Mi dispiace ma il PD non mi frega più. Sul serio, ogni limite ha una pazienza. Altro che seconda chance se no il nano ha vinto, è finita, non ci salviamo più. Ne hanno avute fin troppe, di occasioni. Eleggano chi vogliono, tanto l’indomani ricominceranno a pomiciare con chi fanno finta di contrastare.

Votare per le primarie? Neanche se Franceschini venisse a casa mia in tanga leopardato. Nemmeno se Marino mi regalasse questa Aston Martin cromata a specchio.
Neanche se Bersani mi recitasse tutto il Mahābhārata in ginocchio sui ceci.
E se incontrassi D’Alema nel deserto, lui quasi morto di sete, agli ultimi spasimi, ed io con una bella coca fresca in mano, piuttosto la darei al cammello. (La cocacola).

Io non dimentico.

“Ha ragione Tremonti, senza posto fisso non si campa”. Questa è la risposta che i lettori di Repubblica hanno votato in maggioranza nel sondaggio dedicato alla domanda lapalissiana* se fosse meglio il posto fisso o la precarietà.

Aspetta un momento. Tremonti??? Ma chi, “quel” Tremonti? Il ministro delle finanze del governo a chiacchiere liberista e che vorrebbe scatenare nelle sue fantasie erotico-economiche l’ultraviolenza thatcheriana? Quello stesso governo che comprende anche il mini-Torquemada e castigamatti tascabile degli statali fannulloni, Fra Brunettolo da Venezia? Colui, il Brunettolo, che, potendolo, licenzierebbe tutti tranne lui e i suoi vecchi compagni di merende socialisti?

Si, proprio quel Tremonti lì, che studia con profitto da no-global ormai da qualche anno, ha sposato l’eresia dolciniana e la frase sul posto fisso l’ha buttata là così, a tradimento fra i tacchi della Signorina Emmo Marcegaglia, che per poco non ci sbatteva gli occhiali sullo stipite.
“No, no, non si può, è roba vecchia, macchè posto fisso”, si è giustamente risentita la Signora Confindustria che non corre certo il rischio di essere licenziata.

Berlusconi, che per paura di perdere un punto della patente di miglior premier dell’universo prometterebbe chissà che cosa e ormai un pò precario ci si sente, è scattato come un pupazzo a molla e ha detto subito: “Si, si, è vero, che schifo la precarietà, viva il posto fisso, anzi il posto a vita, l’ergastolo lavorativo.”
Salvo poi, il giorno dopo, riavutosi dal momento di smarrimento, prendere le distanze da Fra Tremontino da Sondrio, il neo-dolciniano no global, l’eretico del posto fisso, il profeta dell’ovvia conclusione che è meglio avere la certezza del domani piuttosto che vivere sul filo del rasoio.

Di questo si tratta, in fondo. Avere un contratto a tempo indeterminato, con le sue belle tutele, ti permette di fare qualche progettino per l’immediato futuro come l’acquisto della casa, il matrimonio, il togliersi qualche sfizio. Se sei ancora in età da riproduzione ti permette di figliare e mantenere la prole. Non si parla del fatto di entrare in una ditta e lavorarci quarant’anni come succedeva una volta. Cambiare lavoro, se lo si desidera, è cosa buona e giusta.
C’è un tipo di capitalismo, però, che ti costringe a campare alla giornata, senza sapere se domani lavorerai ancora o no. Un sistema che se ne frega delle tue esigenze di programmazione di vita. Ti usa, ti spreme e poi ti getta.

Chi è soggetto a questa tortura della precarietà non è certo la Signorina Emmo o Fra Brunettolo e nemmeno l’eretico Fra Tremontino. Loro fanno parte di una casta che il posto fisso non l’ha mai abbandonato. Anzi, se lo tramanda di padre in figlio, di marito in moglie. Gente abbarbicata alla sua posizione di privilegio e che non ha alcuna intenzione di dividerla con gli altri. Loro stipendiati lautamente a vita e gli altri sotto il giogo della precarietà.

Una visione molto medievale, in fondo, altro che tardocapitalistica. Il popolo che paga le decime alla nobiltà ed al clero ed il Signore che per magnanimità decide di togliere le tasse a suo puro capriccio. Oggi a te, domani a quelli laggiù. Toh, quanto sono buono e giusto.
Apro una parentesi. Per continuare con le ovvietà, sarebbe meglio tagliare le tasse ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati più che ai professionisti ed ai commercianti. Cioè privilegiare coloro che non possono materialmente evaderle, le tasse.

Rimane il dubbio sul tipo di gioco che stanno giocando Fra Tremontino l’Eretico con il suo grido “de-licenziagite!” e il suo compare Umbertino da Varese, pronto a schierare i carrocci a testuggine a difesa del ministro del PDL. Ci fanno o ci sono?
Che Iddio mi conceda la grazia di essere testimone trasparente e cronista fedele di quanto sta avvenendo in un luogo remoto a nord del continente africano, in un paese di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome.

