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Queste immagini si riferiscono a due momenti precisi della nostra storia. La prima mostra Longarone, un paese di montagna in provincia di Belluno, sovrastato dall’allora modernissima diga del Vajont, il 9 ottobre 1963. La seconda immagine mostra sempre Longarone il giorno dopo, all’indomani che un pezzo del monte Toc, staccandosi e piombando sul bacino della diga aveva formato un onda che ricadendo sul paese lo aveva completamente distrutto.
Tra la prima e la seconda immagine ci sono 2000 morti di differenza e, a 44 anni di distanza, di indifferenza.

Dopo il grande clamore degli anni passati grazie al bellissimo spettacolo di Marco Paolini, l’interesse su quella che è stata la più grande tragedia che un’opera pubblica abbia mai provocato in Europa, rischia di scemare perfino in occasione della ricorrenza del 9 ottobre.
Il Comitato Sopravvissuti del Vajont rischia di chiudere per mancanza di fondi. Il grande archivio web che raccoglie i materiali sulla tragedia è stato sottoposto a “sequestro preventivo” il mese scorso da parte del Tribunale di Udine (se qualcuno sa il perchè mi piacerebbe saperlo).
Si parla di rimettere di nuovo l’acqua nell’invaso, in un’area traumatizzata da quello che non fu una fatalità ma un disastro colposo che non poteva non accadere ma nessuno evitò che accadesse. L’ultimo sfregio in ordine di tempo riguarda il cimitero delle vittime.

Nel 2003 furono appaltati i lavori per il rimodernamento del sacrario dove riposano coloro tra le vittime che poterono avere una degna sepoltura, mentre quasi 500 non furono mai più ritrovate. Gli arredi originali del vecchio cimitero furono rimossi e le lapidi accatastate o rotte, la collocazione delle salme stravolta.
Il risultato, inaugurato il 9 ottobre del 2004, e costato sei miliardi di lire è questo. Un’orrenda distesa di cippi che si guardano (cosa sono, monitor?) che ha oltraggiato i famigliari delle vittime , i quali non sono nemmeno stati consultati prima dei lavori.
Un cippo uguale per tutti meno che per il Vescovo Muccin, al quale è stata assegnata una tomba tradizionale e meno anonima. Il Comitato si è chiesto il perchè ed ha protestato per questo trattamento di favore per il prelato. ‘A livella, evidentemente, non funziona a Longarone.
Per giunta i cippi non riportano nemmeno più la famigerata data del 9 ottobre 1963.
Se c’era una cosa che stringeva il cuore e dava l’idea della tragedia a chi, come me, ebbe modo di visitare il cimitero di Fortogna prima del suo stravolgimento, era leggere su tutte le lapidi, pur diverse tra loro, la stessa data di morte. Duemila nomi, volti, età, spazzati via nello stesso momento ma ognuno con la sua storia che era lì pronta per essere raccontata se avevi la pazienza di soffermarti ad ascoltarla.

Ora sembra un cimitero di guerra, con i cippi tutti uguali dove vedi solo dei nomi che non ti raccontano la storia di ogni soldato con la sua faccia di ragazzino andato via troppo presto. Come ti sembrerebbe più orrenda la guerra se potessi guardare in volto ogni soldato morto.
In questo modo, anche per gli innocenti del Vajont, vale questa versione stravolta e disumana della livella, dove le vittime sono uguali ma nel senso che diventano un numero, una statistica. Forse per fare meno impressione. E a parte il vescovo, ovviamente.

http://www.youtube.com/v/v6pMDtTXl00

In contemporanea con MenteCritica e Le 7 meraviglie dell’IMmondo


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Queste immagini si riferiscono a due momenti precisi della nostra storia. La prima mostra Longarone, un paese di montagna in provincia di Belluno, sovrastato dall’allora modernissima diga del Vajont, il 9 ottobre 1963. La seconda immagine mostra sempre Longarone il giorno dopo, all’indomani che un pezzo del monte Toc, staccandosi e piombando sul bacino della diga aveva formato un onda che ricadendo sul paese lo aveva completamente distrutto.
Tra la prima e la seconda immagine ci sono 2000 morti di differenza e, a 44 anni di distanza, di indifferenza.

Dopo il grande clamore degli anni passati grazie al bellissimo spettacolo di Marco Paolini, l’interesse su quella che è stata la più grande tragedia che un’opera pubblica abbia mai provocato in Europa, rischia di scemare perfino in occasione della ricorrenza del 9 ottobre.
Il Comitato Sopravvissuti del Vajont rischia di chiudere per mancanza di fondi. Il grande archivio web che raccoglie i materiali sulla tragedia è stato sottoposto a “sequestro preventivo” il mese scorso da parte del Tribunale di Udine (se qualcuno sa il perchè mi piacerebbe saperlo).
Si parla di rimettere di nuovo l’acqua nell’invaso, in un’area traumatizzata da quello che non fu una fatalità ma un disastro colposo che non poteva non accadere ma nessuno evitò che accadesse. L’ultimo sfregio in ordine di tempo riguarda il cimitero delle vittime.

