioso fenomeno allucinatorio, di vivere in un paese normale e non in una manifestazione teratologica del potere mediatico e del conflitto di interessi, ha indetto una consultazione referendaria (rivolta a quei famosi elettori che votano alla belin di cane) per modificare la legge porcata di Calderoli. Con il risultato che, se la legge venisse modificata, Berlusconi avrebbe ancora più potere di oggi e il suo partito diventerebbe forse l’unico partito.
A meno di non pensare al famoso giuoco delle parti di chi sta lavorando per il re di Prussia, questo comitato mi pare investito del ruolo che in Gallura era quello di s’accabadora, la donna vestita di nero che entrava nella stanza del morente e gli assestava il colpo di grazia spezzandogli il collo o colpendolo con un mazzuolo.

Siccome non voglio partecipare alla definitiva eutanasia di questa democrazia moribonda io domenica e lunedì non andrò a votare, sperando che come me facciano a milioni. Scelgo l’astensione, almeno il mio voto non potrà certo cambiare giacchetta in corso d’opera.
Il referendum è una cosa bellissima ma non quando c’è s’accabadora* in giro.

*Il fatto che Mariotto Segni sia sardo è puramente casuale.

Update – Ho appena trovato questa segnalazione sul blog di Cinzia Sasso di un recente miracolo elettorale a Praga. La serva serve, diceva Totò. E anche il Topolanek.


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Se voi foste il POTERE e doveste investire su un paese miliardi di dollari o semplicemente mantenere un buon terreno di coltura per i vostri affari (ragionate in termini macroeconomici, non si parla solo di vendere i tubi della Marcegaglia o gli stracci dei cinesi) oppure steste ridisegnando in senso globale alleanze, muovendo i vostri scacchi per piazzarli nelle aree dove risiedono le riserve energetiche; se steste lavorando a tutto ciò, domando, permettereste che una consultazione elettorale qualsiasi rovinasse i vostri piani? Vi ritirereste in buon ordine accettando il responso a voi contrario, derivante da un voto talvolta totalmente umorale ed irrazionale (basta vedere gli abruzzesi che continuano a votare Berlusconi)? Vi fidereste di elettori che al 90% votano alla cavolo di cane? Affidereste loro i vostri destini monetari e financo quelli del mondo? Io dico di no.

Mi sto convincendo sempre più che, tranne in qualche paese tutto sommato non determinante sullo scacchiere geopolitico, le elezioni che si sono svolte dal 2000 in poi nei paesi che contano ed in quelli strategici dal punto di vista energetico siano state tutte più o meno pesantemente truccate.

In linea generale, i regimi dittatoriali (quelli che ancora ricorrono alle elezioni) e quelli a deriva autoritaria brogliano per autoconfermarsi un consenso molto spesso inesistente. E’ fisiologico. Nessuna meraviglia dunque se in Corea del Nord, nell’ipotesi di elezioni, vincesse Kim Il Sung a manbassa.
La novità, sul fronte dei paesi che brogliano, e che rappresenta una tendenza inquietante negli ultimi anni, sono le irregolarità che compaiono delle consultazioni elettorali dei paesi democratici.

Sono stati praticamente dimostrati i brogli in Florida nelle elezioni presidenziali americane del 2000, quelli in Ohio nel 2004, con entrambe le consultazioni terminate a colpi di Corte Suprema, riconteggi ed incomprensibili ritardi nella comunicazione dei risultati. Oltre che nell’elezione di un Presidente dummy che, proprio a causa delle pastette elettorali in casa del fratello governatore della Florida, fino al 12 settembre 2001 era chiamato affettuosamente “Resident”, e percepito né più e né meno come un usurpatore.
Elezioni controverse si sono svolte negli ultimi anni in Messico e nelle Filippine.
Nella Russia di Putin, paese borderline tra democrazia e totalitarismo, dove il presidente karateka raccoglie percentuali sospette attorno al 64% dei consensi, sono stati documentati dall’OSCE nel 2007 pesanti brogli.

In Italia, nel 2006, nessuno può obiettivamente dire che tutto si sia svolto correttamente. Si sono registrate incomprensibili stranezze attorno alle schede bianche. Si è parlato di un ministro che avrebbe all’ultimo momento impedito il broglio andando contro la propria parte politica, di un’opposizione che gridava al “qui ci fregano le elezioni”. Il grafico qui sopra, dal punto di vista statistico, è quasi una pistola fumante.
Come negli USA all’indomani dei misteri della Florida e dell’Ohio, chi ha perso le elezioni o le ha vinte per il rotto della cuffia ha rinunciato a rivalersi sui presunti brogliatori e questo sarebbe spunto per infinite discussioni sul fatto se le elezioni non siano ormai un gigantesco gioco delle parti recitato da attori che interpretano dei ruoli a loro assegnati.