Ed ora un po’ di sana musica medievale, Salvatore Remix.

* Mannaggia al Tafanus che mi ha bruciato l’associazione con Catalano e “Quelli della Notte”. Ci avevo pensato anch’io!
Grande preoccupazione in Italia per le minacce all’incolumità del premier arrivate per via informatica su un noto social network. Il terrore corre sulla tastiera.
Al più presto l’ordinanza che vieta il CTRL-ALT-CANC. Non si sa mai.
Sono interessanti i dati di un sondaggio pubblicato oggi su Repubblica e realizzato da Demos & Pi su “Gli italiani e l’informazione” che riassumerò in breve.
Premesso che la ricerca è stata effettuata su un campione di 1337 persone maggiori di 15 anni, emerge ancora una volta il ruolo fondamentale, ai fini informativi, della maledetta televisione.

Vediamo prima di tutto quanta gente guarda la tv. Spulciando le tabelle pubblicate emerge che il 46% del campione rappresentativo della popolazione italiana sta davanti alla tv dalle due alle quattro ore al giorno. Il 17,8% trascorre più di quattro ore attaccato allo schermo in modalità geco, ed il 27,3% di costoro vota Berlusconi. Forse per riconoscenza per tante ore di divertimento spappolaneuroni che gli offre gratis.
Gli elettori della Lega sono meno teledipendenti (15,2% con più di quattro ore al giorno) dei pidiellini. Troppo moderna, la diavoleria. I druidi non avevano la tv.
Chi la guarda di meno, tra gli stakhanovisti del tubo catodico o dell’LCD, sono gli elettori dell’Italia dei Valori.
Un fortunato 1,7% di italiani intervistati dichiara di non guardare la tv.

Rispetto alla rilevazione precedente del 2007, per quanto riguarda le fonti di informazione quotidiana del campione, in generale aumenta la fiducia nella tv satellitare, digitale terrestre e per Internet. In crescita anche i giornali quotidiani mentre calano radio e televisione analogica (RAISET, La7).
Ho sempre l’impressione che queste ricerche di mercato diano risultati un po’ schizofrenici. Infatti, se tra i TG ai quali gli ipnotizzati dalla tv danno maggiore fiducia calano il TG1 e il TG5 ma aumentano Studio Aperto (ahimé), il TG de La7, SkyTG24 e soprattutto RAINews24, con un clamoroso +13,4%, il programma di informazione del quale gli italiani pare si fidino di più è “Report” della Gabanelli.

Una bella domanda del sondaggio riguardava il grado di indipendenza politica dei mezzi di informazione. In generale gli italiani indicano come fonte maggiormente obiettiva Internet. Scorporando i dati per appartenenza politica, la fiducia ad Internet viene data a maggioranza dagli elettori dei partiti d’opposizione e dei partiti minori, mentre gli elettori di centrodestra (PDL e Lega) credono alla televisione. Addirittura più i leghisti dei papiboys, con un bel 37,5%.

Sul conflitto di interessi di Berlusconi e se esso condizioni la libertà di informazione e l’andamento della politica, il numero di coloro che percepiscono il problema è, in generale, in aumento. Più che lo stato della libertà di espressione, comunque, preoccupa il condizionamento della politica.
Gli elettori dell’opposizione e coloro che meno guardano la tv sono coloro che maggiormente si preoccupano del conflitto di interessi. Gli elettori del PDL e i teledipendenti hard sono coloro che meno sentono il problema. Forse, ammettendone l’esistenza, temono che gli possa venire meno la dose.

In definitiva, si dimostra per l’ennesima volta che non è vero che “le televisioni non contano”. Contano, eccome se contano. Conta soprattutto uniformare la poltiglia da far trangugiare ai telespettatori che stanno lì davanti come uccellini di nido aspettando qualsiasi cosa purchè si possa ingoiare. E se è merda non se ne accorgono nemmeno. Anzi dicono, come Mina in quella famosa canzoncina: “Ma che bontà!”
Ecco perchè ci si sbatte tanto per piazzare le persone nostre in RAI, per mettere i papiboys e le papigirls a leggere il telegiornale delle 20, perchè i tg stanno assomigliando sempre di più a contenitori di vuoto spinto farciti di nulla. E perchè infine la tv non serve più per informare ma per disinformare, per tenere assieme il proprio elettorato, pour épater le papiminkia’, manipolarlo e mantenerlo dipendente dalla dose quotidiana di propaganda. E serve anche, ultimamente, per mazzolare gli avversari.

Alcune considerazioni finali.
In generale, secondo i dati del sondaggio, gli italiani sembrano guardare meno la tv per affidarsi invece ad Internet ed ai mezzi di informazione più innovativi. Si accorgono del cambiamento in senso peggiorativo dell’obiettività dei telegiornali, leggono i giornali quotidiani ed apprezzano il giornalismo di inchiesta à la Gabanelli. Sembra quasi un’altra Italia, un paese più maturo di quanto appaia a sentire il suo peronetto di riferimento.
Solo il 17,8% del campione intervistato risulta teledipendente a livelli da comunità di recupero, appartenente alla specie “l’ha detto la televisione” ed è infine a maggioranza berlusconiano.
Non sarà, come sospettavo giorni fa, che il papipeople rappresenti proprio una minoranza gonfiata dagli steroidi televisivi nel tentativo di emergere da una maggioranza kommunista?
Ci mancava solo di essere un paese dopato.