Nel 2003 furono appaltati i lavori per il rimodernamento del sacrario dove riposano coloro tra le vittime che poterono avere una degna sepoltura, mentre quasi 500 non furono mai più ritrovate. Gli arredi originali del vecchio cimitero furono rimossi e le lapidi accatastate o rotte, la collocazione delle salme stravolta.
Il risultato, inaugurato il 9 ottobre del 2004, e costato sei miliardi di lire è questo. Un’orrenda distesa di cippi che si guardano (cosa sono, monitor?) che ha oltraggiato i famigliari delle vittime , i quali non sono nemmeno stati consultati prima dei lavori.
Un cippo uguale per tutti meno che per il Vescovo Muccin, al quale è stata assegnata una tomba tradizionale e meno anonima. Il Comitato si è chiesto il perchè ed ha protestato per questo trattamento di favore per il prelato. ‘A livella, evidentemente, non funziona a Longarone.
Per giunta i cippi non riportano nemmeno più la famigerata data del 9 ottobre 1963.
Se c’era una cosa che stringeva il cuore e dava l’idea della tragedia a chi, come me, ebbe modo di visitare il cimitero di Fortogna prima del suo stravolgimento, era leggere su tutte le lapidi, pur diverse tra loro, la stessa data di morte. Duemila nomi, volti, età, spazzati via nello stesso momento ma ognuno con la sua storia che era lì pronta per essere raccontata se avevi la pazienza di soffermarti ad ascoltarla.

Ora sembra un cimitero di guerra, con i cippi tutti uguali dove vedi solo dei nomi che non ti raccontano la storia di ogni soldato con la sua faccia di ragazzino andato via troppo presto. Come ti sembrerebbe più orrenda la guerra se potessi guardare in volto ogni soldato morto.
In questo modo, anche per gli innocenti del Vajont, vale questa versione stravolta e disumana della livella, dove le vittime sono uguali ma nel senso che diventano un numero, una statistica. Forse per fare meno impressione. E a parte il vescovo, ovviamente.

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Durante una delle mie ultime vacanze in Cadore, passando per Longarone visitai il cimitero delle vittime della tragedia del Vajont, accaduta il 9 ottobre del 1963.

La prima volta che eravamo passati di lì in macchina, il mio compagno mi disse: “Guarda, lassù c’è la diga del Vajont”. Non avevo fatto in tempo a vederla, la diga, ma quella parola comunque mi ricordava vagamente qualcosa che era accaduto quando ero molto piccola, troppo per ricordarmene direttamente. Quella volta non ci fermammo ma lo facemmo l’anno dopo.

Le quasi 2000 vittime dell’onda di fango che sommerse tre paesi, Erto, Casso e Longarone riposano in località Fortogna, vicino alla nuova Longarone. La cosa che più mi colpì di quella visita, che compimmo di mattina, nel cimitero deserto, fu quella data, la stessa, 9 ottobre 1963 che ti inseguiva implacabile da una croce all’altra, da un cippo ad un altro, da una fila all’altra.

Quando tornai a casa volli documentarmi e colmare la mia ignoranza sulla tragedia. Guardai lo spettacolo che Marco Paolini aveva dedicato al Vajont “Orazione civile”, lessi il libro di Tina Merlin “Sulla pelle viva”.

Non si era trattato di una fatalità, ma di un disastro assolutamente prevedibile, provocato dall’incoscienza di chi aveva voluto una diga ultramoderna “che non sarebbe mai crollata” nel luogo dove non avrebbe mai dovuto esserci. La diga non si ruppe, è vero, ma fu la montagna alla quale era stata abbarbicata a forza che cedette. Milioni di tonnellate di montagna franarono sull’invaso e l’onda risultante piombò sui paesi vicini, distruggendo cose e spezzando vite.
Nessuno aveva ascoltato i montanari, cosa vuoi che capiscano più degli ingegneri. Quella diga s’ha da fare. A tutti i costi. Nessuno aveva ascoltato, a diga ormai completata, il borbottìo sempre più inquieto del monte Toc che faceva tremare le case di Erto e Casso e le preoccupazioni delle popolazioni che erano stato raccontate solo da una coraggiosa giornalista, Tina Merlin. Turbativa delle quiete pubblica, fu la denuncia che si beccò, ma Tina continuava a scrivere e a mettere in guardia contro quel mostro che poteva risvegliarsi in qualunque momento. Subito dopo la tragedia scrisse: “Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa”.
A quarantatre anni di distanza, abbiamo imparato la lezione?

Per chi vuole approfondire:
Il sito sul disastro del Vajont
Lo spettacolo di Marco Paolini “Vajont, orazione civile” parte Iparte II
Un articolo di Tina Merlin e un’intervista
Il documentario sul Vajont di “La storia siamo noi
Il “dopo” Vajont, un resoconto delle speculazioni sui fondi destinati ai superstiti, sulle ruberie e i soprusi che quella popolazione ebbe a subire dopo la tragedia. Un grazie di cuore a Caio per la segnalazione.

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