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Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Queste libri su Pearl Harbor sono stranamente scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, forse affinchè qualcuno non fosse tentato di fare due più due uguale quattro.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

A distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, spuntano delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.
Sono immagini molto realistiche che mostrano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia.

Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendono loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


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Muso giallo era l’appellativo (in inglese “gook”) con il quale venivano chiamati negli Stati Uniti i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e che abbiamo conosciuto attraverso i film americani di guerra: “ok, ragazzi, portiamo questo baby a fottere quei dannati musi gialli e torniamo a casa”.
Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

Fu un atto dimostrativo di forza e come tale barbaro e incivile. Barbaro anche perchè probabilmente ci fu chi pensò che dopo tutto quello era il posto ideale per testare gli effetti della bomba, visto che quelli erano solo musi gialli.


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Lo stesso appellativo razzista era servito in precedenza per altri “gialli” come i cinesi che a migliaia avevano costruito le ferrovie dell’Ovest a mani nude e in seguito per coreani e vietnamiti, i nemici della ventennale guerra indocinese.

I cittadini americani di origine giapponese, in seguito all’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi in campi di concentramento e privati dei fondamentali diritti civili solo perchè appartenenti alla stessa etnia di chi aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. La Guantanamo di allora, in pratica, e su ancor più larga scala.
L’attacco di Pearl Harbor, tra l’altro, non fu poi così proditorio come si è sempre creduto. Tra il 2000 e il 2001 uscirono diversi libri di storici che raccontavano come l’attacco fosse stato non solo previsto ma in qualche modo incoraggiato o “lasciato accadere” dalle autorità americane, in modo da avere un pretesto per entrare a tutto campo in guerra e bypassare il tradizionale isolazionismo e non interventismo del popolo americano. Sembra incredibile ma se fosse per il popolo americano gli Stati Uniti sarebbero il paese più pacifista del mondo.

Con un evento catalizzatore, direbbero i neocon, come Pear Harbor, gli americani si convinsero a fare la cosa giusta, cioè impegnarsi nel Pacifico e quindi in Europa, dove avrebbero dato la mazzata finale alle velleità imperial-fasciste di Hitler e Mussolini.
Questi libri su Pearl Harbor sono scomparsi dagli scaffali dopo l’11 settembre 2001, ma forse è solo una coincidenza.

E’ bene ricordare che i giapponesi, negli anni Trenta, erano personcine piuttosto incazzate e invasate di iper-imperialismo e mania di grandezza razziale che, tanto per dirne una, passarono alla storia per la follia dei giorni del sacco di Nanchino nel 1937 con i suoi 20.000 stupri e ogni campionario di efferratezza compiuti sulla popolazione cinese.
I giapponesi avevano instaurato una famigerata unità, la 731, formata da medici e ricercatori che nella Cina occupata praticava la vivisezione umana su migliaia di cavie al fine di realizzare armi chimiche e batteriologiche. Come accadde per i torturatori dei lager nazisti e gli angeli della morte alla Mengele, molti dei massacratori giapponesi furono assoldati dalle case farmaceutiche e dalle agenzie governative americane al fine di accaparrarsi le loro conoscenze. Solo pochissimi furono processati e condannati.

Ricordo un documentario di qualche tempo fa dove dei reduci americani e giapponesi della Guerra del Pacifico raccontavano le loro esperienze, comprese quelle di atrocità reciproche. Tutti erano concordi sul fatto di aver compiuto efferratezze sul nemico: il giapponese che aveva perfino praticato il cannibalismo e l’americano che aveva tagliato la testa al “muso giallo”, l’aveva bollita e realizzato un bel teschio fermacarte per la fidanzata.
Lo stesso accadde sul fronte delle armi chimiche: ai palloni infetti spediti dai giapponesi verso le coste californiane si rispondeva, da parte americana, con lo studio di armi razzialmente mirate sui “musi gialli”.

Perchè si ritorna a parlare di questi eventi storici? Perchè a distanza di sessant’anni dal lampo atomico su Hiroshima, qualche settimana fa erano spuntate delle foto inedite, trovate nel 1945 per caso da un soldato americano e scattate probabilmente da un fotografo giapponese nelle ore immediatamente seguenti all’esplosione. Le foto erano state cedute dal proprietario, Robert L. Capp, all’archivio Hoover nel 1998, con la clausola che avrebbero dovuto essere pubblicate solo nel 2008.

Erano immagini molto realistiche che mostravano per la prima volta, in tutto il loro orrore, i cadaveri a mucchi delle vittime del primo e, con quello di Nagasaki, per fortuna unico olocausto nucleare della storia. Le foto dei morti di Hiroshima (quanti veramente, ci piacerebbe saperlo un giorno), finalmente visibili e quindi reali e non più solo immaginati, rendevano loro giustizia assieme a quelle che abbiamo visto solo di recente degli altri 200.000 bruciati dal napalm prima maniera del Mattatoio 5 di Dresda.
Ora però le foto sono state ritirate perchè il curatore del sito che le ospitava ha dichiarato, senza per altro fornire molte spiegazioni, che si trattava di foto non di Hiroshima ma di un terremoto avvenuto in Giappone molti anni prima del 1945. Così, ancora una volta, i morti atomizzati siamo costretti ad immaginarceli. E’ un bene comunque che ogni tanto vengano ricordati.

Se il bombardamento criminale di Dresda e di altre città tedesche fu semplicemente oscurato dalla storia e fatto dimenticare, sul bombardamento atomico del Giappone, per decenni, si è tentato di indorare la pillola: era un attacco necessario, la bomba ha impedito l’invasione di un paese fiero e indomito che avrebbeo comportato un milione di morti, è stato il male minore. Balle.
La guerra era praticamente già finita anche per il Sol Levante, nell’agosto del ’45, dopo la resa della Germania e la fine della guerra in Europa l’8 maggio.
I bombardamenti convenzionali avevano già fiaccato il morale dei giapponesi e devastato le città più importanti come Tokyo. Il popolo era stremato. Il Giappone era pronto a firmare la resa con l’Unione Sovietica. Per evitare che il Giappone passasse sotto l’influenza dell’ormai già nuovo nemico e per dare una prova di forza ai russi la bomba fu scelta come botto finale di una fiera dell’orrore che aveva già riempito il mondo di mostruosità.

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