A lui la Bulgaria fa uno strano effetto. Appena varca la frontiera deve correre perchè gli scappa l’ukase.
Ormai non è un mistero che si trovi più a suo agio nei paesi a tradizione dispotica, passata o presente, in quanto gli permettono di affinare le sue tecniche da dittatorello in pectore.

Il nuovo editto di Sofia non ha riguardato i soliti giornalisti-contro ed i comici ma direttamente la Costituzione, la Giustizia e i giudici che osano ed oseranno mettergli i bastoni tra i tacchi e tra i conti in banca, ora che gli hanno tolto il Lodo Angelino.
Ormai sembra l’Hitler di Tarantino: “Nein! Nein! Nein!”. Picchia il pugno sul tavolo e subito dopo si strugge perchè esiste qualcuno immune al suo fascino slavo. Per esempio i giudici che si ostinano a perseguitarlo per le porcate che ha combinato in passato. Ma Cristo, perchè non mi amano tutti visto che sono buono e giusto?

Poi se l’è presa con la RAI, cioè con l’azienda che gli sottrae una parte della torta pubblicitaria che, ingordo com’è, vorrebbe mangiarsi tutta da strozzarcisi. Ha incitato gli italiani a non pagare il canone, cioè a commettere un reato amministrativo.
In omaggio all’editto v.1 doveva telefonare a Santoro ma poi ha rinunciato.
A proposito. L’altra sera ho tentato di guardare “Anno Zero” ma ho rinunciato. E’ impossibile seguire un qualsiasi discorso visto che bisogna sopportare l’insopportabile azione di disturbo dei guastatori imposti dal padrone. La chiamano par condicio e contraddittorio ma è solo una presa per il culo.
E poi c’è un’altra questione che rende impossibile seguire la trasmissione.
Non è il fatto che sono lì apposta per disturbare, che “gli hanno fatto il corso” come ha detto Santoro, che dicono le loro papiminkiate e poi ridono compiaciuti come bambini che giocano con la loro cacca. Non è quello. E’ una questione proprio di pelle, oserei dire. Ti sforzi di pensare che a Milano ci sono anche persone simpatiche ma ascoltare la cantilena spetasciata di Castelli e Mavalà fa diventare razzisti di brutto. Roba da Forza Peste.

A proposito di lasciar parlare gli altri, di dialettica e discussione.
Mi piacerebbe domandare alla vestale custode del sacro fuoco della Par Condicio, l’Apposito Maurizio Gasparri: ‘A Gaspa’, quale contraddittorio era stato predisposto l’altra mattina per il giudice Mesiano, sottoposto a vero e proprio sciacallaggio a mezzo radiotelevisivo dai picciotti mediatici del padrone d’Italia su quella cloaca minima che è Italia1? No, perchè noi non l’abbiamo visto. Che fine aveva fatto? Era uscito un attimo? Era andato al cesso?

Ha ragione Michele Serra. Quella specie di servizio giornalistico, quella vera e propria merda di lacchè, altro che d’artista, era una cosa spaventosa. Non tanto per la tecnica da “sappiamo quale negozio di barbiere frequenti” e “ti teniamo d’occhio” ma per lo zelo impiegato dal viceGaulaiter del “Giornale” e dal conduttore Bracchino (nel senso di piccolo cane da riporto) nel dileggiare un giudice, un’autorità dello Stato. Forse, come dice Serra, è stato un semplice esercizio di zelo e leccaculismo avanzato ma purtroppo nei giorni scorsi Iddu in persona, accompagnato dalle voci bulgare, aveva preannunciato “ne sentirete delle belle” sul medesimo giudice. Quindi sembra un lavoretto su commissione. Quando la mamma comanda il picciotto va e fa.

Il dottor Mesiano, lo ricordo, è il giudice che ha fatto piangere Marina Berlusconi al pensiero di dover cacciare 750 milioni di euro, di 32 mila che lei ne ha. Milioni che sono stati sottratti alla CIR di De Benedetti, secondo quanto ha stabilito la sentenza di risarcimento, grazie al famigerato Lodo Mondadori. Si tratta semplicemente di restituire il maltolto e l’indebito guadagno ma la cotanta figlia ci soffre più che se le avessero strappato le unghie appena laccate. Minaccia già, come è tipico della categoria quando viene toccata nel nervo della scarsella, licenziamenti e tagli.

Prima il linciaggio di Veronica sul Giornalaccio, poi quello degli avversari su tutti i mezzi di informazione a disposizione. Non si guarda in faccia nessuno. Lui vuole i suoi cento scalpi e li avrà. I bastardi che glieli procurano di certo non gli mancano.