Il caso italiano del 2006 supporterebbe la tesi secondo la quale il broglio perfetto, nei paesi non apertamente dittatoriali o addirittura considerati democratici, si compie quando c’è incertezza del risultato perchè vi è una sostanziale parità tra i due schieramenti. Parità che naturalmente è solo percepita e va costruita propagandisticamente prima del voto, non è reale. Infatti, una suddivisione dell’elettorato in due parti quasi uguali è un’eventualità assai poco probabile. Il mio insegnante di statistica ammoniva di non credere a quei sondaggi che suddividono il campione nelle percentuali 48-52%.
E’ evidente che truccare percentuali attorno al 50% è decisamente più facile che attribuire un plebiscito a chi è palesemente sfavorito dalle previsioni di voto. Basta agire sulle cosiddette forchette. Parliamo di previsioni attendibili, ovviamente, non di sondaggi che vanno dove il cliente vuole e della costruzione propagandistica dell’incertezza.

Se la mia teoria venisse dimostrata e fosse vero che nessun elettore del nuovo millennio può più permettersi di disturbare i Manovratori, qualcuno potrebbe obiettare che allora anche le ultime elezioni che hanno visto il trionfo di Barack Obama dovrebbero essere state truccate.
Non lo sappiamo ma quando un candidato è in nettissimo vantaggio delle previsioni di voto, i brogli a suo danno non possono avvenire a meno di svelare apertamente il loro carattere di truffa.
Mi spiego. Il broglio, nel paese democratico, non si deve vedere, si deve appena appena percepire. L’indecisione, il bipartitismo, la suddivisione dell’elettorato in Guelfi e Ghibellini rendono il broglio perfettamente mimetizzato e tale da non suscitare scandalo se non in alcuni inguaribili malfidati.
Avere fatto vincere McCain, in sostanza, sarebbe stata veramente una cosa troppo sporca, da sangue che corre nelle strade.
In quel caso meglio lavorare per ingraziarsi il vincitore e cercare, se ci è potenzialmente ostile, di limitare il danno.

E l’Iran? A mio avviso i brogli governativi ci sono stati ma si è anche lavorato per sabotare dall’interno il regime di Ahmadinejad con una delle ormai solite “rivoluzioni colorate” che piacciono tanto ai Manovratori. Quando i paesi si vestono all’improvviso tutti di arancione o di verde e adottano il medesimo slogan, quando un’opposizione viene fuori dal nulla e si muove coordinata come una testuggine romana, c’è un’organizzazione sotto che spesso viene dal di fuori, non è roba autoctona.
Ho l’impressione che un sincero movimento di opposizione spontanea al regime di Teheran sia stato cinicamente manipolato dall’esterno al fine di dimostrare ancora una volta la perfidia del regime di Ahmadinejad, che deve essere mantenuto a scopo strumentale. Se Ahmadinejad cade, cade anche la necessità della Guerra al Terrorismo. In certi luoghi strategici è meglio tenerci un dittatore che un democratico o riformista. Mossadeq insegna.
Ad ogni modo è stato bello sentire le vergini croniste scandalizzarsi per i pestaggi della polizia iraniana sui manifestanti e per le irruzioni nelle scuole dove dormivano gli studenti. Oplà, non ci ricorda qualcosa?

Tornando all’argomento elezioni. Domenica prossima si rivota anche da noi, per i referenda. Un comitato promotore che crede, per un curioso fenomeno allucinatorio, di vivere in un paese normale e non in una manifestazione teratologica del potere mediatico e del conflitto di interessi, ha indetto una consultazione referendaria (rivolta a quei famosi elettori che votano alla belin di cane) per modificare la legge porcata di Calderoli. Con il risultato che, se la legge venisse modificata, Berlusconi avrebbe ancora più potere di oggi e il suo partito diventerebbe forse l’unico partito.
A meno di non pensare al famoso giuoco delle parti di chi sta lavorando per il re di Prussia, questo comitato mi pare investito del ruolo che in Gallura era quello di s’accabadora, la donna vestita di nero che entrava nella stanza del morente e gli assestava il colpo di grazia spezzandogli il collo o colpendolo con un mazzuolo.

Siccome non voglio partecipare alla definitiva eutanasia di questa democrazia moribonda io domenica e lunedì non andrò a votare, sperando che come me facciano a milioni. Scelgo l’astensione, almeno il mio voto non potrà certo cambiare giacchetta in corso d’opera.
Il referendum è una cosa bellissima ma non quando c’è s’accabadora* in giro.

*Il fatto che Mariotto Segni sia sardo è puramente casuale.

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