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Eccoci all’acqua, come dicono a Firenze. E’ una vecchia storia. Vecchia come questo stivalaccio irrequieto che ogni tanto si scuote, scalcia, si allaga e se ne frega delle genti, delle case e dei monumenti che va ad ammazzare e distruggere. 
Proprio perché siamo un paese ad alto rischio di catastrofi naturali, non dovremmo andarcene a cercare altre che naturali non sono perché le provochiamo noi con la nostra incuria. E invece no, siamo un paese di ottimisti. Cosa vuoi che succeda? Secche e piene si alternano senza che nessuno pensi di ripulire i letti dei fiumi quando sono in secca, per evitare che le fiumane, con la piena successiva, rompano i ponti. Anche le montagne, che andrebbero curate, per evitare che franino distruggendo ogni cosa sul loro percorso, sono lasciate al loro destino. Il territorio non può essere lasciato alla mercé delle paturnie del dio del maltempo ma tant’è, siamo fatti così. Siamo italiani.
Consorzio di bacino, Magistrato delle acque, Genio civile, Regione, Provincia, Comuni, Gestori degli acquedotti. Sono tutti responsabili degli eventuali disastri da incuria che provoca un’alluvione sul loro territorio di competenza. Come sta accadendo in Veneto. 
C’è poco da maledire Roma Ladrona in questo caso, perché i suddetti sono tutti enti locali, localissimi e, per giunta, in Veneto ogni buco è governato dalla Lega con il Centrodestra da tempo immemorabile e a Roma sono sempre loro, i fedeli del Dio Po e del Dio Caimano a dirigere la baracca. 
Pare che le genti venete siano abbastanza incazzate con i loro governanti, in questi giorni. Hanno ragione ma ciò dimostra non che i leghisti siano cattivi amministratori ma che non siano affatto migliori degli altri, come volevano far credere. E dimostra anche che, quando c’è un’emergenza, fanculo il federalismo, fanculo il faso tuto mi, fanculo soprattutto gli amministratori leghisti che non hanno saputo mettere in sicurezza il territorio, gli italiani (perché loro lo sono fino al midollo) si vogliono attaccare ancora alla grossa tetta calda di Mamma Roma.
Mandateci gli aiuti di Stato, piangono i veneti, pardon, gli italiani, non cogliendo la contraddizione con l’orgoglio federalista sbandierato fino al giorno prima e disposti ad accettare perfino una mano dai terroni, promettendo di non chiedere la patente di padanità D.O.C. a chi vorrà sostenerli. Si sa, pecunia non olet. Un bagno, è proprio il caso di dirlo, di realismo e forse di umiltà che potrebbe far loro capire che essere uniti come nazione ha i suoi vantaggi, soprattutto nelle disgrazie.
Intanto il caimano, accompagnato dall’ultimo alleato rimastogli e, ci dicono, contestato vivamente, visita le zone alluvionate elargendo promesse che non potrà mantenere. Non so che effetto possa fare a chi ha avuto la casa o l’azienda inondata dal fango sentire le solite stronzate da paese dei miracoli. Visto che siamo in Veneto, un bel “va in mona”, visto il personaggio, non ci starebbe male.
Poi magari noi terroni, più avanti, dopo averlo aiutato chiederemo i danni al Veneto per quindici anni di voti a Berlusconi.

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