Non c’è niente da fare, sadomaso si nasce ed io non lo nacqui.
Certe cose non riescono a farmi godere proprio per niente. Mi causa sincera e profonda sofferenza sapere che delle persone uguali a me, con le stesse secrezioni ed emozioni, vengano discriminate per una questione “morale”. Ci soffro perchè purtroppo mi immedesimo.

Se io fossi maschio e gay e rischiassi tutte le sere di venire picchiato solo perchè non sono devoto alla Dea Figa, come mi sentirei? Se fossi lesbica e sudafricana e corressi il doppio rischio di essere violentata perchè qualcuno pensa “rieduchiamo questa schifosa al culto del Dio Cazzo”, quale sarebbe la mia vita?
E’ una conquista di civiltà dover pensare: “Per fortuna sono eterosessuale?”

L’altro giorno, di fronte a dove lavoro, sono passati due uomini che si tenevano abbracciati e si sono scambiati un bacio. Ovviamente la cosa ha provocato diversi commenti e tutti negativi. Ne ricordo uno in particolare: “Meno male che non c’erano bambini. Pensate se un bambino avesse chiesto: “Mamma, perchè quei signori si baciano?”, come avremmo potuto spiegargli la cosa?” Ho provato a suggerire di rispondere alla domanda infantile con un semplice “Si baciano perchè si vogliono bene” ma mi hanno risposto educatamente che “io non ho figli quindi non posso capire.”
Ah beh, si beh.
E’ un fatterello, una bagattella, ma significativa del clima e del percorso ancora da fare per combattere il pregiudizio omofobo.
Ci vuole proprio così tanto a non farsi scandalizzare dal bacio tra due persone dello stesso sesso? Siccome due uomini o due donne si baciano qualcosa ci viene meno? Il nostro conto corrente bancario ne viene intaccato? Perdiamo due anni di vita in un botto? Ci cascano per sempre i capelli?

E’ una questione “morale”, dice la Dott. Prof. Maestra dell’Ordine del Cilicio Paola Binetti. La morale, più che di Dio o del su’ figliolo, così tollerante quest’ultimo, è quella dell’Opus Dei, ovvero di una setta religiosa.
Richiesta, in un’intervista, di dare una definizione di omosessualità, la Binettish v. 2009 risponde:

«È una variabile del comporta­mento sessuale umano. Sono una sostenitrice dei diritti individuali degli omosessuali. Però non mi pos­sono chiedere di rinunciare a pochi ma radicatissimi principi morali».

Quali siano tali principi morali non viene spiegato. Immagino siano i medesimi che le fecero dire, tempo fa, che:

“L’omosessualità è una devianza della personalità: è un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico”.

La nuova Binettish pare aver fatto un passo avanti, qualcuno deve averle detto che perfino le pagine gialle della psichiatria, il DSM-IV-TR, non annoverano più l’omosessualità tra le malattie mentali. L’omosessualità non appartiene alla patologia ma alla fisiologia.
E’ una variante, va bene. Fin lì ci arriva. Ma che c’entra allora la morale?

Sarò un’indistruttibile razionalista ma non capisco come possa conciliarsi la professione medica, psicologica, neuropsichiatrica, quindi scientifica e razionale con l’appartenza ad una setta religiosa che prescrive l’autoinfliggimento di supplizi ed un continuo esercizio di sottomissione pericolosamente simile alla nota perversione sessuale denominata sadomasochismo.
Quale tentazione mai si deve essere costretti a scacciare per arrivare a conficcarsi un cavallo di Frisia nella coscia, quindi vicino alle pudenda? Una dirompente eterosessualità che fa fremere di lussuria persino alla vista di un innocente ortaggio come il cetriolo oppure un’altrettanta dirompente ed inconfessabile tendenza verso il proprio sesso?

Quando la Binettish dice che ha simpatia per i gay ma non può concedere loro dei diritti (perchè tali essi sono) per una questione “morale” io, se madame mi permette, della sua morale me ne fotto e non gradisco che essa debba condizionare le decisioni del Parlamento italiano. Non si può parlare contemporaneamente da medici e da superstiziosi. Il giudizio freddo e razionale viene soverchiato da un problema personale, per non dire da una perversione. Il sadomasochismo è anch’esso una variante? Ok ma è strano che, per paura di favorire una variante del comportamento se ne voglia imporre un’altra, cioè la propria.
Il Cristianesimo, che rappresenterebbe in teoria il primato dell’empatia, in questo caso si incarta e non riesce ad andare avanti. Ciò che lo blocca non è la morale o la religione. E’ un semplicissimo problemino personale.

Anche se francamente del PD, il partito che non è un’opposizione ma è diventato ormai l’abbreviazione di una nota bestemmia, non me ne può fregare di meno, mi permetto di suggerire: Franceschiello, tira fuori i coglioni e cacciala dal partito.

Lei, di sua iniziativa, non se ne va perchè non saprebbe dove andare, dice. “Sono di sinistra”, strilla. Strano che ciò si coniughi con l’appartenenza ad una frangia del cattolicesimo di estrema destra.
Del resto un partito l’Opus Dei non glielo fonda e quindi sarebbe costretta a vivere solo del suo misero stipendio di professore universitario.

Dia retta, cara triade Fra-Ber-Mar, possiamo fare a meno della Paola in cilicio. Perdere i voti degli amanti del bondage estremo non mi pare una tragedia.
Siamo sopravvissuti alla dipartita di Mastella. Ce la faremo anche senza la Binettish. Finiamola, una buona volta, di farci del male.

Ieri sera ho visto quello che è forse il più impressionante film horror dell’anno, anche se sarebbe meglio definirlo uno snuff-movie, uno di quei film dove l’orrore e la tortura sono reali e non simulati.
Il vero e proprio tormento che ci procura la visione di “Videocracy” di Erik Gandini deriva dalla sua rappresentazione di un mondo dominato da un “Brutto” felliniano spogliato a forza della visione felliniana e rimasto solo cattivo gusto nudo e crudo. Un pozzo senza fondo di volgarità che è non solo la televisione italiana protagonista del film ma questo paese divenuto un immenso studio televisivo dove la gente si degrada fino all’inimmaginabile – manca ormai solo la coprofagia immaginata da Pasolini-De Sade in “Salò”, ed è disposta letteralmente a tutto pur di apparire nella scatola maledetta dalla quale ci comanda l’orrendo ghigno del joker di Arcore. La faccia gigante che ha reso questo paese cultore del bello, dell’arte e del sublime, il paese di Leonardo Da Vinci e Michelangelo, una cloaca massima dove sguazzano stronzi, zoccole e ogni tipo di malavitoso assurto ad eroe della patria.

Se permettete una digressione, ricordate il secondo capitolo della saga di “Ritorno al futuro”, il più sottilmente angosciante dei tre? Il cattivo Biff Tannen ruba un almanacco sportivo dal futuro e, ritornato nel passato, sfrutta la conoscenza di eventi futuri per crearsi una fortuna totalmente immeritata in una realtà parallela. Il mondo dominato dal riccastro Biff è modellato su un CASINO, su un immaginario da gangsters, ricco di belle donne scosciate e poppute, gioco d’azzardo, prepotenza e malaffare.
Un mondo orripilante che gli eroi del film devono a tutti i costi evitare che si avveri.
Beh, non è incoraggiante pensare che l’Italia sia diventata un incubo peggiore dei peggiori scenari dei film di fantascienza.

Gandini dice all’inizio del suo film che per chi osserva il fenomeno dal di fuori – lui vive in Svezia – è difficile comprenderlo. Un modo gentile per dirci che dobbiamo considerarci come dei topolini bianchi da laboratorio, osservati dall’occhio esperto di un etologo.

Cominciò tutto, narra il documentario, con un uso intensivo ed osceno del corpo femminile usato come un piede di porco per scardinare tutto ciò che era stata fino a quel momento l’idea di informazione, intrattenimento e cultura televisiva.
Dalle calze a 20 denari delle Gemelle Kessler eravamo passati ai panorami ginecologici delle ministre pon-pon, prima che ritornassero vergini con il tailleur da signore per bene.

Non solo, aggiungo io. Vi fu un periodo, dalla metà degli anni settanta e per un decennio circa, dove in televisione si poteva vedere di tutto ma proprio di tutto. Porno-horror alle quattro del pomeriggio con ogni tipo di violenza ed efferatezza tra un “Jeeg Robot d’acciaio” e un “Lamù”. Nessun MOIGE a stracciarsi le vesti.
Di pomeriggio, a quei tempi, vidi un orrendo film spagnolo su due ristoratrici lesbiche assassine che conservavano i corpi delle loro giovani vittime in salamoia; il famoso cult “Perchè il dio fenicio uccide ancora?”; “Eviration”, storia di un ragazzo evirato dai cani.
Questo mentre di sera girava tranquillamente da un canale all’altro “Ultimo mondo cannibale”. A notte alta dominavano i porno e quegli squallidissimi spogliarelli dove per vedere un centimetro quadrato di passera di straforo bisognava restare svegli fino alle quattro.
Conosco vecchietti che si sono bruciati gli ultimi neuroni cannibali a furia di far tardi nella speranza che una notte su cento, si andasse finalmente oltre e la signorina Wanda la peracottara con le coscione disfatte dalla cellulite arrivasse addirittura ad un accenno di masturbazione, con primo piano finale.

Erano le meravigliose TV libere. Ed è lo stesso principio della droga. Lo spacciatore ti regala sempre le prime dosi, per crearti la dipendenza.
Quando fummo assuefatti alla “libertà”, questa divenne condizionata. Ricominciò la censura, ritornò il bigottismo. Il bastone e la carota.
Per un attimo esistette anche una televisione che cercava di conciliare la libertà con l’emancipazione e la ricerca del nuovo. Nacquero trasmissioni a loro modo rivoluzionarie (ricordate Moana e lo Scrondo?) ma durarono poco. Richiedevano uno spettatore di qualità superiore all’ameba e non erano funzionali al grande progetto per piano di rinascita ed orchestra.

Ora in pratica guardiamo solo quello che vogliono loro. O che vuole lui, il che è lo stesso.
Il porno è solo a pagamento, con tanto di codice criptato per proteggere i bambini e i nonnini ormai dementi, per i quali una Selen potrebbe essere fatale. Chi si contenta del fetish gratuito può guardare i telegiornali.

Per tornare a “Videocracy”, la voce suadente da torturatore del narratore ci racconta degli eroi Lele Mora e Corona. Figuri al cui confronto Facciadicuoio e Jason sono dei bravi ragazzi ma che nel CASINO tannenian-berlusconiano sono personaggi da ammirare ed imitare.
Non si sa se faccia più ribrezzo il Mora biancovestito con la casa tutta bianca e il telefonino con la svastica da anima nera, roba che in Germania sarebbe da arresto, o il Corona che conta i bigliettoni da cento euro sul letto, si sgrulla l’uccello sotto la doccia e poi va in giro in macchina a controllare i suoi paparazzi come il pappone controlla le mignotte.
Che personaggi squallidi, come l’altro disoccupato di lusso Briatore e quella Costa Smeralda che bisognerebbe ribattezzare – mi perdonino i sardi – SMERDALDA.
Un paese ridotto a subire il fascino dei malavitosi con gli occhi strafatti di coca ma che sono tanto fichi perchè scopano tutti i giorni.

Ancora più disgustosi sono i poveri che darebbero via il culo – lo ammette alla fine l’operaio che vorrebbe essere un’atroce mix tra Van Damme e Ricky Martin e non è altro che una povera nullità – per diventare ricchi e famosi, cioè delle Simone Venture.
Le squinzie che, intervistate, vogliono fare le veline, le letterine, le letteronze, “così poi sposano i calciatori”. Che i calciatori le sposino, in alcuni casi, per nascondere il fatto che amano, più della passera, il 24×17 , non le sfiora nemmeno. Ma poi che gliene fregherebbe? I calciatori sono ricchi e con la ricchezza passa tutto, anche l’omosessualità.

Su tutto domina alla fine del film e dell’incubo che abbiamo appena vissuto, il faccione gigante del responsabile di tutto questo, il più grande spacciatore di balle e false illusioni degli ultimi 150 anni. Colui che ha rovinato questo paese. Colui che ha sostituito a tradimento, nell’album degli eroi, la figurina di Salvo D’Acquisto con quella di Fabrizio Corona.

“Videocracy” integrale parti: 2 - 345- 6- 7 -8

Io sono tra coloro che sostengono che la solidarietà femminile, quella che le femministe chiamano sorellanza, un termine che, non a caso, non è mai decollato nel colloquiare comune, sia merce più rara della bistecca di unicorno.
E’ una vecchia storia ed è persino stucchevole ritornarci sopra. Noi donne ci facciamo fregare dal sistema, dal potere, dagli uomini, perchè siamo sempre in competizione le une contro le altre. Quindi alla fine ci facciamo fregare anche dalle altre donne.
Eppure era facile, bastava copiare gli uomini che, quando c’è da essere solidali tra loro, hanno il cervello che gli va automaticamente in formazione a testuggine. Abbiamo raggiunto gli uomini in tutto, facciamo gli stessi mestieri ma in quanto a fare fronte comune quando è necessario, niente.
Quindi, che devo dire, peggio per noi.

Come attenuante generica dirò che c’è una parte di motivazione etologica nel farci sempre la guerra, visto che siamo più femmine che maschi sul pianeta e quei pochi ma boni dobbiamo conquistarceli a graffi e morsi combattendo con le altre stronze, pardon, donne. Questo stato di continua tensione e rivalità indubbiamente ci condiziona e condiziona il nostro comportamento sociale.
Non so se dobbiamo continuare a sbatterci per cambiare le cose. Sono più di trent’anni che ci si prova invano. Tra di noi siamo stronze. Ok, fanculo, c’est la vie.

Quindi, tutto sommato, nessuna meraviglia se non una delle ministre miracolate del governo Berlusconi o una qualunque sottocoda femmina del centrodestra (a parte un’eccezione che conferma la regola: più sotto), ha speso una parola in via ufficiale e con mano ferma e non tremolante, contro le offese reiterate e aggravate che il loro premier di riferimento ha rivolto e rivolge continuamente alle donne, caso Rosy Bindi come ultimo esempio.
Abbiamo atteso invano qualche parola, una frase, un rigo appena, un comunicato che provenisse dalle spesse pareti dell’Harem.

Mica pretendevamo che dicessero, le regali spose, che la Bindi è una gran figa, che è più intelligente di Cristina “Dal” Basso, no. Bastava che dicessero che è una vergogna essere governati da un cafone maleducato.
Come donne che un giorno avranno la stessa età di Rosy, care belle pupattolone, bastava manifestare un briciolo di solidarietà per una signora che era stata offesa, tra la vigliaccheria degli omuncoli presenti. Pensare ed immaginare, se proprio non ce la facevate con quei quattro neuroncini strizzati allo spasimo nel tentativo di essere sempre vere donne cazzute di destra, che fosse stata offesa la vostra mamma, tutto qua. Provare insomma con l’Istinto che, per diana, funziona con le femmine di ogni specie.

Invece non è arrivato nulla, a parte un “sono qui, sono qui!” gridato da una piccola ministrina che fa di tutto per essere notata, visto che finora ha fatto solo il soprammobile su un trumeau del ministero.
Oh, magari mi sbaglio, se c’è qualche ggiovane che è al corrente delle mirabolanti leggi promulgate su iniziativa dell’ex fascetta nera, me lo dica.
Peccato perchè, all’occorrenza, la ggiovane è tosta come poche. Urla, strepita in modalità pre-Fiuggi con la stessa voce di Alemanno, incredibbile, gli vengono gli occhietti fuori dai meloni come se la stessero strangolando.

Orbene, la ministra invisibile ha detto: “Io quella frase non l’avrei detta”. Comunque ha subito corretto il tiro: “Però non accetto lezioni da Livia Turco”, “ha cominciato prima la sinistra ad offendere”, “gnè-gnè”. Brava meloncina, apprezziamo comunque lo sforzo che deve essere stato immane per il suo fisico.

Dalla Carfagna, ministra delle Pari Opportunità e Spietata Spazzatrice da Strada di Battone da venti-euro-bocca, cinquanta-completo, nulla. Nè di ufficiale, nè di spontaneo. C’è da capirla. Lei è la protagonista di uno dei ragionamenti più popolari del repertorio papiminkia.

“Parlate voi che avete Rosy Bindi, almeno la Carfagna è una gran figa.”

Come può lei opporsi alla ragione per cui è ministro? Incarnare, cioè, l’ideale di ministro come apparenza invece che come sostanza? Sarebbe come pretendere che Joker difenda Batman. Come chiedere a Superman di mangiarsi un quadratino di kriptonite come fosse un Loacker.

Nulla nemmeno dalla Gelmini che, per altro, sul look da preta che condivide con la Rosy, ci ha costruito una carriera. Per uno strano fenomeno, la pretosità della Gelmini agisce sul papiminkia come potente afrodisiaco. Nonostante appaia fredda come un termosifone spento ed indossi gli occhiali antistupro, loro ci fanno fantasie di bondage estremo. La maestrina dalla frusta rossa. Anzi, nera.

Non pervenute neppure la Brambilla e la Prestigiacomo, troppo occupate a lisciarsi i belli capelli. Per non parlare della Santanchè, la sangiorgia che combatte sempre contro il drago che opprime le povere donne. Islamiche, però. Quelle cattoliche, che si fottano. Anche lei è una strafiga (qualità 15 mesi, però, un po’ più stagionata) che deve giustamente difendere il principio del primato dell’apparenza. E poi, cazzo, lei è ancora più di destra, ancora più cazzuta. Modello John Holmes.

Ho dimenticato qualcuna? Mi pare di no. Ah, la Mussolini. A volte lei è parsa più coraggiosa delle altre ma stavolta ha mancato l’occasione. Se ha detto qualcosa ce lo faccia sapere. Magari eravamo distratti dagli occhi della Meloni che minacciavano di – pop!, pop! – finire sul pavimento, con il rischio di schiacciarli.

Io però sarei propensa, in ultima analisi, ad essere misericordiosa e solidale con le ancelle del Cavaliere. Quello è un ambiente dove, se vuoi far carriera, non devi solo farti crescere un bel coso davanti per essere cazzuta ma raschiare il peggio dal barile maschilista usando le unghie appena laccate. Ribellarsi è inimmaginabile.
Se aprissero bocca contro il sultano, invece di sentirsi definire più belle che intelligenti, rimedierebbero solo un bel “Sta’ zitta, troia!”
Sono al 72 per cento di gradimento. Per cinque anni governeremo noi perchè ci ha dato mandato il Paese, con una grande maggioranza, e tutti i sondaggi ci danno una maggioranza ancora più forte per tutte le cose che abbiamo fatto in soli cinque mesi”. (Silvio Berlusconi, un anno fa)
E allora diamoli, i numeri, che sono sempre sinceri, a differenza dei nani. E’ ora di finirla con questa storia del “mandato da parte degli elettori”, che con troppa disinvoltura diventa “mandato da parte degli italiani”.
Come è noto, dire “gli italiani” significa, in logica, “tutti” gli italiani, nessuno escluso. Parlare di percentuali, di maggioranze e relative minoranze significa già escludere la totalità dell’insieme. Quindi è facile cogliere la fallacia del ragionamento.
“Gli italiani sono con me” è, logicamente, una sciocchezza. Il nostro dovrebbe dire, più correttamente; “il 46% di essi, come espresso dalle elezioni” è dalla mia parte. Una cifra lontanissima dal 72% che gli piace tanto e che tiene sempre in bocca come la gomma. Una cifra inoltre statisticamente assai poco probabile, come tutte le cifre che si avvicinano pericolosamente al concetto di plebiscito. Inoltre, il problema con le percentuali è che a fianco di ogni 46% c’è un 54%.

Riguardiamo i conti relativi alle ultime elezioni politiche del 2008 per tentare di capire quanti italiani possono essere matematicamente assegnati all’insieme dei berlusconidi, andando dagli ultras papiminkia ai semplici simpatizzanti.

Possiamo calcolare come certi solo coloro che vergarono sulla scheda elettorale il loro amore per il papi.
Ricordando che i residenti in Italia al 1° gennaio 2008 erano 59 milioni 619mila 290, tra i quali bisogna annoverare gli stranieri e coloro che defunsero prima di poter votare in aprile, concentriamoci sugli aventi diritto al voto: 47 milioni 126mila 326 italiani.
Prendo in esame solo le percentuali dei votanti per la Camera perchè formate su un campione di popolazione più vasto di quello per il Senato (43.133.946).

Dai 47 milioni di aventi diritto al voto bisogna però escludere coloro che non votarono o si espressero in maniera nulla. I voti validi quindi si riducono a 36 milioni 452mila 305, sui quali si calcolarono le percentuali finali per l’assegnazione della vittoria alle elezioni.
La coalizione di centrodestra (sempre parlando della Camera) ottenne 17 milioni 63mila 874 voti, con una percentuale del 46,81% sul totale dei voti validi. Il centrosinistra ottenne 13 milioni 686mila 673 voti, pari al 37,54 per cento dei voti validi.

In pratica, volendo contare uno ad uno i simpatizzanti di papi, dobbiamo dire che sono quei 17 milioni e rotti.
Facendo come fa lui, e cioè generalizzando sull’intera popolazione italiana, andrebbe a finire che la percentuale dei suoi simpatizzanti sarebbe un risibile 28,62%.
Se ha poco senso calcolare la percentuale sulla popolazione generale, lo ha anche sul totale degli aventi diritto al voto, visto che comprende anche coloro che non votarono o annullarono la scheda e dei quali non è dato conoscere con certezza l’orientamento politico, ma facciamolo lo stesso. E’ il 36,20%.
Se vogliamo possiamo aggiungere a questa cifra, che comprende solo i maggiorenni, una quota di minorenni che potrebbero aver sviluppato per Papi un’adorazione pari a quella delle bimbominkia per Marco Carta o Robert Pattinson e, potendolo, lo voterebbero riempiendo la scheda di cuoricini glitterosi.
Calcolando su una popolazione di minorenni dai 12 ai 17 anni di 3.462.029 individui, arriviamo grosso modo a quel 38% di gradimento su scala nazionale indicato dai sondaggisti seri di Harris Interactive, che potrebbe essere effettivamente l’indice della percentuale di berluscones presenti sul suolo italico.
Non so se sia corretta l’operazione ma, allo stesso modo di prima: 100 – 38 fa 62. Il 62 per cento non lo gradisce o gli è indifferente.
38% è quasi la metà esatta di 72%, il che fa sospettare che il nostro abbia il vizio di raddoppiarsi i consensi, pour épater le bourgeois, ovvero far colpo sulle signore – anzi le signorine perchè lui le signore le odia.

Guardando il grafico, però (e giuro che i colori li ha scelti di sua iniziativa Office) una cosa salta agli occhi.
Oddìo, il 62% NON è con lui. Lì dentro ci sono, tra gli altri, le toghe rosse, i suoi persecutori millenari, Di Pietro, Travaglio, i grilli parlanti, la stampa demoplutomassopipponica, i kommunisti, De Benedetti, sua moglie, Michelle Obama, Rosy Bindi, Cacciari, Vauro e Santoro.
A vederla così, la torta fa impressione. Che questa volta abbia ragione lui? Un poer nano circondato da komunisti?

Termino con il Bollettino dei Perseguitati.
Piove sul bagnato: poer nano non ha vinto il Premio Nobel per la Pace. Strano. Un premio intitolato ad una cosa che ha per simbolo un uccello non glielo hanno assegnato? Gli hanno preferito un gigione* abbronzato.
Ah, a proposito, mentre veniva eletto il futuro Presidente degli Stati Uniti e Premio Nobel per la Pace, ricordate cosa stava facendo il nostro presdelcons? Festeggiava.

*Parola del “Giornale”.

“Ci sono due processi-farsa, assurdi. Farò esporre al ridicolo i miei accusatori e farò vedere a loro e agli italiani di che pasta sono fatto“.
(Silvio Berlusconi, 8 Ottobre 2009)


La saga del nano continua…

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